martedì 11 settembre 2018

"Atypical 2", il tipico family drama


da Linkiesta.it

Ci sono serie che a guardarle resti affascinato per l’opulenza di sfumature narrative e altre, di ambizioni più modeste – vuoi perché prigioniere di un formato tradizionale come la sit-com, vuoi perché incistate nell’offerta generalista di un grande network – che strappano appena un sorrisino. Il sorrisino sboccia proprio con “Atypical”, la serie tv da poco debuttata con la seconda stagione, che non è né ingabbiata nella comedy vecchio stampo né arriva da una rete pubblica che carezza tutti senza soddisfare nessuno (è su Netflix).
“Atypical” racconta i continui processi di adattamento di una famiglia attorno alle esigenze mutevoli e cangianti del figlio piccolo affetto da autismo. Il nerbo narrativo è dunque encomiabile, ma è tutto così pulito e immacolato da scatenare dubbi circa la capacità autoriale di maneggiare un genere, quello della commedia, mai così duttile come oggi. Oggi che il regno della risata si impregna di dark unendo pianto e sorriso, stanando piccoli scorci di realismo a zonzo per l’America (è quello che fanno “Girls”, “Atlanta”, “Love”), “Atypical” rimane attraccata a un plastico lindore formale. I tre personaggi attorno al protagonista - madre, padre, sorella - hanno un bel carico di conflitti interiori – chi affronta la scuola nuova, chi il mostro della solitudine – ma queste piccole lotte mettono il vestito del silenzio pacificante per non increspare i tormenti del protagonista autistico. Se rabbia e nervosismo debordano, se li portano via gli abbracci e le succinte chiose di chiarimento, senza lasciti e rigurgiti.
Un minimo di speranza sembra germogliare con la linea orizzontale di questa season 2: il rapporto da rabberciare fra mamma e papà dopo il tradimento di lei. Ma il gioco degli sguardi che si riaprono alla serenità e i contatti fisici che si prolungano oltre la soglia del ritrovato sentimento già fanno capire che l’approdo della stagione sarà un ricongiungimento, nel pieno rispetto di questa pacatezza di struttura e toni che non vuole turbare niente e nessuno.
Spiace perché si poteva fare di più. Il manualetto sull’autismo poteva diventare vessillo di un tragico eroismo che scavalcasse confini sociali e psicologici per rendere chiaro a tutti, con la chiave della complessità e dello sfumato che accoppia bianco e nero in un grigio sincero e veritiero – come riesce alla serialità d’oggi –, il buono e il brutto di una condizione che si porta dietro ancora un granitico strascico di pregiudizi e ignoranza. Avrebbe potuto essere un “Rain Man” formato famiglia che collocasse tutti i personaggi su equilibri traballanti senza riparare in trovate zuccherose sempre e comunque, senza il gusto del preconfezionato e il sapore rancido delle emozioni un tanto al chilo. Poteva essere un amalgama più vissuto di punti di vista. Un concentrato di colori e tribolazioni vere. Di chi lo vive, l’autismo, e di chi gli sta attorno, con amore. È venuto un prodotto tradizionale e commerciale quando invece poteva essere atipico.

giovedì 5 luglio 2018

Cronaca di un tramonto romantico (racconto)



Timothy insisteva ad accendere la sigaretta col fiammifero. Ma ogni volta che ci provava la fiammella grattava la brace senza attecchire. Io ridevo per come si arrabbiava. Aggrottava le sopracciglia e riprovava con un altro fiammifero, quasi fino a esaurire la confezione. Linda che ci osservava dalla riva con un largo sorriso ci raggiunse sul molo e gli porse un accendino rosa coi bordi dorati.
“Grazie”, le fece Timothy con l’accento strascicato del Sud, a imitare un attore del quale non ricordavo il nome. Tirò una lunga boccata e soffiò il fumo verso il cielo. La nuvoletta, per un po’ accarezzò l’ambizione di assurgere in alto e contendersi il cielo con le altre, ma si disfece poco dopo essersi levata sopra le nostre teste.
Linda ci guardò con lo stesso sorriso curioso che aveva sulla spiaggia. Sembrava volesse sapere qualcosa, ma non avesse il coraggio di formulare domande. Poi la lingua sgusciò fuori e un colpetto di tosse annunciò che le parole si stavano mettendo in movimento. “Quindi voi due…”
Io e Timothy ci scambiammo un’occhiata. “Noi due…” A Timothy piaceva vedere le persone impantanate nell’imbarazzo. Poteva concludere la frase, confermare che io e lui non eravamo più speranze in conflitto nell’arena degli appuntamenti furtivi, ma una coppia vera, braccia allacciate e bocche che si cercano e si trovano. Ma così non avrebbe potuto godere dei tentennamenti che si aprivano in mezzo a ogni sua parola.
Quando Linda fu sul punto di abbrustolire nel rossore acceso sulle guance, con le parole che le si arrampicavano l’una sull’altra per ridarsi un tono e una dignità – “Ah… scusate… è che io pensavo…” – decisi di essere clemente. “Linda, non ti sbagli. Io e Timothy stiamo insieme.”
Timothy scoppiò a ridere. Per poco non si fece sfuggire la sigaretta tra le dita, con l’occhiolino luminoso della brace che splendette di panico.
Linda sospirò di sollievo, una mano sul petto. “Stronzo, pensavo di aver fatto una figura di merda.”
“Oh, tranquilla. La figura di merda l’hai fatta lo stesso…” Timothy le scatenò contro lo stesso sorriso beffardo che aveva rivolto a me per ogni scintilla di dubbio che mi vibrava negli occhi quando, nell’infittirsi dei nostri incontri, mi domandavo se fosse davvero lui la persona giusta per me. Linda, per contro, gli andò addosso con le sue braccine filiformi accanendosi sui bicipiti muscolosi.
Era una bella scena. La guardai con intensità, accludendo, nello sguardo, anche il giallo opaco dell’unghia di spiaggia che grattava l’azzurro del mare alle loro spalle. Scattai una fotografia mentale. Se un giorno fossi tornato a visitare il ricordo di quella gita, quella sarebbe stata la prima immagine a fioccare.
“E adesso? Progetti per il futuro?” Ancora curiosità nello sguardo di Linda. Iniziavo quasi a pensare che non si sarebbe spenta finché non avesse trovato il modo di infilarsi nella nostra intimità. “Per il momento viviamo così, alla giornata. C’è ancora tempo per decidere…”
Parve delusa. Osservò il volto di Timothy per cercare un baluginio di contrarietà, ma invece vide solo una granitica compattezza di intenti. Annuì. “Fate bene ad andarci piano.”, disse senza davvero pensarlo. Frullò le dita a mo’ di saluto e si allontanò, mentre le assi del molo le ricordavano impietose quanti chili avesse messo su negli ultimi mesi.
Timothy tirò ancora una lunga boccata dalla sua sigaretta e mi guardò. “Facciamo bene ad andarci piano?”
Feci spallucce. Non ero pronto a questa domanda. Di tutte quelle che avrebbe potuto rivolgermi – sul disco luminoso del sole che calava e la meraviglia che sprigionava, sull’aria umida e il bisogno di scaldare la pelle intirizzita, sulle nuvole che si accalcavano sopra le nostre teste minacciando un acquazzone, su un furioso tumulto peristaltico che il cibo scadente aveva messo in moto – questa era in fondo alla lista. Le prime parole che salirono alla bocca erano echi di un talk televisivo sulla vita di coppia. “E’ necessario andare cauti, tastare bene il terreno prima di piantare le tende.” Solo un sospiro dopo, quando ebbi raccolto idee a sufficienza, gli ricordai che le esperienze passate si erano arenate contro un muro di realtà popolato di crepe caratteriali e famigliari dopo tante promesse entusiastiche. Quando le braccia dell’altro sembravano un posto sicuro, fioccava una bugia o un rigurgito di passato a calpestare l’equilibrio. Per questo era necessario esplorare tutti i contorni delle nostre personalità e vedere se i bordi aderissero davvero, prima di muoversi verso direzioni importanti.
Timothy alla fine del discorso annuì solenne e venne ad abbracciarmi. Gli misi il naso fra collo e spalla e aspirai forte un profumo che non mi capitava mai di sentirgli addosso. “Cos’è, Chanel numero cinque?” Lui sghignazzò. No, era un dopobarba che gli aveva regalato suo padre. Lionel – lo chiamava per nome, non era degno dell’affetto che impregnava la definizione di papà – non era avvezzo a fare regali giusti e opportuni. Non si adeguava mai alla ricorrenza, si lasciava guidare da un gusto scialbo maturato in una vita zeppa di rigori distante dai piaceri. I suoi regali o erano calzini di una taglia extra, ai compleanni, o orologi di finto acciaio, ai traguardi scolastici. Quella volta, in occasione di una promozione lavorativa che io non avevo potuto festeggiare – ero impegnato a inseguire la mia, di promozione, assecondando le richieste di un capo che portava al guinzaglio altri giovani tirocinanti come me – gli aveva regalato un appropriato dopobarba che non aveva ancora avuto l’occasione di provare. “Mmm… buono. Mettilo più spesso.”, gli suggerii nell’orecchio.
Gli strinsi la mano e lo condussi alla terra ferma, dove Linda, insieme alle altre ragazze, cercava di trovare una combinazione appena sopra i limiti del commestibile fra le salse e i cibi sparsi nelle rispettive borse frigo per la cena. Mi offrii di dare una mano, ma tre paia d’occhi s’appuntarono su di me lucidi di furore, così stappai una Pepsi e, divaricando indice e medio nel segno della pace, mi allontanai alternando passi e sorsate. Timothy era rimasto sulla battigia, con la schiuma delle onde che eseguiva carezze seducenti sui suoi piedi. Aveva lo sguardo riflessivo di chi abbraccia tante idee e non si posa su nessuna in particolare. Mi avvicinai piano alle sue spalle, aggrappandolo per i fianchi con abbastanza foga per godermi prima il suo sguardo di allarme e poi il lento sfumare nella serafica pace di sempre. “Sarà sempre così tra noi? Prima mi spaventerai e poi mi accarezzerai?” Ci misi un po’ per trovare una nota di ironia. All’inizio mi sembrò l’avvio di un interrogatorio camuffato da domanda semplice e genuina. Fu il suo sorriso largo a darmi un indizio di sarcasmo.
Anche Greg arrivò alle nostre spalle e ci batté pacche sulla schiena. “Come andiamo?”
“Bene. Tu?”
“Fantastico. Le ragazze stanno preparando dei tramezzini pazzeschi.” Mi girai verso di loro, ma vidi Linda alle prese con un tubetto della maionese e la faccia disgustata, Mandy che rovistava in un sacchetto delle patatine e ne deponeva una manciata su delle fette di pane e Clarissa che affettava del pomodoro sulla copertina rigida di un libro.
Greg attaccò a parlare di football. Commentò le imprese di un giocatore e mimò le mosse più importanti con le mani, mentre Timothy approvava sottolineando con ancora più fervore quanto fosse stato bravo in quei punti della partita quando tutti gli avversari gli davano addosso e sembrava che i suoi compagni avessero smesso di stargli dietro. Per un po’ mi piacque vedere come quel rimbalzo di opinioni gonfiava gli entusiasmi, poi quando parve attenuarsi e riprese ritmo spostandosi sulle prestazioni di un altro giocatore, alzai gli occhi al cielo e mi allontanai.
Mi girai di nuovo verso le ragazze. Controllai se avessero bisogno di me. Ma sembrava che Clarissa avesse imparato a dominare i pomodori e che Linda, maneggiando barattolini e confezioni con precisione chirurgica, avesse trovato l’alchimia fra gli ingredienti. Così mi incamminai verso la macchia di alberi dalla quale era venuto Greg. La vegetazione che circondava il lido constava di cespugli crespi che abbracciavano le palme e sputacchi di fiori che su cuscinetti di sabbia cavalcavano il ritmo delle folate di vento. Non c’era nulla che valesse davvero la pena di osservare. E allora come mai Greg aveva passato qui buona parte della giornata?
Il fusto di un albero recava una scritta che sulle prime non riuscii a interpretare. Dovetti cambiare angolazione e ruotare di tre quarti la testa perché la luce morente del giorno mi fosse di qualche aiuto. Qualcuno aveva inciso un cuoricino attorno alle lettere “G” e “T” separate dal segno del più. Una vampata di rabbia, fulgida e dirompente, mi si accese al centro del petto e tracimò su tutto il corpo. Faticai a rimetterle gli argini del raziocinio. Pensai che G fosse Greg e T fosse Timothy. Dopotutto, una delle regole principi della nostra relazione era la possibilità di intingersi in altri rapporti sessuali, purché brevi e con partner sempre diversi. Ma era stato lo stesso Timothy a pretendere che quelle effimere casualità in cui la libido sarebbe incespicata non fossero amici o conoscenti. “Se no, complica tutto.”, aveva sottolineato lui, con aria allarmata.
No. Sebbene un residuo di sospetto non mi permettesse di abbandonare del tutto l’idea, sapevo che non potevano essere loro. Non dovevano.
Arretrai verso la spiaggia con un passo calmo e disteso che non diceva nulla del guazzabuglio di pensieri in testa. Solo la mano, pizzicata da un lieve tremore, era una macchia nell’apparenza di serenità.
Il profumo di dopobarba che fiutai addosso a Greg, che mi abbracciò alticcio con una birra in mano, mi catapultò sul versante opposto del dubbio. A quel punto fu l’istinto a prendere il comando. Gli sfilai la bottiglia di mano e gliela spaccai in testa. Il mozzicone di vetro che mi rimase in mano lo immersi nel petto glabro di Timothy, mentre le ragazze abbandonarono i preparativi della cena e venivano a gridarmi, orripilate, che pazzo psicotico fossi.


lunedì 11 giugno 2018

Ironie cinefile

Salve, bella gente. Giovedì sono stato ospite di due grandi blog cinematografici: Pensieri Cannibali e White Russian. Invitato dal giornalista Marco Goi, ho sparso ironia cinefila sul web commentando i film in uscita. Enjoy!

JURASSIC WORLD – IL REGNO E’ DISTRUTTO

Andrea: Un film sui dinosauri? Un altro? Ma non si erano estinti? Non amo il genere. Il mio unico contatto coi dinosauri è stato Terra Noia… ehm, Nova e non è andato oltre la puntata pilota. Cos’altro c’è da dire sui dinosauri? Niente più di quanto si sia già visto: i soliti ‘argh’, le solite zanne, le solite rincorse. Ma sicuramente qualcosa di interessante può offrirla Chris Pratt, l’attore protagonista. E no, non la sua interpretazione. Ma che pensate, maiali? Mi riferisco ai pettorali scolpiti.
Cannibal Kid: Non è che fossi molto appassionato di Jurassic World, negli anni '90. Sarà che non ho mai avuto la passione per i dinosauri e le cose jurassiche in generale, Ford compreso. Il primo recente Jurassic World però a sorpresa non mi era spiaciuto affatto, o se non altro non mi aveva distrutto le palle dalla noia. Questo sequel non troppo richiesto riuscirà a bissare? Non ci giurerei troppo, ma credo potrei fare uno sforzo. Più per Bryce Dallas Howard che per Chris Pratt, a dirla tutta.
Ford: nel corso degli anni novanta, a sorpresa come Cannibal, non ero un grande fan del brand "Jurassico" inaugurato da Spielberg, eppure il recente Jurassic World mi aveva divertito parecchio. Questo nuovo capitolo, oltre ad apparire una tamarrata degna del Saloon, potrebbe divertire molto anche il Fordino, dunque ben venga, Pratt o Dallas Howard che sia, seppur per diversi motivi.

MALATI DI SESSO
Andrea: Stavo pensando di esordire con “Oh, interessante.” Poi mi sono accorto che il film è di provenienza italica e munito di tutte le protezioni del caso – non voglio mica beccarmi la malattia dell’italianità vuota e stantia che appesta tanto cinema e serialità nostrani – sono andato a letto col trailer. Nel senso che l’ho visto sul pc accovacciato fra le lenzuola spiegazzate perché i resti di un’antica cena hanno monopolizzato il tavolo della stanza e minacciavano di prendere vita. Mi ha eccitato? Mi ha reso malato di sesso come un simile titolo sembra promettere? No. È più sexy l’alluce scarnificato della vecchietta in ciabatte che incontro sotto casa di tutto il cast, di tutta la confezione registica e di tutto il comparto autoriale (ma perché qualcuno ha scritto questa zozzeria che zozza non è?). Immancabile la canzone americana, di cui, sebbene famosissima, mi sfugge il titolo: un modo tutto italiano per spruzzarsi addosso un po’ di figaggine. Dal momento che i nostri film e le nostre serie perlopiù ne sono privi in senso drammaturgico, allora basta sbatterci sopra un brano degli U2 o dei R.E.M. e sei in pace col lato cool e profondo di te.
Cannibal Kid: I poster scopiazzati da quelli di Nymphomaniac del solo e unico Lars von Trier non sono certo il massimo dell'originalità, considerando che la stessa idea era già venuta qualche annetto fa a quelli di Smetto quando voglio. La canzone usata nel trailer, per sciogliere il dubbio di Andrea, è la più che piacevole “Spirits” degli Strumbellas, che mi pare piaccia anche a Ford. Pure questa però non è un'idea di primo pelo, visto che ad esempio l'aveva già sentita suonare nel trailer de Il sole a mezzanotte, se non ricordo male. Il tema trattato è interessante, ma lo svolgimento rischia di essere tutt'altro che fenomenale o anche solo un minimo imprevedibile. L'unico dubbio che ho è: nella clinica per malati di sesso, i protagonisti incontreranno anche Harvey Weinstein?
Ford: il sesso ci sta sempre, e quando è sfruttato bene in un film per quanto mi riguarda si va alla grande. Peccato che in questo caso si tratti dell'ennesima poracciata italiana dalla quale girerò alla larga neanche fosse un alluce scarnificato di vecchietta. O, per dire, un Cannibal Kid.

TITO E GLI ALIENI
Andrea: A proposito di italianità… questa di Tito e gli Alieni però è un’italianità che non mi spiace, è un’italianità che almeno a parer mio sembra fresca e genuina e vada coltivata. C’è un’ironia buona, che gioca coi vizi e gli stereotipi, ribaltandoli, facendoli fare il can can e la doppia giravolta, non il sarcasmo spicciolo rubato dai discorsi della nonna su come si fa il brodino e guarda ti sei fatto sulla maglia una macchia a forma di pisello, attento a non scivolare sulle bucce di banana e guarda che zoccola. Ovviamente potrei sbagliarmi, eh. Spero che l’ora e mezza di film non mi sbugiardi. Pena, rapimento da parte degli alieni.
Cannibal Kid: C'è Valerio Mastandrea, e quindi per me è sì. Non che sia l'attore migliore del mondo o anche solo d'Italia, però (quasi) sempre sceglie dei progetti interessanti, o se non altro che a me piacciono parecchio, dai film di Virzì a Perfetti sconosciuti, passando per La felicità è un sistema complesso, Fiore e la serie La linea verticale. Questo Tito e gli alieni inoltre dal trailer si candida a potenziale gioiellino. Basta solo che non si riveli la solita robetta buonista buona per Ford.
Ford: robe italiane giuste ne escono davvero poche, e questo Tito e gli alieni, nonostante il tito(lo) agghiacciante, pare rientrare nella categoria. Lo spero davvero, perchè Mastandrea mi è sempre piaciuto ed i progetti alternativi made in Terra dei cachi, se ben gestiti, non hanno nulla da invidiare a quelli oltreoceano che, come dice a sproposito Cannibal, incenso per partito preso.

L’ATELIER
Andrea: E veniamo ai francesi. I francesi non è che filmicamente li frequenti tanto – ma un bel francesino occhi azzurri e boccuccia sottile attendo con ansia di incrociarlo. Da quel poco che la mia percezione cinefila, ma più telefila, ha annusato qui e lì penso che i francesi abbiano buon gusto per l’estetica, siano molto raffinati e spesso questa raffinatezza tracimi in arte. A volte, però, come è accaduto con Les Revenants si chiudono così a riccio nelle loro confezioni filmiche algide e altezzose che non sanno toccare le corde dello spettatore che in sala si predispone a farsi stuzzicare. Un po’ come farsi bello per il proprio maschietto e non venire filati ‘manco di striscio. Va bè, spero che la relazione con L’atelier almeno sia più… proficua.
Cannibal Kid: Io invece del cinema francese, da buon radical-chic terminale quale sono, penso il meglio. Non sempre, eh, però spesso. L'atelier è il nuovo lavoro diretto da Laurent Cantet, il regista del notevole La classe, quindi clamorosamente potrebbe mettere d'accordo in positivo sia me che Ford. E non è mica roba da tutti. Certo non da tutti i francesi, considerando che il mio blogger rivale in genere li detesta.
Ford: in genere detesto i francesi almeno quanto Cannibal Kid, ma Cantet è una piacevolissima eccezione, autore di uno dei miei film d'oltralpe preferiti degli ultimi dieci anni, La classe. Questo L'atelier forse non si adatta altrettanto bene agli argomenti fordiani classici, eppure mi sento di dare fiducia ad uno dei pochi nomi del panorama cinematografico mondiale che, e Andrea sarà testimone, riesce a mettere d'accordo i due rivali numero uno della blogosfera.

DIVA!
Andrea: Mi sembra un’operazione interessante. Un film a metà fra fiction e documentario con una manciata di attrici moderne che provano a ripercorrere i vissuti di Valentina Cortese, che – faccio mea culpa – non sapevo ‘manco chi fosse prima di sentir parlare del film. Il film sembra fatto con le migliori intenzioni… ma riusciranno le attrici di oggi a reinterpretare un volto che, apprendo solo ora – sì, sono vissuto in un pianeta fatto di sole serie televisive U.ES.EI e bei ragazzi –, è scolpito nel cinema italiano? Qua c’è il rischio cagna maledetta… Sarà forse un caso che nel cast ci sia anche Carolina Crescentini?
Cannibal Kid: Avevo sentito parlare di questo Diva! perché era stato premiato con un Nastro d'Argento al miglior docufilm, però non è che mi ispiri troppo. Come operazione sulla carta sembra anche interessante, ma nella pratica a vedere il trailer mi sembra un lavoro ad alto rischio sbadiglioso. Insomma, io ho intenzione di fare la diva di turno che se la tira e questo film lo guarderà soltanto se qualcuno mi pagherà profumatamente per farlo.
Ford: io non credo di avere le movenze, lo stile e la classe di una diva, ma purtroppo ancora una volta questa settimana mi tocca concordare con Peppa Kid rispetto al rischio noia di un'operazione che potrebbe anche rivelarsi interessante. A questo punto manderei in avanscoperta Andrea, in modo che possa sdebitarsi con noi dell'ospitata!

RESPIRI
Andrea: Apparentemente sembra un thriller ben fatto, almeno stando a quel pochetto che ho visto nel trailer, un pochetto però senza dialoghi… e questo mi dà da pensare. Ho il timore che se gli attori aprissero bocca le atmosfere cupe da thriller si riconvertirebbero in una chiassosa sagra della porchetta con tanto di banda e ‘annunciaziò’ del sindaco. Forse è questa la paura su cui vuole fare leva il film…
Cannibal Kid: Il timore sollevato dall'attento Andrea mi ha fatto mancare il respiro, molto più di quanto non sia riuscito a fare il trailer di questo poco invitante thriller. E mi ha toto il respiro quasi quanto una recensione strampalata uscita dalla mente malata di Mr. Ford.
Ford: non trattenete il respiro nell'attesa che decida di guardare questo film. Tranne Cannibal.

LA TERRA DELL’ABBASTANZA
Andrea: Per la serie ‘spenna il Saviano dalla cacca d’oro’, ecco un altro film legato a Napoli e agli ambienti della mafia. Sì, la prospettiva è diversa. Stavolta è il boss a venire ucciso dagli innocenti e bla bla bla. Però io ho come l’impressione che sia tutta un’enorme operazione commerciale, chiaramente di pregio, che accontenta le tasche dei produttori e le penne dei critichi, che così possono vergare elogi di caratura letteraria sentendosi un po’ Dante e un po’ Manzoni, come piace fare a me coi miei telefilms. Per me, è nì.
Cannibal Kid: Per me, è un no sonoro. La stessa risposta che do di default a qualunque domanda o richiesta di Ford. E per questa settimana, con i poco promettenti filmetti della settimana, direi che è abbastanza.
Ford: io mi dico abbastanza sicuro che eviterò anche questo film come la peste. O come Cannibal.