venerdì 1 gennaio 2021

Scrivere di merda

 
La verità è che ho sempre creduto di scrivere di merda. Non ho mai smesso di farlo. Anni fa scrivevo anche peggio perché convinto che il segreto della buona scrittura fosse l'uso dei paroloni. Avete presente? Quando per far colpo te ne esci con "immantinente" invece di "immediatamente" o quando dici che le cose sono "arzigogolate" anziché "complesse". Parlavo da un pulpito e invece del Pulitzer mi arrivavano le sottolineature rosse sangue 'ti crepo' di una correttrice di bozze.
Ma scrivere di merda - almeno, non a quei livelli - non è una cosa negativa. Non è una condanna. Più che avere le catene e stare in una gabbia significa alloggiare in una nicchia. Solo che invece di un santo in contemplazione estatica della crepa sul soffitto della chiesa, ci si può muovere, si possono fare dei passi avanti e scrivere cose che valgono la pubblicazione. Però, alla fine, autografati i libri, spenti i riflettori, riacceso il computer, aperto Word, si torna sempre lì, nell'angolino della merda. E sapete una cosa? Io ho imparato a starci comodo. Ho imparato a non impensierirmi troppo per le mie brutture intellettuali (che nome elegante per quelle frasi che non vanno da nessuna parte, per quelle metafore goffe che sono arance andate a male, ecco, appunto), a non preoccuparmi se una prima stesura ricorda il temino che la maestra brutta con una spugna al posto dei capelli mi restituiva col voto "Buono meno", a non abbattermi se il conflitto più coinvolgente di una storia è la lotta del protagonista con un pelo nell'occhio, a non prendermela se un mio testo suscita lo stesso entusiasmo di un brano di Paola & Chiara.
Tanto, prima o poi, dalla nicchia si esce. Anche solo per sgranchirsi le gambe e definirle irrigidite invece che anchilosate.

lunedì 21 dicembre 2020

Faccio questo di mestiere

 

Non volevo che mi vedessi così, vuota, nuda, schifosa. Volevo proteggerti da questo mondo, mostrarti solo il lato migliore di me, quello delle cene, del vestito rosso, dei bicchieri di vino. Volevo che tu conoscessi la parte di me che abita i silenzi, che si sente viva quando ascolto musiche malinconiche e leggo romanzi d’amore senza lieto fine.
Volevo che tu mi vedessi bella e preziosa e che mi amassi per averti fatto intuire la bontà d’animo sotto il velo delle apparenze. Non volevo che le mie nefandezze ci toccassero e sporcassero anche te. Ma ho fallito. Mi sono aggrappata a una corda e l’ho spezzata perché non mi sono resa conto che era troppo sottile.
Ora non c’è rimedio, non si può tornare indietro. Non si può chiedere al tempo il miracolo di una lancetta che corre indietro.
Tu mi guardi con lo sguardo interrogativo. C’è una domanda appesa ai tuoi occhi che la rabbia e il disprezzo non hanno ancora scalzato via. Quello sguardo tiene viva ancora per un momento l’illusione di un equilibro fra me e te, tiene in piedi ancora per un istante i ruoli che abbiamo perduto.
Apri la bocca, cerchi di dire qualcosa, ma dalla bocca non esce niente. So che vorresti chiedermi se è vera la Francesca che vedevi prima, addobbata come un albero di Natale, o questa, che sembra un albero di Natale buttato via a gennaio.
Io ti risponderei che sono vere tutte e due, e tu pretenderesti una risposta meno contorta, pretenderesti la razionalità e la matematica mentre tutto quello che potrei offrirti sono il sentimento e la filosofia.
“Ehi.”, dici invece.
“Ehi.”, ti rispondo io.
Forse fai finta che vicino a me, sul letto, non ci sia un uomo mezzo nudo con lo sguardo arrabbiato per l’interruzione. Forse fai finta che sia parte delle lenzuola, come un ricamo ingombrante.
Nei tuoi occhi vedo il conflitto. Vorresti tenerti aggrappato all’illusione più di me, vorresti opporti a quello che vedi, ma sai che questo non è possibile. Così, alla fine, fai l’unica cosa che mi aspettavo facessi. Mi urli “Puttana” e te ne vai.

giovedì 17 dicembre 2020

Dacci oggi le nostre notifiche quotidiane


Il cellulare è l’unica ancora che ci tiene saldi alla società. È una lenza buttata giù, nel mare pieno di detriti di un Titanic affondato, a cui i pesci abboccano di continuo. La gente viene chiamata in ogni momento del giorno e spreca tutti i minuti dell’offerta telefonica. La gente chatta e si rende conto che le emoticon sono una sintesi perfetta delle sue espressioni e che rinunciare a vedersi non è poi tutta questa fine del mondo (pardòn).
Il cellulare ha imposto una nuova grammatica delle relazioni. Chi non la conosceva ha fatto i corsi di recupero. I nonni si sono fatti istruire dai nipotini, che per spiegare quanto sia sbagliato pubblicare foto di panorami senza aforismi si sono tirati fuori similitudini degne del miglior Bukowski avvinazzato. Le mamme, con una marcia in più, hanno visto i tutorial su Youtube dai computer accesi dai figli e hanno trasferito su un quadernino tutte le istruzioni di una vlogger brava a fare l’imitazione della Carrà. I gggiovani hanno continuato a fare quello che hanno sempre fatto: cambiare le foto profilo sui social, pubblicare canzoni d’amore e risultare patetici agli occhi di chi sono convinti di amare.
Nessuno vuole restare indietro, tutti vogliono essere un brufolo sul nuovo volto della società. Quindi viva il cellulare e la nuova schiavitù che ci impone. Viva le relazioni che si nutrono di sole parole come in una tragedia shakespeariana. Viva la notifica come nuova religione e nuova morale.
Raccontami com’è uscita la lasagna, dimmi se il primo strato s’è bruciato. Dimmi come hai fatto a passare l’esame di biologia leggendo gli appunti appiccicati al muro senza che il professore si accorgesse di nulla. Spiegami come si apre un profilo su Facebook ché ho bisogno di stare in contatto con le persone che odio e deriderle per le gaffe virtuali.
Se il mondo di prima era fallo-centrico, questo è sicuramente I-phone-centrico. Qui, ora, il sesso è superato. L’unico rapporto ammesso è quello fra la mano e la parte intima, ma ci siamo tutti accorti che c’è molta più passione in quello fra la mano e una tastiera. Il vero orgasmo è ricevere venti like a un post su Facebook, l’orgasmo originale è solo una faccenda poco igienica che va sbrigata in fretta, se proprio non si sa resistere a questa debolezza carnale che oggi francamente appare solo imbarazzante.
Il cellulare è anche motore di opportunità. Si trovano offerte di lavoro a distanza che possono portarti cinque euro sul conto Paypal e permetterti di venire celebrato su Facebook come “Social Media Coso”. Hai il lusso di un’etichetta english che sa di figo e la possibilità di comprare su Amazon il cd delle Lollipop. Se invece ti va male, hai sempre qualcosa di cui lamentarti sui social.
C’è chi sbandiera una fiera opposizione alla dittatura del telefonino parlando di film fantascientifici diventati realtà, ma lo fa sempre da Facebook Mobile, guadagnandosi la stessa credibilità del mago Otelma quando con gli occhi chiusi dialoga con l'aldilà.
Inutile resistere, inutile scappare. Non sei nulla senza cellulare.

sabato 21 novembre 2020

"We are who we are", l'adolescenza senza catene di Guadagnino

 
L'adolescenza è davvero fastidiosa e chiassosa come le serie tv ci mostrano? Noi che l'abbiamo passata incastrati fra i compiti di matematica e la paura di non apparire troppo sfigati agli occhi degli altri sappiamo che non è così. Se per descriverla si dovesse utilizzare una metafora culinaria sarebbe una minestra di verdure con della cacca di cane dentro. 
Un'adolescenza lontana dalle emozioni forti, dai balli di primavera, ma anche dal sesso in auto e dai baci all'ingresso di scuola. Un'adolescenza piatta come la linea di un elettrocardiogramma in un cliffhanger di "Grey's Anatomy". 
Non è altrettanto piatta la vita dei protagonisti di "We are who we are", la serie Sky-Hbo di Luca Guadagnino. Loro vanno alle feste, si divertono, bevono come mai ho osato fare io alla loro età (pena: uno scappellotto). Ma le loro vite sono l'esatto opposto del glamour da teendrama generalista, sono quanto di più vicino alla realtà. Fraser (Jack Dylan Grazer) e Caitlin (Jordan Kristine Seamòn) - questi i nomi dei due protagonisti - sono figli di militari impiegati nella base americana di Chioggia, nel Nord Italia. Si abbandonano un po' alle direzioni che la vita gli offre, seguono le correnti, vanno dove li porta il buon vino e la buona musica, cercando di scoprire se stessi. Nei dialoghi convivono felicemente mille contraddizioni, ma non perché la scrittura non sia attenta e sorvegliata: è il modo di rappresentare gli adolescenti di oggi in balia di così tanti input che faticano a trovano un orizzonte, una direzione ordinatrice. Fraser pensa di essere gay, ma qualche scena dopo ne dubita. Caitlin vorrebbe tenersi il suo gruppetto di amici e fare sempre le stesse cose, ma allo stesso tempo vorrebbe sperimentare e sentire il sapore delle novità.
Perché questa raffigurazione risulti il più onesta e verosimile possibile, Guadagnino interviene poco sulle scene: con la camera fissata su una barca e immobile anche per diversi minuti, per esempio, lascia che siano i personaggi a esporsi, a mostrare come i piccoli tormenti quotidiani dell'adolescente - lui mi vuole o non mi vuole? la vita è solo un rincorrersi senza posa di fatti più o meno tragici? - possano avere una forte carica drammatica anche senza l'aiuto di un montaggio accattivante.
Guadagnino - e il team di autori, fra cui il romanziere Paolo Giordano - ha osato molto. HBO e Sky gli hanno offerto i mezzi e lui ha saputo sfruttarli con grande cura, riaffermando lo stile già esibito in “Chiamami col tuo nome”. E’ proprio al film premio Oscar che si pensa guardando la serie. Inevitabili i paragoni fra Elio e Fraser: entrambi con una spiccata sensibilità artistica, entrambi con una sessualità non ancora ben definita che li scaraventa da un dubbio all'altro. Anche l'ambientazione italiana è un punto in comune fra i due prodotti: l'Italia di "Chiamami col tuo nome", come l'Italia di "We are who we are", non si impone sulla scena con i suoi provincialismi, è un'Italia quieta che si limita ad assolvere al suo compito di sfondo, un'Italia che mostra il suo volto migliore, fatto di scorci mozzafiato e cittadine ridenti, un'Italia che sembra abitabile. 
Probabilmente la serie non verrà rinnovata per una seconda stagione, visti i bassi indici d'ascolto sulla HBO americana (la maggior parte degli episodi è stata vista da meno di 100mila telespettatori), ma è il prezzo da pagare per la sperimentazione: chi prova a battere strade nuove spaventa, indispone, suscita diffidenza. Occorrono anni e una moltitudine di progetti perché uno stile come quello di Guadagnino venga assorbito dalla cultura popolare, perdendo l'apparenza di ricercatezza eccessiva oltre la quale molti non riescono ad andare. Se volete dare una chance a questa serie potete trovarla sulla piattaforma NOW Tv di Sky.

mercoledì 11 novembre 2020

Il blog Geyser mi intervista. L'articolo integrale

Dal blog Geyser

Tornavo, giorni fa, alla baracca sotto il sole di novembre, con in spalla qualche quintale di legna tagliata. Artemisia mi ha guardato come se avesse visto un orso. Ora, dico io, va bene che sono solo un boscaiolo (l’intellettuale è lei), ma vi pare questo il modo? Sulle prime fa finta di niente, fumando le sue sigarette da regina, poi mi dice: “Perché non trovi un altro scrittore da intervistare? La tua legna sa troppo di bosco. Voglio qualcosa che sappia di... umano.

Ecco il come e il perché mi sono imbattuto in Andrea Cinalli. Artemisia ha gradito molto la mia scelta. Io, che di scrittori so ben poco, e di omosessuali ancora meno, non sapevo come maneggiare questa patata bollente. Alla fine ho seguito l’unica strada che conosco: quella dell’istinto. Ha ragione Artemisia, quando mi guarda come fossi un orso. Un po’ lo sono.

 

 

Dottor Cinalli, Andrea, carissimo, ben trovato! Ho davanti a me il tuo libro. La parte più difficile è convincere la gente che sia un bel libro. Te lo chiedo nella maniera più... più... Be’, te lo chiedo e basta: se dovessi presentare il tuo libro a un alieno, cosa diresti?

Dentro, fuori e intorno alla gabbia parla di due membri di differenti specie di alieni come voi che si innamorano. È un amore impensabile, il loro. Nessuno può crederlo possibile, proprio perché sono diversissimi. Questo li spinge ad agire di nascosto, senza che nessuno sappia mai niente.

 

Però... Vedo che la materia grigia non ti manca. E se dovessi parlarne agli umani? È difficile, lo so...

Dentro, fuori e intorno alla gabbia, Edizioni Croce,  è un romanzo che parla del bisogno di trovare un’ancora di salvezza in questo cazzo di mondo senza punti di riferimento né una vera bussola che sappia guidarti. L’ancora di salvezza di Matilde è Gaetano. Quella di Gaetano, Matilde. Il loro legame è l’unica cosa che li fa sentire vivi, protetti, sereni. Hai presente quel bisogno di trovare qualcuno che ti faccia sentire a casa anche se da casa sei molto lontano? Ecco, Matilde e Gaetano quando stanno insieme si sentono a casa. Questo amore nasce dove nessuno avrebbe potuto sospettarlo: fra una ragazza lesbica e un ragazzo gay, che insieme esplorano la bisessualità. Lo sfondo del romanzo è un’associazione LGBT fittizia romana chiamata “Gay Troop”, e i temi di contorno, che finisco per toccare attraverso le relazioni dei protagonisti con tutti gli altri personaggi, sono la depressione, l'omofobia e l’omogenitorialità. La struttura del romanzo ricorda un po’ quella delle moderne serie TV: ci sono due linee temporali che si intrecciano per quasi tutto il romanzo, mentre i protagonisti si raccontano in prima persona, ognuno nel proprio capitolo.

Per scrivere la stesura finale del romanzo – prima ho fatto un sacco di tentativi che non mi soddisfacevano – ho impiegato quattro mesi. Mi ritengo molto fortunato ad aver trovato quasi subito un editore che mi ha proposto un buon accordo di edizione senza chiedermi di sostenere spese. Di solito, si impiegano anni per trovarne uno.


Hai detto... comunità LGBT, giusto? Ecco, Artemisia ci tiene a queste cose. Io non so’ manco cosa vuol dire. Magari puoi illuminarmi, piccolo uomo?

La comunità LGBT l’ho conosciuta attraverso le associazioni LGBT. E le associazioni LGBT svolgono un lavoro egregio per il riconoscimento politico e legale dei diritti della comunità, per difendere i ragazzi in difficoltà che vengono cacciati di casa dopo aver fatto coming out. Ma io dopo averne frequentata una ho lasciato perdere perché credo che lottare solo contro l’omofobia significhi prendersela con la punta dell’iceberg. Credo che i mali dell’Italia siano più radicati e che l’omofobia, così come la xenofobia e la transfobia, ne sia solo un’espressione.

Io sono del parere che tutte queste piaghe sociali abbiano un’origine comune: il provincialismo. Ossia quella vigliaccheria, quell’incapacità o paura di esprimere quello che davvero si pensa e quindi quella tendenza a rifugiarsi nella frase fatta, che sembra cogliere l’essenza delle cose ma in realtà non coglie nulla, oppure a rifugiarsi in quello è già stato detto e ridetto e che è appunto diventato parola vuota, priva di concretezza. Il provincialismo è anche quell’incapacità di allontanarsi dal proprio modo di vedere le cose e comprendere davvero il punto di vista dell’altro, e anche in questo caso entrano in gioco diversi fattori: paura, stupidità, mancanza di educazione scolastica o umana (spesso la seconda, perché riguarda anche gli “istruiti”). Il provincialismo si può manifestare in ogni scelta quotidiana: nel modo in cui comunichiamo, nel modo in cui stiamo in mezzo agli altri. E nessuno è davvero immune a questo cancro. Anch'’io talvolta, troppo attaccato alla mia prospettiva, evito il dialogo con gli altri, perché tendo a non fidarmi, e mi dispiace.

I media italiani sono campioni di provincialismo e ipocrisia: loro – chi fa le fiction, chi fa giornalismo, chi fa varietà – dicono di rispecchiare gli italiani, ma da ex studente di comunicazione so benissimo che non è così; è la scusa dietro la quale si trincerano per continuare a fare quello che hanno sempre fatto, ossia coltivare la bruttezza e la volgarità, coltivare una comunicazione banale, priva di mordente ed efficacia; gli italiani, che questi media li assorbono, si sentono a loro volta legittimati a riflettere quei comportamenti e quegli stili di pensiero. Si è così creato un circolo vizioso e nessuno sa come uscirne.

Se devo soffermarmi un attimo sul rapporto fra fiction italiana e omosessualità, per essere più specifico, c’è da dire che alcune avevano personaggi gay. Un medico in famiglia aveva Oscar, I Liceali uno dei giovani protagonisti. Ma le tematiche LGBT, in mezzo a fiction con un linguaggio e un respiro da sagra di paese (e la donna che deve fare la brava moglie, e i figli che devono studiare sennò sono cattivi e ribelli e mannaggia, “l’uomo che deve fare l’uomo”), sai cosa sono? Il classico specchietto per le allodole. Un modo per illudere il pubblico che siano al passo coi tempi quando in realtà sono la solita messa della domenica (detta pure in un misto incomprensibile fra italiano e dialetto), e l’universo LGBT, ricco e variegato, in quel tipo di fiction è stato spesso appiattito e banalizzato perché potesse essere ricondotto all’immaginario tipico della famiglia italiana, della tavola imbandita, della povertà lessicale. Oggi, è vero, rispetto a quei prodotti un passo avanti verso l’agognata qualità cinematografica c’è stato, ma ipocrisia e provincialismo resistono: è stato proprio uno sceneggiatore a dirmi che nella sua fiction ancora in onda avrebbe voluto dare spazio all’omosessualità di uno dei suoi personaggi, ma non gli è stato permesso.

Lungi da me, poi, fare di tutta l’erba un fascio – ci sono sceneggiatori e giornalisti bravissimi, e io ne ho conosciuti – però ce ne sono anche molti di bigotti e provinciali: penso a un giornalista Rai molto celebrato che su Twitter ha criticato la scena di sesso gay a tre fra i personaggi della serie Netflix What/If, lamentandosi del fatto che fosse “inutile”, quando in realtà era chiaramente uno snodo fondamentale delle trame; penso anche a una sceneggiatrice conosciuta a Roma che rimase quasi sconvolta quando le parlai di un amore complesso come quello fra Carrie Mathison e Nicholas Brody di Homeland, o come quello fra Hannibal Lecter e Will Graham di Hannibal.

Se c’è, quindi, una battaglia che vale davvero la pena di combattere con tutte le proprie forze – per poter vincere tutte le altre – è quella contro i media italiani, e questa battaglia non consiste nel cambiare la lingua o nel riscrivere la cultura e i film fatti in passati, no: lo scopo di questa battaglia è portare i media italiani allo stesso livello di libertà, creatività e professionismo di quelli americani, che sono i veri maestri nella comunicazione. E questa battaglia richiede studio, pazienza, impegno, e anche fallimento, quello temporaneo che ti ricorda di restare sempre coi piedi per terra.


Perbacco, non avrei saputo rispondere meglio! Anzi, a dirla tutta, io non avrei saputo rispondere in nessun modo. Tu mi hai mostrato un mondo, ragazzo. Devo ragionarci... Ma in tutto questo, Andrea chi è? Chi è la persona che abita in te?

L’Andrea persona è schivo, ha un discreto ego (se non lo avesse non scriverebbe), vorrebbe sempre sfondarsi di carboidrati ma la voglia di vedersi bello e magro allo specchio (talvolta) glielo impedisce. È testardo, nel senso buono e nel senso cattivo. Vorrebbe tanto dalla vita ma è capace di accontentarsi di poco. Vuole molto bene agli amici, ma per farsene deve superare una forte diffidenza iniziale. È un tipo preciso e meticoloso solo nelle cose che gli interessano davvero, le altre le manda tranquillamente in vacca fregandosene di quello che gli altri potrebbero pensare.


Personaggino interessante. Sorrido diavolescamente! E l’Andrea scrittore? Perché non vorrai mica farmi credere che siete la stessa persona, vero?

L’Andrea scrittore è spesso attento e meticoloso, o almeno ci prova. Sa che l’unico modo per riuscire nella scrittura è non lasciarsi dominare dalla paura della pagina bianca e quindi la frega procedendo per tentativi finché non si ritiene soddisfatto. Vorrebbe avere il controllo totale di quello che scrive, essere il completo artefice di ogni successo o fallimento: per questo, un domani, nonostante le belle e soddisfacenti esperienze con gli editori non a pagamento, potrebbe valutare la strada del self-publishing professionale o dell’indie-publishing, come si dice oggi, ché fa più figo.

In generale, come scrittore, è abbastanza metodico, o almeno lo era prima del Covid: scriveva una cartella e mezzo al dì e poi leggeva romanzi per un’ora. Oggi non ha la pretesa di raggiungere un certo numero di caratteri e ci sono giorni in cui non scrive affatto. In ogni caso sta rispolverando il vecchio sogno di scrivere articoli, ma non lo farà più in veste giornalistica.

 

Le tue parole mi riecheggiano nelle orecchie. Perdonami, ho ancora tre quintali di legna sulla spalla. Ti ringrazio per la partecipazione e...

Voi, ricordatevi il romanzo di Andrea! Basta cliccare qui.

lunedì 19 ottobre 2020

"Love, Victor", la vendetta contro i vecchi teendrama

 
Victor si trasferisce in Atlanta dal Texas con la famiglia. E' gay, ma nessuno lo sa ancora. Nel nuovo liceo vorrebbe iniziare ad essere se stesso, ma quando gli chiedono se in Texas abbia una ragazza ad aspettarlo il coraggio gli viene meno e rimane intrappolato nelle vecchie bugie.
E' così che comincia "Love, Victor", il teendrama spin-off del film "Tuo, Simon" ("Love, Simon"). Il tono e le atmosfere non sono diversi da quelli dei teendrama dei primi anni 2000: i dialoghi sono estremamente puliti (non vola nemmeno un "fuck"), le situazioni famigliari rispecchiano dinamiche cui già ci ha abituati "The O.C.", la fauna scolastica si divide ancora fra popolari e sfigati. L'unico punto di rottura con quel vecchio modello di teendrama è l'omosessualità del protagonista. Nel 2000 era impensabile un protagonista gay. Quella di Marissa Cooper, in "The O.C.", per esempio, fu solo una parentesi circoscritta: sapevamo tutti che sarebbe tornata dal macho e sexy Ryan Atwood. Mentre Willow in "Buffy l'ammazzavampiri" e Jack in "Dawson's Creek", pur essendo personaggi di un certo peso, non erano i protagonisti dei loro show.
L'omosessualità del teenager protagonista (interpretato da Michael Cimino) è quindi il cavallo di battaglia di questa serie che altrimenti sarebbe stata uguale a tutte le altre, e l'esplorazione che il telefilm fa dei suoi dubbi e delle sue ambasce è attenta e mai scontata: conoscendo una bella compagna di scuola, Victor inizia persino a dubitare che il suo cuore possa palpitare solo per i ragazzi; gli ci vuole la possibilità di finirci a letto per rendersi conto che il suo modo di convincersi che gli piaccia sia solo un tentativo per tenere a distanza la verità e rimandare il giorno in cui la fronteggerà a muso duro. 
Se Victor è un personaggio combattuto, gli altri personaggi, invece, sono l'incarnazione dei soliti cliché: il belloccio, la Reginetta del ballo, l'amico sfigato. Elementi che rimandano ai vecchi teendrama, come dicevo, ma questo tuffo nella serialità passata non sembra per niente casuale: è come se gli autori Isaac Aptaker ed Elizabeth Berger volessero risarcire la comunità LGBT della scarsa visibilità che ha avuto su quel tipo di televisione e restituirgli la dignità che gli è sempre stata negata.
"Love, Simon", il film da cui è stata derivata la serie, non aveva uno scopo così nobile: raccontava l'omosessualità nascosta del protagonista, ma di un protagonista che viveva in una famiglia aperta e liberale, attorniato da amici buoni e di larghe vedute; sono state le reazioni fredde di alcuni spettatori che avrebbero voluto un conflitto più duro fra il protagonista e la realtà attorno a ispirare il telefilm.
I legami fra serie e film, che comunque ha avuto un discreto successo, sembrano determinati più che altro da logiche di marketing: è vero che "Love, Victor" non si limita solo a riproporre un titolo simile e che offre anche camei - prima solo vocali, poi pure fisici - del protagonista del film, ma questi incidono debolmente sulle trame e la serie avrebbe funzionato anche con un altro titolo. Il viaggio di Victor alla scoperta di se stesso sarebbe stato addirittura più realistico se, invece di confrontarsi via messaggio con Simon Spier (Nick Robinson), avesse dialogato nel corso degli episodi con la pagina bianca di un diario o con gli utenti di un blog. 
"Love, Victor" ha debuttato negli Stati Uniti lo scorso 17 giugno sulla piattaforma streaming Hulu. A plaudirlo sia pubblico che critica: su imdb.com ha un punteggio di 8,1 su 10, su Google ha un indice di gradimento del 96%. Chissà se dalle nostre parti verrà accolto con lo stesso love.






giovedì 1 ottobre 2020

Articoli non pagati: confessioni di un ex aspirante giornalista

 

Spesso ai giovani che vogliono intraprendere una professione si consiglia di darsi da fare senza mai lamentarsi. Perché se uno si lamenta può apparire come un "tipo difficile" e può quindi perdere molte occasioni di lavoro. A me non sembra giusto. Meglio tacere e abbassare la testa per raccogliere un pugno di briciole (se ci sono) o farsi rispettare pretendendo correttezza, trasparenza e onestà? Spesso, la necessità di farsi rispettare viene scambiata per mancanza di umiltà, ma questo suppongo accada a causa di quella gravissima forma di arretratezza culturale (tutta italiana?) secondo cui i vecchi (o i più grandi) sono detentori del sapere e del buon gusto, quindi meritevoli di ogni riguardo, e i giovani alle prime armi sono delle capre che devono rispetto e obbedienza. Io per anni tenni la testa china e collaborai con testate giornalistiche in silenzio, e non ottenni quasi nulla. Cominciai a pubblicare articoli su giornali e riviste a sedici anni perché credevo di guadagnarmi un vantaggio sugli altri, perché credevo che prima degli altri sarei riuscito a realizzare i miei sogni. Ma, invece di un traguardo, prima degli altri ebbi un crollo nervoso. All'età di ventidue anni avevo scritto già per tredici testate, e solo in pochi casi fui pagato. Qui parlo di alcune mie esperienze di collaborazione, le più significative, quelle che meglio sintetizzano lo stato delle cose.

Anni fa conobbi di persona una giornalista con cui avevo già collaborato per un quotidiano online e di cui avevo grande stima. Mi disse che per il suo nuovo giornale ci sarebbe stata la possibilità di ottenere il patentino da pubblicista, che presto avrebbe iniziato a retribuire ("al momento ci stiamo attrezzando") e mi chiese se avessi già delle ritenute d'acconto per collaborazioni precedenti (le avevo). Io accettai entusiasta di collaborare, pensavo che quella fosse davvero la svolta, che avrei finalmente guadagnato qualcosa e ottenuto l'iscrizione all'albo. Non chiesi subito i dettagli specifici sui pagamenti, decisi di fidarmi perché era una figura amica: se mi aveva detto che presto avrebbero iniziato coi pagamenti e il percorso da pubblicista, voleva dire che era vero. Mi accorsi presto, però, che al giornale non si imparava niente: mi capitò che un pezzo venisse bocciato ottenendo come spiegazione "per un altro giornale sarebbe andato bene, per noi no." In due mesi scrissi poco meno di una decina di pezzi, perché ero impegnato con i corsi e gli esami universitari ed ero in attesa di una retribuzione che giustificasse un impegno maggiore per il giornale (anche per i miei genitori che mi pagavano gli studi), ma quando chiesi alla giornalista della possibilità di ottenere quel tesserino, facendo presente che i pagamenti richiesti dall'Ordine regionale all'epoca erano già da tempo lievitati a 3000 € tanto per vedere se fosse informata e ci fosse ancora la disponibilità mi fu risposto: "Ma è una cifra enorme, nessun giornale può permettersi una cifra simile per aiutare un aspirante pubblicista. Però noi ci siamo." Loro c'erano. Come, non l'ho mai capito. Pieno di delusione e sentendomi preso in giro, ma non volendo discutere con la giornalista, alla quale stupidamente tenevo ancora come figura amica, ho addotto una scusa e ho smesso di collaborare. Quella delusione divenne rabbia quando anni dopo, ritrovatomi di nuovo con lei a collaborare a un altro giornale (non suo), cercando di chiarire la questione, mi spiegò: "Ci sarebbero voluti almeno tre anni perché il giornale si consolidasse nel panorama cittadino, poi avremmo iniziato a pagare. Sono sicura di avertelo detto." Non solo, quando riprendemmo il discorso dei pagamenti, mi chiese pure a che titolo chiedevo dei pagamenti. Per lei, non avevo neanche diritto di sapere se sarei stato pagato oppure no. A ventidue anni questa vicenda mi mandò in depressione.

Nell'ultimo anno di liceo scrivevo per un sito dedicato alle serie tv che presto sarebbe diventato testata registrata in tribunale. L'accordo, col giornalista che sarebbe diventato il direttore responsabile, era che avrei scritto tre recensioni a settimana, più alcune news, e che in cambio avrei ottenuto 50 € mensili in modo che dopo due anni di collaborazione avrei raggiunto una quota di circa 1000 € e finalmente avrei potuto prendere il tesserino da giornalista. Col direttore responsabile e il caporedattore ero d'accordo che la collaborazione avrebbe avuto inizio quando sarebbero stati pronti con l'iscrizione al tribunale e le retribuzioni, tuttavia mi venne chiesto di iniziare a scrivere quando il giornale non era ancora testata registrata. Poiché mi era sembrato brutto rifiutarmi - in fondo loro mi vogliono aiutare, vogliono realizzare il mio sogno - iniziai a scrivere. Ma passarono le settimane, passarono i mesi. Scrissi, scrissi, scrissi. E non ottenni nulla. Un giorno, mi decisi a scrivere al sedicente direttore responsabile, riferendogli che nel frattempo avevo trovato un altro giornale che avrebbe potuto darmi una mano col patentino (altra brutta storia) e chiedendogli se fossero pronti con le retribuzioni. Mi arrivò per sbaglio un suo SMS destinato al caporedattore. Il messaggio recitava così: "Cinalli secondo me bluffa. Dice di aver trovato un altro giornale. Questo vuole essere pagato, che facciamo?" Chiamai il direttore e gli feci presente che il messaggio era arrivato a me. Lui ridacchiò, disse che lo voleva inviare proprio a me per vedere la mia reazione. La mia reazione fu chiudere la chiamata e interrompere ogni rapporto. Imparai che spesso i capi oltre a non essere seri non hanno 'manco la dignità. 

Sempre nell'ultimo anno di liceo iniziai a scrivere di tv per una testata online abruzzese. Ero il critico televisivo della redazione, i miei pezzi finivano in prima pagina. Avevo una rubrica settimanale con la pagella del meglio e del peggio in televisione e scrivevo recensioni e riflessioni. Mi piaceva la grafica, mi piaceva come i miei articoli risaltavano sul giornale. Ma questo dopo un po' non mi bastava più. Volevo essere pagato e iscrivermi all'Ordine, così chiesi al caporedattore (avevo contatti solo con lui) se c'era questa possibilità. Lui mi disse di sì e chiese a me come potessi conseguire il tesserino, cosa occorreva perché succedesse (lui non era iscritto all'albo). Glielo spiegai, parlammo senza definire subito i dettagli, rimandandoli a una conversazione ventura. Nel frattempo mi chiese di aprire un blog su Wordpress, i cui pezzi - mi spiegò - sarebbero apparsi direttamente sul giornale, così che non dovessi aspettare ogni volta che lui li pubblicasse. Ma sul blog pubblicai un articolo, due articoli, tre, quattro. Sul giornale non apparve nulla, però il caporedattore - che nel frattempo non aveva detto più nulla sulla questione tesserino - continuava a insistere a farmi scrivere lì. "Se continui a pubblicare, appaiono.", proprio così disse, anche se suonava come un invito della fatina del dente. Dopo circa una decina di pezzi mi son fermato perché non solo non erano apparsi sul giornale ma il caporedattore aveva smesso di rispondere alle mie mail. Lo congedai con una mail piccatissima. 

Umiliato, preso in giro, non pagato. Suppongo che altri aspiranti pubblicisti, che magari il tesserino l'hanno pure preso, abbiano subito di peggio. Probabile. La conseguenza di tutto questo è che oggi mi è difficile fidarmi di chi dice di volermi dare un'opportunità e farmi crescere. Quasi sempre mi chiedo dove sia la fregatura che prosciughi quel poco di orgoglio e quel poco di autostima che mi sono rimasti. E voi quante fregature avete incontrato lungo il vostro percorso professionale?