mercoledì 8 gennaio 2020

"Dentro, fuori e intorno alla gabbia": il mio primo romanzo uscirà a marzo



"Dentro, fuori e intorno alla gabbia" è il mio primo romanzo e arriverà nelle librerie a marzo. Dopo la bella esperienza di qualche anno con "Sguardo Serial", il mio saggio sulle serie tv, ho trovato un altro editore onesto disposto a scommettere e investire su di me: Fabio Croce di Edizioni Croce. Chi mi ha letto in precedenza su questo blog sa quanto la pubblicazione di questo romanzo significhi per me: anni fa, a causa di una malattia, ho perso la capacità di concentrarmi e scrivere bene. C'è voluto un grande impegno quotidiano per tornare in salute e ottenere dei risultati. Questo romanzo per me è quindi un simbolo di rinascita, la dimostrazione che la forza di volontà può distruggere tutti gli ostacoli che si frappongono fra noi e la realizzazione dei nostri sogni.
Le persone che mi sento di ringraziare sono i romanzieri e gli showrunner che con le loro storie mi hanno nutrito tutti questi anni: Philip Roth, Jonathan Franzen, Andrea De Carlo, Andrew Sean Greer, Bryan Fuller, David Lynch, Damon Lindelof, Ray McKinnon e Stephen Falk. Sono loro i miei maestri, a loro devo tutto.

La trama del romanzo
Matilde cerca di superare un passato difficile e un presente confuso, mentre Gaetano fa i conti con un'affettività instabile. Si ritrovano, quasi forzatamente, a conoscersi e a comprendere quanto sia facile, nella vita, con la persona giusta, abbattere i muri che vengono alzati per autodifesa. Tra dibattiti e confronti, pregiudizi e scontri, i due si trovano all'associazione Gay Troop: è Virginia la direzione giusta per Matilde? Gaetano è in grado di amarsi e di amare? Le giovani vite di due ragazzi fanno da palco alle tematiche LGBT+.

Qui i link alle pagine Amazon e Feltrinelli su cui è già possibile ordinare una copia. Mi raccomando: spread the word!

venerdì 8 marzo 2019

A Natale puoi (racconto)




Ho il piede sulle scalette del treno. Dovrei affrettarmi a entrare e a cercare un posto, ma invece mi giro e mi guardo alle spalle. Non so bene cosa stia cercando. Forse qualcosa che mi trattenga. Qualcosa che mi imponga di rimanere qui e non andare via. Sento che mi basterebbe il frammento di un ricordo, un’immagine chiara e incisiva del mio passato, una connessione talmente forte e solida a questo accumulo disastrato di case che mi risputi su queste strade. La mia memoria non mi aiuta. È una frenesia di stimoli che si incontrano e non innescano niente di più concreto di un brivido. Allora col piede procedo oltre, sulla scaletta. Ma quando l’altoparlante vomita una voce atona e sfrigolante che avvisa dell’imminente partenza, il piede si ritrae.
“Signorina, deve salire?” Un uomo con la pancia ingabbiata nella camicia blu d’ordinanza mi si avvicina a passi strascicati. Lo osservo meglio. Le sopracciglia in conflitto non riescono a trovare un accordo sul tipo di espressione da elargirmi. Quello sinistro, arcuato, pende più per la rabbia, mentre quello destro, pur fremendo, disegna la linea pacifica del serafico distacco. Non c’è ancora un’intesa fra le parti, quando rispondo: “Scendo.”
“E allora scenda.”
Vado a ritroso e ritorno sulla banchina. Il controllore abbatte la mano voluminosa sulla fiancata del treno che in risposta caccia un raglio e sbuffa. “Buon Natale, signorina!”, fa lui, sollevandosi il berretto in un cenno di saluto.
Natale. Già. È quel periodo dell’anno dove le famiglie – anche le più scombiccherate, quelle fatte di tanti pezzi che si seminano in giro per l’Italia, a inseguire successi più o meno fatui – si ricompattano davanti alla tavola imbandita per celebrare il rituale dell’ipocrisia cristiana della pace domestica, per pescare con affettati ganci verbali le insicurezze e i fallimenti che nuotano sotto la superficie dei racconti tiepidi e incolori dei cugini, per imbellettare i piccoli trionfi del quotidiano consegnandoli a piccoli sorsi di parole, uno dopo ogni sguardo stupito. È anche quel periodo dell’anno in cui, sotto la minaccia chiassosa delle pubblicità che esplodono in ogni anfratto delle comunicazioni mediali e ti invitano a ogni genere di acquisto, purché scampanellante e adorno di fiocchi, si apre il portafoglio e si fa i conti con la crisi che si ingoia tutte le tue possibilità economiche.
È da questo genere di Natale che cerco di fuggire. Quest’anno, con la valigia preparata in tutta fretta, e il biglietto del viaggio low cost verso un paesino austriaco dove si beve birra a ogni ora del giorno e dove perfino il cibo ne è imbevuto, confinando tutti in un costante senso di torpore, ho deciso che non avrei pensato a nessuno della famiglia. Che avrei lasciato mio padre, mia madre e mio fratello a cercare nel modo di porgersi le vivande il pretesto di una zuffa, a cercare nell’esagerazione col vino la scusa per uno smistamento spietato e brutale fra le sconfitte e le inadeguatezze da rinfacciarsi. Quest’anno, pensavo, non avrei partecipato al gioco. Quest’anno la pedina – sempre mangiata e surclassata – sarebbe stata ferma un turno.
Trascino la valigia verso l’ingresso, dove stazionano due signore con lunghi cappotti rossi. Una stringe una sigaretta con le dita incartapecorite e fa finta di tirare una boccata. Quella accanto, una cinquantenne con una ridda di ricci aggrappati alla testa ovale, mi squadra in modo manifesto lasciando trasparire un certo fastidio. Mi sento ancora i suoi occhi addosso quando raggiungo l’uscita e con gli occhi frugo nel coagulo di auto posteggiate. La mia Ford Fiesta, che porta ammaccature e graffi con la stessa dignità di un atleta con indosso le sue medaglie, è l’auto più vicina al segnale di stop.
Infilo la mano nella borsetta per estrarre le chiavi, coi piedi che macinano asfalto sbrecciato e le ruote della valigia a seguirli leste e rumorose. Quando alzo la testa mi scontro col mio riflesso che balugina nella luce del finestrino di una Panda. Mi colpisce la fedeltà alla mia immagine. Ne calca tutti i contorni, ne fotografa tutte le impurità, ne riprende pure l’espressione ostile degli occhi, quel bisogno malcelato di ribadire una distanza dagli altri, quello scudo cespuglioso di sopracciglia corrugate che scherma ogni possibilità di relazione sociale. Non c’è la gentilezza della distorsione, nel finestrino. I tratti ripercorrono duri e marcati la sadica imprecisione delle guance e della bocca ricordandomi la lontananza siderale fra me e il concetto comune di bellezza. Io sono una brutta ragazza. Uno scarabocchio ambulante che cerca di correggersi coi vestiti e il trucco. Una virgola destinata ad appassire ai margini del grande romanzo della vita.
L’ho capito presto, da piccola, quando il mio naso pantagruelico non obbediva alle leggi della crescita che ammansivano le spigolosità delle mie amiche e le gambe si protendevano squadrate sotto un busto oblungo puntinato di efelidi. Nelle carezze di mamma, ogni volta che in classe mi davano del mostro e a casa le frugavo con la testa nelle gambe piangendo, leggevo un invito alla resilienza. Così ho tenuto duro, alla società che mi vuole triste e demoralizzata, a operare confronti dai quali uscire sempre sconfitta, ho opposto la freddezza del pragmatismo. La perfezione che il mio corpo non ha potuto avere l’ho ricercata nel lavoro, nelle cose di casa, perfino con gli amici. I miei amici aborriscono come me tutto quello che la società e i media masticano con la mascella dei giudizi lapidari. Detestano le immagini perfette e limpide che imbellettano a getto continuo.
Quando sono nella mia Fiesta, metto in moto e imprimo un colpo di gas che risuona come un rutto potente, ma non mi muovo dal parcheggio. Nello specchietto retrovisore i miei occhi tornano a cercare la diatriba tra estetica e grossolanità che da venticinque anni è in corso sulla mia faccia. Mi meraviglia vedere una lacrima fiorire. Davvero non me la so spiegare. E non c’è motivazione neanche per quella che sboccia subito dopo, seguendola a ruota sulla curva accidentata della guancia marcia di acne.
Potrebbe essere l’uomo che non ho? Quel goccio lacrimale è forse l’accumulo di tutte le speranze disattese, e le risate, e i rifiuti e lo scherno, e le paure e la rabbia che silentemente hanno agito sotto la scorza? Penso che rispondere, anche solo mentalmente, mi farebbe male. Quindi non lo faccio. Mi imprimo le chiavi sui polsi con più energia del solito, sentendo le dita viscose del sangue che guadagnano centimetri di pelle fino a conquistarsi i palmi.
Mentre precipito nel buco nero che mi si apre davanti agli occhi e che mi fagocita ogni momento di più, stupidamente mormoro un “Buon Natale” alla ragazza che sfila davanti all’auto, accompagnata da madre, padre e fratellino. E bella.

mercoledì 14 novembre 2018

Le mie scene cult - Puntata 2

Nuovo appuntamento con la rubrica settimanale meno attesa della storia del blogging. Ecco una nuova selezione delle scene seriali che mi hanno tenuto incollato a Youtube sottraendomi alle mie scritture fallimentari. Enjoy, oppure no. La prima puntata here.

1. SIX FEET UNDER (Series Finale)
Un'emozionante partita fra la vita e la morte nei minuti che chiudono la serie. Sfondo musicale affidato a Madama Sia.

2. THIS IS US (2x14)
Sempre in tema di morte. La dipartita del personaggio cardine giostrata con l'abilità di un grande romanziere. Ebbravo Fogelman.

3. HALT AND CATCH FIRE (Series Finale)
Investire energie e passione, fallire e ricominciare. Una delle scene finali della serie che ha fatto dell'ostinazione e della perseveranza (anche in campo sentimentale) i suoi temi portanti. Giù il cappello!

4. BUFFY L'AMMAZZAVAMPIRI (Series Finale)
Il più bel discorso di incoraggiamento che si possa sentire. Soprattutto se ci si accinge a combattere il Primo e il suo esercito di uber-vamp.

5. QUEER AS FOLK (2x03)
Il protagonista affronta i suoi traumi in una riuscita coreografia scenica, un rallenty moderato e un brano che insieme compongono anche una metafora visiva del conflitto sociale cui, nella vita, si affaccia ogni ragazzo omosessuale.

6. DOLLHOUSE (Season Finale)
Affrancarsi dal fluire della storia per anticipare un tassello del series finale? L'ha fatto Joss Whedon, ladies and gentlemen. Qui gli ultimi minuti del finale di stagione che sono un tributo ai protagonisti della serie.

7. ONE TREE HILL (Season Finale)
Chiudere un bildungsroman generalista con dignità? One Tree Hill l'ha fatto. Peccato che poi sia andato avanti...


IL BRANO DELLA SETTIMANA: HALEY RICHMAN - HEART-SHAPED BOX

martedì 6 novembre 2018

Le mie scene cult - Puntata 1

Salve, quattro lettori del blog. Da oggi lancio una rubrica in cui raccolgo tutte le mie scene seriali preferite, quelle che insomma guardo e riguardo e riguardo e riguardo e riguardo e riguardo perché ci intravvedo uno scorcio di perfezione che mi tormenta e mi ispira. Niente critica o analisi. Solo la mia passione a 360 gradi. Perché ora questo spazio? Perché mi sono preso una vacanza da Facebook e non posso più tartassare gli amici virtuali coi miei video. Quindi li appioppo a voi, o lucky readers. Se vi va, lasciate un commento, anche solo per rimarcare che gusti deprecabili abbia. Come sempre, appena posso, mi trovate su Linkiesta a commentare le serie fresche di uscita.

1. THE AMERICANS 6X10 (Finale di serie)
Fine dei giochi per le spie russe. With Or Without You degli U2 e addii... c'è altro da aggiungere?

2. TWIN PEAKS - IL RITORNO (17a puntata)
Indietro nel tempo per salvare... Qui il rischio spoiler è alto. A vostro rischio e pericolo.

3. THE LEFTOVERS 3X07 (Penultima puntata)
La fine del mondo, Max Richter e Justin Theroux zozzo di sangue. Nothing to add.

4. HANNIBAL
Giulio Graham e Romeo Lecter si ritrovano a Firenze.

5. THE KILLING 2X13 (Finale di stagione)
Il delitto al centro della serie viene finalmente risolto. Come? Così.

6. HOMELAND 2X04
Gli sceneggiatori capovolgono ogni equilibrio e cambiano rotta, dando una nuova, inaspettata direzione alla serie. E a una delle più tormentate storie d'amore televisive.

7. 24 8X24 (Series Finale)
L'ultima scena del solo, unico, vero Tuentifor. Una bomba (ma non letteralmente).

BRANO CULT DELLA SETTIMANA (Sì, ho pensato che una canzone a coronamento del tutto non ci stesse male...): SO COLD IN IRELAND - CRANBERRIES

martedì 30 ottobre 2018

In memory of Telefilm Magazine, il punto di riferimento dei serial-addicted


Questo è il mio personale tributo alla rivista che scrissi in occasione del decimo anniversario della distribuzione del numero zero al Festival del Cinema di Venezia del 2004. In questi giorni la rivista, che ha cessato le pubblicazioni nel 2012, compirebbe 14 anni. Telefilm Magazine per otto anni è stato il principale punto di riferimento cartaceo per gli aficionados seriali quando le serie si guardavano ancora in tv o DVD e Netflix non era ancora un fenomeno globale. Kleenex in mano e giù lungo memory lane...

Dieci anni fa, in questi giorni, veniva presentato alla Mostra del Cinema di Venezia un ambizioso progetto editoriale: il Telefilm Magazine. Gratuitamente veniva distribuito il numero zero della rivista che sarebbe arrivata nelle edicole a novembre. Una rivista ideata dall’Accademia dei Telefilm di Leo Damerini e Fabrizio Margaria, che da due anni organizzavano il festival milanese.
Ne appresi sulle pagine de La Stampa, dall’ottima Alessandra Comazzi. Alla notizia, misi su il broncio: era lo stesso nome dei bollettini che impaginavo con Word, quelli che appioppavo a parenti e amici cui scucivo complimenti forzosi e insinceri. Infantilmente, sentivo puzza di plagio.
Allo stesso tempo, però, non potevo che esibirmi in uno sfrenato ballo della felicità tutto interiore: non solo una rivista votata al culto seriale, ma anche una conferma dell’esistenza del “giornalista seriale”, prendendo a prestito la definizione di Alessia Barbiero di Linkiesta. Non un giornalista qualunque, che discetta di intrighi politico-amministrativi che nulla mi dicevano e mai nulla mi hanno detto. Ma uno che racconta spaccati di vita appigliandosi allo spessore della scrittura televisiva, sminuzzando il testo (tele)filmico per ricavarvi le interpretazioni più cavillose e ragionate. Il giornalista che volevo diventare.
Rivista alla mano, ho avuto prova di una redazione affiatata, la cui affinità trasudava da ogni articolo, ogni rubrica. Non un semplice gruppo di lavoro, ma una famiglia di maniaci seriali. Come me.
E lì è sbocciato il sogno: anch’io ne volevo far parte. Una di quelle puerili fantasticherie destinate a restare tali, l’obiettivo mancato che ti desta il groppo in gola, pensavo. E invece, sette anni dopo l’ho realizzato per davvero, quel sogno.
In punta di piedi, ho esordito sulle pagine con un pezzo su Nikita. Poi ho conosciuto i vari giornalisti, intavolando un dialogo costante e proficuo, seppur via web.
Gli stessi da cui avevo appreso tecnicismi e regole di scrittura leggendoli, ora mi impallinavano di consigli schietti e diretti, con la complicità di uno di famiglia. E ho realizzato che erano esattamente come si descrivevano negli articoli, niente infingimenti, nessuna maschera. Una rarità nel mondo del giornalismo, ho constatato col senno di poi.
Arrivare a collaborare fino all’ultimo, affannoso respiro editoriale, consacrarmi come tassello, benché infinitesimale, nella storia di quella che rimane a tutt’oggi la bibbia per gli aficionados seriali, è più di un onore. E tuttora penso che se non riuscissi a concretizzare tutti i sogni, un obiettivo – bello grosso – non posso dire di non averlo realizzato.
Buon compleanno, Telefilm Magazine! (Sperando, un giorno, di riportarti in vita…)

martedì 23 ottobre 2018

"Manifest", il mystery che vola e si schianta



da Linkiesta.it

Una trama ricca, carica di possibilità narrative, che veleggia sicura verso i lidi dell'imprevedibilità. Un comparto attoriale composito col quale catturare quante più sfumature possibili della storia. Ma anche l'impossibilità di spingersi troppo sui sentieri del pruriginoso e del grottesco, perché così impone la rete pubblica. Tutto questo vuole essere "Manifest", il nuovo drama NBC partito a fine settembre.
L'abbrivo smuoverà qualcosa nei malati seriali - indignazione, stupore, gioia, tutto dipende dal rapporto con la serie citata: si comincia con un volo. E' lì la chiave del mistero, racchiusa in un manipolo di passeggeri. Ma non c'è di che arrabbiarsi, perché si imboccano subito direzioni diverse da quelle di Lost, anche se in qualche modo finiscono per riecheggiare strutture ed escamotage di mezzi fallimenti tv, che sulle nostre frequenze non sono 'manco sbarcate, e pardòn per il gioco di parole.
I passeggeri del volo dopo una turbolenza molto Lost si riprendono dallo spavento e arrivano a destinazione, ma con cinque anni di ritardo. Insomma, una spernacchiata a chi paventava l'imitazione, e subito un grande, macroscopico inciting incident che mette in gioco futuro, amore, lavoro e famiglia di ogni personaggio. Nell'incredulità di mezzo mondo, ognuno cerca di riappropriarsi della propria vita e di occupare il vuoto lasciato. Ma ci sono ancora altri ostacoli da fronteggiare, non di natura governativa, non di stampo apocalittico - non ancora, perlomeno: tra i passeggeri si è sviluppato un contatto telepatico e ognuno di loro riceve da una voce nella testa un compito da svolgere, come salvare ragazze rapite, trovare l'autore di un furto. L'entità sovrannaturale che li unisce e accartoccia le loro vite sembra puntare a un bene supremo, ma che sia davvero quello il suo scopo? E cos'è? E perché proprio loro, non sarà che nella casualità del viaggio si celi una predestinazione?
Tutti questi grandi quesiti ci vengono proposti attraverso il punto di vista di un pater familias, interpretato dal Principe Azzurro di Once Upon a Time, del figlio malato di cancro e della sorella poliziotto. Ognuno di loro dovrà trovare il modo di conciliare le tribolazioni da enigma cervellotico coi rattoppamenti alle vite disastrate.
Non solo Lost, quindi. C'è tutto un saccheggio sconsiderato ai mystery evento degli anni passati: Flashforward, The Event, Revolution. Un accaparrarsi e un combinare questa caratteristica con quell'altra, come se si andasse a cucire un vestito di arlecchino e si tentasse di farlo passare per nuovo, ardito e originale. In Manifest non ci sono né finezze registiche, né una studiata e precisa coreografia attoriale che riempia la scena di grazia. Ogni scelta - dall'inquadratura al dialogo asciutto - tradisce un cocciuto attaccamento al mezzo televisivo, senza decollare (ari-pardòn) verso l'opulenza espressiva che una maggiore apertura al cinema avrebbe assicurato. E tutto questo va a discapito dell'estetica generale del prodotto, che non è il vestito buono delle grande occasioni ma uno straccio rappezzato qua e là che, proprio in virtù della sua rodata tele-visibilità, punta sul gusto casalingo che evoca. Il timore è che con la copertina così poco addobbata, la sostanza del racconto non riesca a reggere più di una dozzina di puntate. Si può tutto sfaldare perché, bruciato il propellente delle storyline precipue, manca la grande visione artistica che macchi la mise en scene e irrori gli sviluppi narrativi. Come accaduto agli aspiranti Lost sopra menzionati. E neanche recitazione ed effetti speciali aiutano, per quel poco che potrebbero. Gli attori - colpa forse dei dialoghi un po' contenuti, tra televendita e teatrino di paese, mai all'altezza dello struggimento che una situazione simile suscita - non hanno modo di brillare. Le loro sono performance che non restano. Da vedere e buttare in un recesso della memoria. Non sono i monologhi emozionanti che su Youtube vengono commentati negli anni, né quelli che incendiano i social ascendendo a fenomeno virale. Poche battute tenute insieme da toni più misurati del necessario. Gli effetti speciali sono uno schiaffo evidente e lapalissiano all'intelligenza del telespettatore: un assortimento di trucchetti da computer troppo artificiosi per elevarsi alle soglie della verisimiglianza, più adatti a un teen drama CW che li impiega sullo sfondo mentre si risalta la solidità di quel pettorale o la bellezza di quella coscia tornita.
The Manifest è un elenco di tutti i difetti possibili che una serie possa avere. Proprio un manifesto.