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domenica 26 dicembre 2010

Come ti rovino un cult

Curve mozzafiato, sguardo magnetico e una vita elettrizzante. Sono loro, i ragazzi di Beverly Hills. Quelli che a sedici anni sono già al volante di una sfavillante Cabriolet, che passano le serate nei locali più esclusivi, che possono permettersi di soddisfare ogni capriccio. E che, per inciso, sono il cuore pulsante di uno dei più rivoluzionari prodotti tv.

Era il 1990 quando Aaron Spelling, già produttore di Love Boat, Charlie's Angels e Fantasilandia, aveva proposto ai capoccia della FOX Beverly Hills, 90210, ambizioso progetto incentrato sulla vita sfrenata (ma non troppo) di un manipolo di studenti. La serie aveva avvio col trasferimento dal Minnesota dei Walsh, famiglia Mulino Bianco tutta valori e cuore d'oro. Jim, Cindy, Brenda e Brandon si erano ritrovati ad affrontare i problemi di una nuova vita, a migliaia di chilometri di distanza dalla città natale. E ricominciare daccapo, specie in una città dove lusso e corruzione la fanno da padrone, si era dimostrato più difficile del previsto.

Certo, se avesse continuato a focalizzarsi sulle difficoltà di adattamento, il plot sarebbe risultato fiacco e poco originale. E con l'effetto sbadiglio garantito il telefilm non avrebbe tirato avanti per dieci seasons.

Ciò che ha consentito a BH di assurgere all'olimpo dei grandi serial è l'originale punto di vista col quale sono narrate le vicende. Basta con poliziotti alle prese con delitti, al diavolo gli ultraquarantenni afflitti da problemi di cuore: per la prima volta sul teleschermo sono i teenagers a dominare. Perché anche loro – e c'è voluto Spelling per capacitarsene – hanno una vita sentimentale degna della più intricata soap. E, guarda un po', fronteggiano situazioni difficili in cui persino un adulto può riconoscersi.

Quando sul serial è calato il sipario, la formula vincente non poteva finire relegata nell'oblio. Assolutamente no. E a distanza di vent'anni ci ha pensato quel furbacchione di Rob Thomas (Veronica Mars) a rispolverarla. Credendo (ingenuamente) che bastasse un pizzico di politically uncorrect per rivitalizzare il genere adolescenziale. Un genere che – i recenti “Pretty Little Liars” e “The Vampire Diaries” docent – oggi ha vita solo se miscelato con le tinte cupe del mystery: il semplice teendrama, spogliato di ogni sottotrama misteriosa, non attecchisce più sul pubblico.

Ecco perché lo spin-off 90210 si rivela una banale rivisitazione di tematiche già approfondite dai vari “Dawson's Creek”, “The O.C.”, “One Tree Hill”. E senza aggiungere nulla di stuzzicante. Persino la storia di partenza suona ripetitiva: stavolta i fratelli sono Annie e Dixon; attraverso qualche conoscenza (Silver e Navid) vengono rispettivamente introdotti nel mondo patinato e sregolato che fa dà sfondo al serial. Da qui in poi è tutto un accoppiarsi fra i vari personaggi, senza che emergano le “anime gemelle”, quelle coppie destinate a rimanere tali fino alla fine. Temi delicati come la tossicodipendenza o la criminalità fra i giovani non sono neppure trattati col dovuto rispetto, al pari dei predecessori. Tutto si risolve con una risata e una pacca sulla spalla. Manco fosse una fiction italiana.

La colpa non è imputabile al solo Thomas, che, per carità, di buone intenzioni ne aveva. E il pilota oltretutto ha il suo appeal. Ad averne determinato lo scadimento nel ridicolo hanno contribuito Gabe Sachs e Jeff Judah, due che nella loro carriera hanno collezionato più flop che successi. Un nome su tutti? Life As We Know It, storia di un gruppo di liceali che si barcamenano tra scuola e vita sociale nel tentativo di concretizzare i propri sogni. Vi state già appisolando, eh? Pure gli americani, considerata la cancellazione dopo soli 13 episodi da parte della ABC.

Se 90210 arranca di puntata in puntata con audience inferiori ai 2 milioni di spettatori, il merito è delle sporadiche comparsate dei membri del cast originale. Tempo una stagione e sarà aria di cancellazione. Scommettiamo?

sabato 31 luglio 2010

Ricordi del futuro

di Andrea Cinalli

6 ottobre 2009. È una torrida giornata a Los Angeles, dove l'estate non ha ancora ceduto il passo all'autunno. C'è chi approfitta del sole cocente per prendere la tintarella, non pago della stagione estiva. C'è chi, armato di coraggio (e pazienza), fa due passi sull'affollatissimo lungomare. E c'è pure chi si ritrova a lavorare senza sosta, ignorando il caldo.

Il ritratto della monotonia della West Coast.

Cosa potrebbe mutare un giorno così placido in un incubo infernale? Un nubifragio? Un tornado? Un maremoto? Macché.

Alle undici in punto tutti gli abitanti del pianeta perdono i sensi per due minuti e diciassette secondi. Quando rinvengono, uno scenario apocalittico si para davanti ai loro occhi: grattacieli cadenti, esplosioni, incidenti a catena, aerei precipitati, strade pullulanti di cadaveri sbalzati fuori dalle auto distrutte. E non è tutto: in quel lasso di tempo, ogni essere umano ha avuto una visione relativa a un giorno ben preciso del futuro, 29 aprile 2010.

Le reazioni dei sopravvissuti potete immaginarle. Gioia, sconcerto, paura. Tutti devono fare i conti con ciò che hanno visto, e rapportarsi con la propria visione non è per nulla facile, specie se non preannuncia niente di buono.

Il punto di vista scelto per narrare i fatti che mettono in ginocchio l'intera razza umana è quello di Mark Benford, scapestrato agente federale. Nella sua visione è in ufficio, nella sede losagelina dell'F.B.I.. Immerso nel silenzio e nell'oscurità, fissa esasperato la bacheca in cui sono conservati gli indizi relativi al black-out, quando un rintocco di passi attira la sua attenzione. Uomini in abito nero e dai volti mascherati irrompono negli uffici imbracciando un fucile. Chi sono? Cosa vogliono?

Da questo semplice flash hanno inizio le indagini sulla catastrofe coordinate dallo stesso Mark. A lui e al suo team, costituito dal fido Demitri e dall'hacker Janis, l'arduo compito di risalire ai colpevoli. I dubbi al riguardo, però, sono molti e non di poco conto: e se fosse una punizione di Dio? E se il mondo si stesse “ribellando” a noi?

Una raffica di interrogativi di episodio in episodio tengono viva l'attenzione del telespettatore, che entra in empatia con le debolezze e le fragilità dei personaggi e si lascia coinvolgere dal grande mistero che grava in tutti i ventidue episodi di cui si compone la serie. Il racconto, benché arricchito ovviamente dai flashforward, scorre limpido e lineare fino ai titoli di coda: neppure una scena stride col resto a rallentare il ritmo concitato che caratterizza il telefilm.

Evidente è l'impronta di David S. Goyer. Un nome, una garanzia.

Il visionario autore di “Batman Begins” è riuscito a conferire a “FlashForward” quell'aura di mistero e sacralità tipica delle serie destinate ad assurgere all'olimpo dei supercult seriali. I dialoghi brillanti dell'episodio pilota, velati da un'ironia tagliente, sono un chiaro tratto distintivo del suo indiscusso talento, per non parlare delle scene apocalittiche che danno avvio alle intricate trame.

In rete, e prima ancora durante la campagna di promozione della ABC, è affiorato l'accostamento con un altro serial che ha fatto dei misteri a go-go e della ricchezza narrativa il suo fulcro. <<“Lost” ha trovato un degno erede>>, titolavano mesi fa i tabloid statunitensi. Ed effettivamente lo show messo in piedi da quel geniaccio di J.J. Abrams qualche punto di contatto con “FlashForward” ce l'ha: due volti della storica serie vi sono stati assoldati (Sonya Walger, la moglie di Desmond, e Dominic Monaghan, la rockstar Charlie) e i due minuti e diciassette secondi del black-out globale sembrano collimare con la durata del terremoto che ha devastato la famigerata Isola nella quarta season. Piccola chicca: di fronte a questa bizzarra coincidenza, c'è persino chi ha ipotizzato che “FlashForward” ne fosse lo spin-off (telefilm nato da una costola di un'altra serie). In comune anche il tema della redenzione, dell'ignoto e – soprattutto – della predestinazione, vero caposaldo di FF.

Peccato che le avvincenti premesse non siano state sufficienti a risollevarne le sorti (già da marzo incerte) e ad assicurargli un secondo ciclo di episodi. I fan, però, sono in rivolta e non demordono, fiduciosi che prima o poi Starz Tv o ABC cedano alle pressanti richieste di una nuova stagione.

Assisteremo mai al degno epilogo della vicenda? Magari è destino.

Fiction di sola finzione

di Andrea Cinalli

Ammettiamolo: le serie italiane fanno pena e non c'è Cesaroni che tenga dinanzi all'accuratezza e all'attenzione per i particolari della serialità d'oltreoceano. Lo so, potreste ribattere che si tratta solo di un insulso luogo comune e additarmi come snob. Ma è la pura verità.

Denominate fiction da chissà chi per distinguerle dalle serie estere, i prodotti nostrani sembrano raccontare storie reali, che parlano di persone comuni. Sembrano, appunto.

Basta prestare attenzione ai dialoghi per comprendere che in realtà i personaggi sono stereotipati e incarnano gli stessi ruoli alla fin fine. C'è l'ammmore, quello vero (sostiene la voce fuori campo nei promo) che unisce i soliti piccioncini. Lei è la mora che a trenta/quaranta anni suonati attende speranzosa il principe azzurro, lui è il belloccio di turno che sempre in vena di avventure un giorno la nota e – toh – scocca la scintilla. Proprio quando i due stanno per coronare i loro sogni d'amore, ecco spuntare l'altra/o che pretende di averla/o tutto per sé. Ma grazie al tempestivo intervento di una persona cara (preferibilmente un'anziana bisbetica), riescono a scacciare la minaccia per quel rapporto “travagliato” e tutti finiscono felici e raggianti ("L'amore trionfa sempre!", "E' la forza dell'amore!" per la serie “evviva la retorica!”).

Ma che razza di telefilm sono quelli che, senza neanche intrecci adeguati e realistici, terminano col prevedibilissimo happy ending? È davvero questo il ritratto dell'Italia? La vita da noi è tutta rosa e fiori? Eppure a me sembra che i quotidiani straripino di notizie di stragi, genocidi, matricidi, patricidi e suicidi. Perché sulle tv generaliste mancano all'appello?

Oppure: perché non mettere in scena vicende ispirate a politici corrotti che riducono in malora il nostro Paese (e sui nomi è meglio sorvolare)?

Chiosano i dirigenti televisivi: "La gente quando guarda la tv vuole staccare la spina, dimenticare il marcio che ci circonda." Vero. Ma altrettanto vero che il consueto finale alla “e vissero felici e contenti” sarebbe davvero gradito se gli intrecci fossero adeguatamente sviluppati. Mi spiego: il telespettatore dovrebbe davvero penare per le sorti dei protagonisti raggiunto quello che gli sceneggiatori definiscono “punto di morte”, quando tutto pare perduto. Solo allora l'happy ending sarebbe apprezzato appieno, sortendo quasi un senso di sollievo.

Spiega Giancarlo Schieri, (ir)responsabile fiction Mediaset: "Noi puntiamo alla qualità (?) con prodotti competitivi e di grande impatto (?). Ci piace molto sperimentare (???)". Strano, però, che questa voglia di dar vita a serial sensazionali non si evinca dando una scorsa ai palinsesti. Sempre che con “sperimentare” non alluda alla realizzazione di quelle accozzaglie di assurdità come “Due Mamme di troppo”, storia di due suocere iperprotettive che intralciano la relazione dei loro figlioli sulla scia del più classico dei cliché. Forse sarebbe il caso di far consultare il dizionario a Schieri e compagnia bella alle voci “sperimentazione” e “innovazione”...

Per fortuna qualche magra consolazione arriva da Sky, che viene in soccorso dei serial-addicted elargendo veri gioiellini seriali. Primo fra tutti “Boris”, originale e spassosissima parodia delle fiction più imbarazzanti, quelle che vantano ascolti record, ma che in quanto a sceneggiatura, recitazione e regia, fanno letteralmente mettere le mani ai capelli. Segue “Non Pensarci”, esilarante commedia surreale (e se non c'è lo zampino dei Vanzina possiamo già tirare un sospiro di sollievo) incentrata sulle vicissitudini della famiglia Nardini, proprietaria di una fabbrica di ciliegie sotto spirito sull'orlo della crisi. Meritevoli di menzione anche: “Romanzo Criminale”, adattamento per il piccolo schermo dell'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo; “Il Mostro di Firenze”, ispirata alle reali vicende che per più di venti anni hanno tenuto il nostro Paese col fiato sospeso; e “Donne Assassine”.

Di questo passo, certo non potremo lamentarci e con la fine della tv analogica e l'arrivo di quella digitale (sinonimo di un'infinità di reti televisive) la speranza si fa più concreta: l'audience chiaramente verrà ulteriormente frazionata e sarà allora che i canali punteranno alla qualità. Forse.

Quando le bugie hanno le gambe sexy

di Andrea Cinalli
Prendete le quattro Casalinghe Disperate e toglietele di torno i rispettivi mariti con la prole. Allontanatale dai fornelli e fatele tornare teenager. Privatele dei vestiti sdruciti e mettetele addosso abiti all'ultimo grido. Ecco, se avete eseguito tutte le operazioni, passo dopo passo, avrete di fronte le ammalianti protagoniste di “Pretty Little Liars”, nuovo serial targato ABC Family esordito in patria lo scorso 8 giugno. I primi episodi ci introducono in un mondo artefatto, distante anni luce dalla nostra quotidianità. Ma niente che non si sia già visto nelle serie a stelle e strisce. Appare subito chiaro, infatti, che il serial sia il risultato di una commistione di svariati generi che hanno fatto la fortuna di arcinoti prodotti televisivi. Le classiche tematiche del teendrama sono sapientemente miscelate, in stile “Veronica Mars”, con le tinte cupe del mystery, un genere che in Italia scarseggia persino nelle fiction. L'ostentazione dello sfarzo e dell'incantevolezza dell'ambientazione (apparentemente) paradisiaca ricorda il mondo patinato dei “characters” di “Gossip Girl”. Mentre personaggi e dialoghi (oltre che la sigla di apertura) sembrano ricalcati pari pari da “Desperate Housewives”, con il quale le analogie sembrano infinite. Stavolta la ABC Family è voluta andare sul sicuro prendendo spunto dai serial in voga. In fin dei conti non la si può certo biasimare: dopo le deludenti performance, sulla ABC generalista, di “FlashForward” (andato incontro a un'emorragia di pubblico dal primo all'ultimo episodio) e “V” (che con la media di 6 milioni di telespettatori stenta a decollare), non poteva certo permettersi ulteriori sperimentazioni nel campo della serialità. Ecco sfornato allora un serial che facesse dei punti cardine dei telefilm acclamati dal grande pubblico il suo cavallo di battaglia. La puntata pilota parte col tanto abusato flashback, nel quale fanno bella mostra di sé le vanitose Aria (Lucy Hale, “Privileged”), Hanna (Ashley Benson), Spencer (Troian Bellisario) e Emily (Shay Mitchell). A spiccare nel gruppetto di giovani comari è però Alison (Sasha Pieterse). Sarà perché riporta alla mente la tipica bionda da urlo degli horror di serie B, audace e sicura di sé, sarà per lo sguardo magnetico che – gira voce – abbia fatto stragi di cuore nella high school del paese, fatto sta che costei era l'unica con lo charme e la verve del leader. Esatto, era. Al termine dei titoli di coda (accompagnati dall'orecchiabile “Secret”, interpretata da The Pierces) veniamo traghettati nel presente, un anno dopo, e subito il telespettatore è messo dinanzi alla cruda realtà dei fatti: Alison è scomparsa la notte stessa in cui era in compagnia delle amiche e, al termine della series premiere, ne viene rinvenuto il corpo martoriato nello scantinato della sua abitazione. Le amiche di un tempo si ritrovano interdette dall'inaspettata svolta nelle indagini e, complice il rito funebre di Alison, mettono da parte rancori e antichi dissapori, riallacciando i vecchi rapporti. Se a questo punto pensaste che il telefilm ruoti esclusivamente attorno al mistero che aleggia sulla morte di una ragazza “perbene”, vi sbagliereste. Il punto di forza di “Pretty Little Liars” è ben altro: attorno alla storyline principale gravitano un'infinità di sottotrame, tutte incentrate sui torbidi segreti delle quattro ragazze. Relazioni clandestine, baci saffici e le relazioni extraconiugali dei genitori presto potrebbero essere sulla bocca di tutti, a causa di una misteriosa A. (Alison?) che le minaccia attraverso SMS anonimi. Le domande si rincorrono: “Se solo la defunta amica era a conoscenza di tali segreti, allora Alison è viva? Ma se fosse viva perché tormenterebbe le amiche?”. Molteplici, dunque, le questioni che – si spera – trovino un chiarimento col finale di stagione previsto per il prossimo autunno. Altrimenti ci toccherà attendere un probabile secondo ciclo, che, stando ai “ratings” (gli indici d'ascolto), avrà presto una conferma e un ordine di ventidue episodi. Adattamento televisivo dell'omonima saga letteraria di Sara Shepard, “Pretty Little Liars” porta la firma di Marlene King, sceneggiatrice al suo debutto in una serie tv, nota per aver diretto “Baciati dalla sfortuna” (2006) e “Amiche per sempre” (1995). Tra i membri del cast emergono nomi tutt'altro che nuovi agli aficionados delle serie statunitensi: Holly Marie Combs, qui nelle vesti della madre “cornuta e mazziata” di Aria, era la Piper di “Streghe”; Laura Leighton era la perfida Sidney di “Melrose Place”; e Alexis Denisof impersonava l'Osservatore sia in “Buffy” sia in “Angel”. Firme autorevoli e giovani talenti che promettono scintille per una serie di indubbio appeal.
Anteprima del telefilm pubblicata sul sito di SERIES: http://www.seriesmagazine.it/I/Highlights2.aspx?IdHighlights=74

giovedì 1 luglio 2010

Le fantastiche quattro

Un dramma procedurale tutto al femminile nel prime time dell'ammiraglia Mediaset per un'estate all'insegna del mistero

di Andrea Cinalli

Era da tanto che Canale 5 non mandasse in onda in prima serata un telefilm americano. Ci aveva provato con “Dr. House”, tornato a rimpolpare il palinsesto di Italia Uno per via di un precipitoso calo di ascolti; aveva tentato con “Dirty Sexy Money”, rivelatosi flop dell'estate 2008. E ora ci riprova giocandosi un'altra carta. Una carta intrigante e avvincente che raffigura misteri, omicidi e rapimenti. Si dimostrerà quella vincente?

Siamo certi di sì: “Women's Murder Club” ha tutti gli ingredienti giusti per far breccia nel cuore del grande pubblico italiano, avvezzo a trame coinvolgenti e storie di ampio respiro.

Le protagoniste di questo serial

originale, apprezzato dalla critica d'oltreoceano come incrocio fra “C.S.I.” e “Sex And The City”, sono quattro donne in carriera. Intendiamoci: non le classiche signore altezzose prive di vita socia

le e costantemente impegnate a primeggiare nel lavoro.

Lindsay Boxer, Claire Washburn, Jill Bernhardt e

Cindy Thomas amano alla follia il proprio mestiere, ma per nulla al mondo rinuncerebbero a una serata tra loro spettegolando sulle rispettive dirimpettaie e... consultandosi a vicenda sui casi loro affidati, desiderando assicurare al più presto i colpevoli alla giustizia.

Già, perché una detective, una giornalista, un procuratore distrettuale e un medico legale, benché in una piacevole serata in allegria, finiscono inevitabilmente col discutere dei recenti crimini che hanno colpito la città, anche se non ossessionate dal lavoro. Le quattro – come è possibile immaginare – non sono legate solo da una solidissima amicizia, ma anche da rapporti lavorativi: si incrociano quotidianamente nel distretto di polizia, si scontrano nelle aule di tribunale e si ritrovano negli ospedali.

Un team così affiatato non lo si vedeva da

tempo. Neanche Carrie & co. sono unite a tal punto da condividere ogni esperienza sia nella vita privata, sia al lavoro, ed e

ffettivamente si percepiva un vuoto nel variegato panorama della serialità televisiva. Vuoto che poteva essere colmato solo da vicende poliziesche declinate al femminile.

Women's Murder Club”, però, non mette in scena esclusivamente brutali omicidi e le estenuanti indagini delle protagoniste: ampio spazio anche alle vicissitudini sentimentali.

Lindsay (Angie Harmon) scopre nella puntata pilota che il suo capo è niente popodimeno che il tenente Tom Hogan (la guest starring Rob Estes), suo ex marito che anni addietro

l'aveva abbandonata perché tutta dedita alla cattura del killer “Kiss Me Not” (in italiano “Non Baciarmi”).

Neppure l'imperturbabile Jill (Laura Harris) se la passa tanto bene: un fascinoso fustacchione per fidanzato – e per di più amorevole – non le bastava, così si porta a letto il capo, trascorrendo l'intera stagione combattuta fra il rimorso e la travolgente passione provata per quest'ultimo.

Per due personaggi attanagliati da problemi di cuore, eccone due la cui vita privata va a gonfie vele. Cindy (Aubrey Dollar) ha un ragazzo del quale non svela nulla, perché timida e impacciata, e la sua vita sembra scorrere serena e felice, presa inoltre dalla passione per la scrittura grazie alla quale ha scelto di intraprendere la carriera di cronista di nera. Claire (Paula Newsome), al contrario, ha un marito paraplegico che la riempie di attenzioni e due adorabili figli che nulla hanno in comune con la pestifera e petulante prole delle protagoniste delle solite fiction made in U.S.A.

Omicidi, sparatorie, colpi di scena a go-go, rivelazioni inaspettate e amori travagliati: un mix inedito, dunque, che assicura fin troppa carne al fuoco per questo sfortunato gioiello televisivo che – ahinoi – ha chiuso i battenti al termine del primo ciclo. Ma la chiusura prematura non deve essere un deterrente per ignorare questo strabiliante show, un connubio fra amore e mistero che siamo sicuri allieterà le serate dei telespettatori. E chissà che prima o poi le lettrici non formino un club per venire a capo dei segreti narrati nel telefilm...

Da mercoledì 14 luglio su Canale 5 “Women's Murder Club”

venerdì 12 febbraio 2010

Andrea Cinalli Vs. fiction italiana. Primo round.

Accidenti! E' già passato un mese dall'ultimo post!
Vi sarete certo stancati di farmi visita nelle ultime settimane e trovare sempre lo stesso, identico post...
Va bé, spero di farmi perdonare al più presto. Il fatto è che gli impegni scolastici mi hanno tenuto lontano dall'otium letterario, anche se nel tempo libero ho lavorato a qualcosa che credo possa definirsi romanzo... Non l'ho ancora terminato, per carità.
E poi la collaborazione con Series Magazine procede bene. Sono davvero contento che mi affidino più di un pezzo al mese: amo le serie televisive, come ben sapete, e potrei parlarne e scriverne a lungo! Oh, quanto mi piacerebbe svolgere la professione dello sceneggiatore!!!
Scrivere un telefilm tutto mio: il Lost (ma anche il Twin Peaks) con la pummarola in coppa! Sarebbe stupendo. Ho già in mente i protagonisti, l'ambientazione... Peccato che non trovi il coraggio di buttar giù un soggetto e inviarlo a una casa di produzione cinematografica. A volte, penso sia un'idea assurda (ma secondo te mo' ti fanno fare 'na serie tv?), che non piaccia a nessuno, che sia ridicolo. Troppe pippe mentali?
Senza contare poi che qui in Italia un serial così sarebbe irrealizzabile. Le interviste ai produttori parlano chiaro: i telespettatori non sono pronti per serie impegnative, preferiscono la "semplicità". Se per semplicità intendono quella pattumiera (le fiction di RaiUno e Canale 5) propinataci nelle prime serate, mi verrebbe da vomitare. Sì, dar di stomaco: perché è squallido che sceneggiatori e attricette appena uscite dalla casa del grande fratello (no, niente maiuscole), senza sapere un tubo di recitazione (è un'arte, ricordiamolo!), vengano pagate profumatamente per mettere in scena storie stupide, di cui già immagini il finale (il classico happy ending).
Vogliamo parlare dei dialoghi??? Nelle fiction si esprimono continuamente con frasi del tipo "Come hai potuto farmi questooooo???". Oppure: "No, ti prego, non lasciarmiiiiiii!!!". Condite ovviamente con troppa, troppa enfasi!
Aggettivo più calzante di banale non c'è per definire la serialità italiana. O meglio, come mi piace chiamarla: accozzaglia di assurdità.
Se i produttori italiani ritengono che le tv generaliste debbano educare il pubblico, bene: iniziamo da subito! Per fortuna Sky si è già mobilitata: ha infatti sfornato gioiellini come Boris, Non Pensarci e Romanzo Criminale. E il nuovo Twin Peaks? Lo produrrò io! ;)

mercoledì 6 gennaio 2010

La mia epifania

Sono le 23.00 in punto, è tardi (per me che domani dovrò tornare in classe). E io cosa faccio? Me ne sto a ciondolare in rete, in attesa che i miei vadano a nanna.
Al momento sono stanco e sazio: oggi sono venuti gli zii a farci visita e mia madre, come al solito, ci ha rimpinzato di ravioli, carne d'agnello e dolciumi vari. Non mi son potuto lamentare, insomma.
In effetti ho trascorso una bella giornata, l'ideale per distrarmi, per non pensare al tram tram che riprenderà domani.
Oddio, se solo penso che nelle prime due ore dovrò sostenere la verifica scritta di filosofia, mi sale in gola un conato di vomito! Ho studiato molto per questo compito: è dal 26 dicembre che mi sveglio alle 8.00 (io che non sono mattiniero!) per memorizzare qualche paginetta e ripassare quanto studiato il giorno precedente. Ma questo non basta a farmi sentire meglio.
Ebbene sì: Andrea Cinalli, oltre che impacciato e insicuro, è pure ansioso.
Tutti ritengono che io mi preoccupi eccessivamente per la scuola. Sarà, ma non ci tengo a farmi appioppare un'insufficienza (ma anche un insulso 6) ora che il "capitolo liceo" sta volgendo al termine. Sì, è vero: frequento il quarto anno di scientifico, ma sono un tipo previdente.
Mah, adesso non mi resta che incrociare le dita per domani.