lunedì 11 giugno 2018

Ironie cinefile

Salve, bella gente. Giovedì sono stato ospite di due grandi blog cinematografici: Pensieri Cannibali e White Russian. Invitato dal giornalista Marco Goi, ho sparso ironia cinefila sul web commentando i film in uscita. Enjoy!

JURASSIC WORLD – IL REGNO E’ DISTRUTTO

Andrea: Un film sui dinosauri? Un altro? Ma non si erano estinti? Non amo il genere. Il mio unico contatto coi dinosauri è stato Terra Noia… ehm, Nova e non è andato oltre la puntata pilota. Cos’altro c’è da dire sui dinosauri? Niente più di quanto si sia già visto: i soliti ‘argh’, le solite zanne, le solite rincorse. Ma sicuramente qualcosa di interessante può offrirla Chris Pratt, l’attore protagonista. E no, non la sua interpretazione. Ma che pensate, maiali? Mi riferisco ai pettorali scolpiti.
Cannibal Kid: Non è che fossi molto appassionato di Jurassic World, negli anni '90. Sarà che non ho mai avuto la passione per i dinosauri e le cose jurassiche in generale, Ford compreso. Il primo recente Jurassic World però a sorpresa non mi era spiaciuto affatto, o se non altro non mi aveva distrutto le palle dalla noia. Questo sequel non troppo richiesto riuscirà a bissare? Non ci giurerei troppo, ma credo potrei fare uno sforzo. Più per Bryce Dallas Howard che per Chris Pratt, a dirla tutta.
Ford: nel corso degli anni novanta, a sorpresa come Cannibal, non ero un grande fan del brand "Jurassico" inaugurato da Spielberg, eppure il recente Jurassic World mi aveva divertito parecchio. Questo nuovo capitolo, oltre ad apparire una tamarrata degna del Saloon, potrebbe divertire molto anche il Fordino, dunque ben venga, Pratt o Dallas Howard che sia, seppur per diversi motivi.

MALATI DI SESSO
Andrea: Stavo pensando di esordire con “Oh, interessante.” Poi mi sono accorto che il film è di provenienza italica e munito di tutte le protezioni del caso – non voglio mica beccarmi la malattia dell’italianità vuota e stantia che appesta tanto cinema e serialità nostrani – sono andato a letto col trailer. Nel senso che l’ho visto sul pc accovacciato fra le lenzuola spiegazzate perché i resti di un’antica cena hanno monopolizzato il tavolo della stanza e minacciavano di prendere vita. Mi ha eccitato? Mi ha reso malato di sesso come un simile titolo sembra promettere? No. È più sexy l’alluce scarnificato della vecchietta in ciabatte che incontro sotto casa di tutto il cast, di tutta la confezione registica e di tutto il comparto autoriale (ma perché qualcuno ha scritto questa zozzeria che zozza non è?). Immancabile la canzone americana, di cui, sebbene famosissima, mi sfugge il titolo: un modo tutto italiano per spruzzarsi addosso un po’ di figaggine. Dal momento che i nostri film e le nostre serie perlopiù ne sono privi in senso drammaturgico, allora basta sbatterci sopra un brano degli U2 o dei R.E.M. e sei in pace col lato cool e profondo di te.
Cannibal Kid: I poster scopiazzati da quelli di Nymphomaniac del solo e unico Lars von Trier non sono certo il massimo dell'originalità, considerando che la stessa idea era già venuta qualche annetto fa a quelli di Smetto quando voglio. La canzone usata nel trailer, per sciogliere il dubbio di Andrea, è la più che piacevole “Spirits” degli Strumbellas, che mi pare piaccia anche a Ford. Pure questa però non è un'idea di primo pelo, visto che ad esempio l'aveva già sentita suonare nel trailer de Il sole a mezzanotte, se non ricordo male. Il tema trattato è interessante, ma lo svolgimento rischia di essere tutt'altro che fenomenale o anche solo un minimo imprevedibile. L'unico dubbio che ho è: nella clinica per malati di sesso, i protagonisti incontreranno anche Harvey Weinstein?
Ford: il sesso ci sta sempre, e quando è sfruttato bene in un film per quanto mi riguarda si va alla grande. Peccato che in questo caso si tratti dell'ennesima poracciata italiana dalla quale girerò alla larga neanche fosse un alluce scarnificato di vecchietta. O, per dire, un Cannibal Kid.

TITO E GLI ALIENI
Andrea: A proposito di italianità… questa di Tito e gli Alieni però è un’italianità che non mi spiace, è un’italianità che almeno a parer mio sembra fresca e genuina e vada coltivata. C’è un’ironia buona, che gioca coi vizi e gli stereotipi, ribaltandoli, facendoli fare il can can e la doppia giravolta, non il sarcasmo spicciolo rubato dai discorsi della nonna su come si fa il brodino e guarda ti sei fatto sulla maglia una macchia a forma di pisello, attento a non scivolare sulle bucce di banana e guarda che zoccola. Ovviamente potrei sbagliarmi, eh. Spero che l’ora e mezza di film non mi sbugiardi. Pena, rapimento da parte degli alieni.
Cannibal Kid: C'è Valerio Mastandrea, e quindi per me è sì. Non che sia l'attore migliore del mondo o anche solo d'Italia, però (quasi) sempre sceglie dei progetti interessanti, o se non altro che a me piacciono parecchio, dai film di Virzì a Perfetti sconosciuti, passando per La felicità è un sistema complesso, Fiore e la serie La linea verticale. Questo Tito e gli alieni inoltre dal trailer si candida a potenziale gioiellino. Basta solo che non si riveli la solita robetta buonista buona per Ford.
Ford: robe italiane giuste ne escono davvero poche, e questo Tito e gli alieni, nonostante il tito(lo) agghiacciante, pare rientrare nella categoria. Lo spero davvero, perchè Mastandrea mi è sempre piaciuto ed i progetti alternativi made in Terra dei cachi, se ben gestiti, non hanno nulla da invidiare a quelli oltreoceano che, come dice a sproposito Cannibal, incenso per partito preso.

L’ATELIER
Andrea: E veniamo ai francesi. I francesi non è che filmicamente li frequenti tanto – ma un bel francesino occhi azzurri e boccuccia sottile attendo con ansia di incrociarlo. Da quel poco che la mia percezione cinefila, ma più telefila, ha annusato qui e lì penso che i francesi abbiano buon gusto per l’estetica, siano molto raffinati e spesso questa raffinatezza tracimi in arte. A volte, però, come è accaduto con Les Revenants si chiudono così a riccio nelle loro confezioni filmiche algide e altezzose che non sanno toccare le corde dello spettatore che in sala si predispone a farsi stuzzicare. Un po’ come farsi bello per il proprio maschietto e non venire filati ‘manco di striscio. Va bè, spero che la relazione con L’atelier almeno sia più… proficua.
Cannibal Kid: Io invece del cinema francese, da buon radical-chic terminale quale sono, penso il meglio. Non sempre, eh, però spesso. L'atelier è il nuovo lavoro diretto da Laurent Cantet, il regista del notevole La classe, quindi clamorosamente potrebbe mettere d'accordo in positivo sia me che Ford. E non è mica roba da tutti. Certo non da tutti i francesi, considerando che il mio blogger rivale in genere li detesta.
Ford: in genere detesto i francesi almeno quanto Cannibal Kid, ma Cantet è una piacevolissima eccezione, autore di uno dei miei film d'oltralpe preferiti degli ultimi dieci anni, La classe. Questo L'atelier forse non si adatta altrettanto bene agli argomenti fordiani classici, eppure mi sento di dare fiducia ad uno dei pochi nomi del panorama cinematografico mondiale che, e Andrea sarà testimone, riesce a mettere d'accordo i due rivali numero uno della blogosfera.

DIVA!
Andrea: Mi sembra un’operazione interessante. Un film a metà fra fiction e documentario con una manciata di attrici moderne che provano a ripercorrere i vissuti di Valentina Cortese, che – faccio mea culpa – non sapevo ‘manco chi fosse prima di sentir parlare del film. Il film sembra fatto con le migliori intenzioni… ma riusciranno le attrici di oggi a reinterpretare un volto che, apprendo solo ora – sì, sono vissuto in un pianeta fatto di sole serie televisive U.ES.EI e bei ragazzi –, è scolpito nel cinema italiano? Qua c’è il rischio cagna maledetta… Sarà forse un caso che nel cast ci sia anche Carolina Crescentini?
Cannibal Kid: Avevo sentito parlare di questo Diva! perché era stato premiato con un Nastro d'Argento al miglior docufilm, però non è che mi ispiri troppo. Come operazione sulla carta sembra anche interessante, ma nella pratica a vedere il trailer mi sembra un lavoro ad alto rischio sbadiglioso. Insomma, io ho intenzione di fare la diva di turno che se la tira e questo film lo guarderà soltanto se qualcuno mi pagherà profumatamente per farlo.
Ford: io non credo di avere le movenze, lo stile e la classe di una diva, ma purtroppo ancora una volta questa settimana mi tocca concordare con Peppa Kid rispetto al rischio noia di un'operazione che potrebbe anche rivelarsi interessante. A questo punto manderei in avanscoperta Andrea, in modo che possa sdebitarsi con noi dell'ospitata!

RESPIRI
Andrea: Apparentemente sembra un thriller ben fatto, almeno stando a quel pochetto che ho visto nel trailer, un pochetto però senza dialoghi… e questo mi dà da pensare. Ho il timore che se gli attori aprissero bocca le atmosfere cupe da thriller si riconvertirebbero in una chiassosa sagra della porchetta con tanto di banda e ‘annunciaziò’ del sindaco. Forse è questa la paura su cui vuole fare leva il film…
Cannibal Kid: Il timore sollevato dall'attento Andrea mi ha fatto mancare il respiro, molto più di quanto non sia riuscito a fare il trailer di questo poco invitante thriller. E mi ha toto il respiro quasi quanto una recensione strampalata uscita dalla mente malata di Mr. Ford.
Ford: non trattenete il respiro nell'attesa che decida di guardare questo film. Tranne Cannibal.

LA TERRA DELL’ABBASTANZA
Andrea: Per la serie ‘spenna il Saviano dalla cacca d’oro’, ecco un altro film legato a Napoli e agli ambienti della mafia. Sì, la prospettiva è diversa. Stavolta è il boss a venire ucciso dagli innocenti e bla bla bla. Però io ho come l’impressione che sia tutta un’enorme operazione commerciale, chiaramente di pregio, che accontenta le tasche dei produttori e le penne dei critichi, che così possono vergare elogi di caratura letteraria sentendosi un po’ Dante e un po’ Manzoni, come piace fare a me coi miei telefilms. Per me, è nì.
Cannibal Kid: Per me, è un no sonoro. La stessa risposta che do di default a qualunque domanda o richiesta di Ford. E per questa settimana, con i poco promettenti filmetti della settimana, direi che è abbastanza.
Ford: io mi dico abbastanza sicuro che eviterò anche questo film come la peste. O come Cannibal.

venerdì 25 maggio 2018

"Rise", cresce il riclo seriale


Da Linkiesta.it


Ci sono serie belle che si riconoscono subito. Hanno un respiro peculiare, viaggiano su cadenze narrative impattanti, indossano un manto fotografico unico e inebriante. Anche quelle brutte si individuano al primo colpo di telecomando (o click): sono impantanate in una goffaggine scenica che recitazione e scenografia esacerbano al posto di smacchiare; il loro montaggio non è un abbraccio che lega e armonizza storyline composite, ma un raduno dissennato di colori e materiali più consono a un varietà; il comparto musicale è uno spunto melodico ai margini della scena che accentua e rimarca la condanna alla sciatteria che già gli pesa addosso. E poi ci sono le serie ibride: le brutte con qualcosa di bello e le belle con qualcosa di brutto.
“Rise”, ultima creatura di Jason Katims, in onda in primavera sulla NBC americana, si colloca proprio in questa terra di mezzo. La voglia di fare bene, di arrivare al grande pubblico, è evidente. Il marcato naturalismo che nasce dall’incontro della storia di provincia – protagonisti appestati dal morbo di un’adolescenza tutta ciarle e amori che cantano e ballano nella cornice gretta e meschina di uno sputo urbano – con la regia vigile e distaccata che ruba onesti quadretti famigliari all’oblio in cui la tv del sensazionalismo li confina suggerisce un’avanzata decisa verso quella direzione. Ma l’incapacità di nutrire l’accenno ai sogni musicali e farlo fiorire in una concretezza emozionale che vibri sotto la superficie di ogni scena, alimentando nello spettatore una sincera aspettativa da dirottare verso un robusto cliffhanger finale, spegne anche quel poco di buono che si è edificato.
È pesante anche il palese e costante riferimento a “Glee”. “Rise” attua quello che in America viene chiamato “rip-off”: strazia la carcassa di una storia fatta e finita e recupera quello che può per riverniciarlo di vissuti e attanti nuovi. Di “Glee” c’è il quarterback belloccio con la passione segreta per la musica scoperto dal professore amareggiato dalla vita con la voglia di fare arte. Ci sono visi belli e freschi di vita che si incontrano con la promessa dell’amore. C’è la spinta inesausta alla realizzazione creativa, che porta a calcare il palco del liceo e a infuocare le ugole.
“Rise”, nonostante i pregi minuti, è la riconferma al riuso, al rispolvero, al riciclo. Dei piatti sempre più vuoti dei palinsesti ormai non si butta via niente. Un filo di regia, una spolverata di fotografia e gli avanzi marcescenti sono rimessi a nuovo, celebrati come portate originali vestite di sapori inediti.
È l’attestazione, ennesima, di una lontananza siderale da una nuova alba creativa, che schiaffeggi inventive sopite e apparecchi prodotti davvero al passo coi tempi. Lontana, lontanissima sunRise.

martedì 8 maggio 2018

"Killing Eve", il thriller col rossetto




Due donne. Una asiatica che tutto conosce in ambito crime, e l’altra che invece i crime li commette. È sufficiente così poco per mettere in piedi una serie tv in tempo di tele-abundantia, dove la regola è essere più eccentrici che si può per stagliarsi fra le vette di un “Game of Thrones” e “The Walking Dead”? Sì, basta, dimostra “Killing Eve”, la nuova serie di BBC America partita un mese fa. Ovviamente il vestito tematico e il cappotto attanziale sono di quelli buoni, fatti per essere sfoggiati alla festa del primetime domenicale. Il perno è la relazione che fiorisce e cresce e si avvita fra queste due donne, il modo in cui una semplice caccia, la divisione netta e sterile di ruoli che ci hanno consegnato anni di poliziesco, si scompagina per aprirsi al cromatismo caratteriale che è il timbro di questa Golden Age seriale. La detective che fa bene il suo mestiere, incastrata in un matrimonio incolore, precipita ogni puntata di più nella rete malata di macchinazioni e congetture che ribolle sotto il sorriso sghembo dell’assassina assoldata da una potente organizzazione. E ne resta affascinata. Più avanza, fra intuiti e decrittazioni, più robusto è il desiderio di scoprire i contorni della sua personalità.
Per la killer è lo stesso. Si sente una star con le luci del set a sfavillarle addosso e a investigare la sua grandiosità roboante. Il pensiero che una detective addobbata di fascino, con l’ingegno giusto per rovistarle in testa, le si avvicini delitto dopo delitto, le procura un piacere che tocca i territori dell’erotismo.
In “Killing Eve”, però, non domina il senso di predestinazione fasciato di artisticità che torreggiava in “Hannibal”. Eve (Sandra Oh) e Villanelle (Jodie Comer), a differenza di Hannibal Lecter e Will Graham, non sono anime gemelle, non c’è umbra futurorum che sappia di bacio e tocco romantico. È un gioco di ossessioni, di lesto appropinquarsi e scaltro distanziarsi, un accorciare e allungare, un guadagnare e un perdere, che in ogni puntata incede più serrato e dinamico, sperando che il punto di congiunzione, l’intersezione ultima fra le vite di queste due anime in conflitto, sia sempre più prossima.
Il morboso, il sangue, il delitto sono, poi, tutti ingredienti, in questa miscellanea minestra noir, al servizio dell’ironia. “Killing Eve” è una serie grottesca e bizzarra proprio perché lo schermo attraverso cui il macabro è ingrandito e distorto è quello della battuta al fulmicotone. Lo humour nero spezza la cupezza che il materiale narrativo offre. Indora, smussa e leviga come il velo di zucchero sulla torta. La posa sgraziata del cadavere nella foto è oggetto di tiepido ludibrio, il fanciullesco accanimento nel trucco e nella scelta di vestiti alla vigilia del delitto ci viene a pescare un sorriso.
Tutto voluto dall’autrice-attrice, Phoebe Waller Bridge, che, comica nell’anima e nello spirito (sue le comedy “Fleabag” e “Crashing”), con la penna in mano ha voluto dare la sua personale versione del thriller, scolorito e ricolorito in una bizzarria di mescolanze e contaminatio. Fra tutte le tinte, sicuramente prevale il rosso, ma non si sa se il rosso del sangue o del rossetto.