mercoledì 14 novembre 2018

Le mie scene cult - Puntata 2

Nuovo appuntamento con la rubrica settimanale meno attesa della storia del blogging. Ecco una nuova selezione delle scene seriali che mi hanno tenuto incollato a Youtube sottraendomi alle mie scritture fallimentari. Enjoy, oppure no. La prima puntata here.

1. SIX FEET UNDER (Series Finale)
Un'emozionante partita fra la vita e la morte nei minuti che chiudono la serie. Sfondo musicale affidato a Madama Sia.

2. THIS IS US (2x14)
Sempre in tema di morte. La dipartita del personaggio cardine giostrata con l'abilità di un grande romanziere. Ebbravo Fogelman.

3. HALT AND CATCH FIRE (Series Finale)
Investire energie e passione, fallire e ricominciare. Una delle scene finali della serie che ha fatto dell'ostinazione e della perseveranza (anche in campo sentimentale) i suoi temi portanti. Giù il cappello!

4. BUFFY L'AMMAZZAVAMPIRI (Series Finale)
Il più bel discorso di incoraggiamento che si possa sentire. Soprattutto se ci si accinge a combattere il Primo e il suo esercito di uber-vamp.

5. QUEER AS FOLK (2x03)
Il protagonista affronta i suoi traumi in una riuscita coreografia scenica, un rallenty moderato e un brano che insieme compongono anche una metafora visiva del conflitto sociale cui, nella vita, si affaccia ogni ragazzo omosessuale.

6. DOLLHOUSE (Season Finale)
Affrancarsi dal fluire della storia per anticipare un tassello del series finale? L'ha fatto Joss Whedon, ladies and gentlemen. Qui gli ultimi minuti del finale di stagione che sono un tributo ai protagonisti della serie.

7. ONE TREE HILL (Season Finale)
Chiudere un bildungsroman generalista con dignità? One Tree Hill l'ha fatto. Peccato che poi sia andato avanti...


IL BRANO DELLA SETTIMANA: HALEY RICHMAN - HEART-SHAPED BOX

martedì 6 novembre 2018

Le mie scene cult - Puntata 1

Salve, quattro lettori del blog. Da oggi lancio una rubrica in cui raccolgo tutte le mie scene seriali preferite, quelle che insomma guardo e riguardo e riguardo e riguardo e riguardo e riguardo perché ci intravvedo uno scorcio di perfezione che mi tormenta e mi ispira. Niente critica o analisi. Solo la mia passione a 360 gradi. Perché ora questo spazio? Perché mi sono preso una vacanza da Facebook e non posso più tartassare gli amici virtuali coi miei video. Quindi li appioppo a voi, o lucky readers. Se vi va, lasciate un commento, anche solo per rimarcare che gusti deprecabili abbia. Come sempre, appena posso, mi trovate su Linkiesta a commentare le serie fresche di uscita.

1. THE AMERICANS 6X10 (Finale di serie)
Fine dei giochi per le spie russe. With Or Without You degli U2 e addii... c'è altro da aggiungere?

2. TWIN PEAKS - IL RITORNO (17a puntata)
Indietro nel tempo per salvare... Qui il rischio spoiler è alto. A vostro rischio e pericolo.

3. THE LEFTOVERS 3X07 (Penultima puntata)
La fine del mondo, Max Richter e Justin Theroux zozzo di sangue. Nothing to add.

4. HANNIBAL
Giulio Graham e Romeo Lecter si ritrovano a Firenze.

5. THE KILLING 2X13 (Finale di stagione)
Il delitto al centro della serie viene finalmente risolto. Come? Così.

6. HOMELAND 2X04
Gli sceneggiatori capovolgono ogni equilibrio e cambiano rotta, dando una nuova, inaspettata direzione alla serie. E a una delle più tormentate storie d'amore televisive.

7. 24 8X24 (Series Finale)
L'ultima scena del solo, unico, vero Tuentifor. Una bomba (ma non letteralmente).

BRANO CULT DELLA SETTIMANA (Sì, ho pensato che una canzone a coronamento del tutto non ci stesse male...): SO COLD IN IRELAND - CRANBERRIES

martedì 30 ottobre 2018

In memory of Telefilm Magazine, il punto di riferimento dei serial-addicted


Questo è il mio personale tributo alla rivista che scrissi in occasione del decimo anniversario della distribuzione del numero zero al Festival del Cinema di Venezia del 2004. In questi giorni la rivista, che ha cessato le pubblicazioni nel 2012, compirebbe 14 anni. Telefilm Magazine per otto anni è stato il principale punto di riferimento cartaceo per gli aficionados seriali quando le serie si guardavano ancora in tv o DVD e Netflix non era ancora un fenomeno globale. Kleenex in mano e giù lungo memory lane...

Dieci anni fa, in questi giorni, veniva presentato alla Mostra del Cinema di Venezia un ambizioso progetto editoriale: il Telefilm Magazine. Gratuitamente veniva distribuito il numero zero della rivista che sarebbe arrivata nelle edicole a novembre. Una rivista ideata dall’Accademia dei Telefilm di Leo Damerini e Fabrizio Margaria, che da due anni organizzavano il festival milanese.
Ne appresi sulle pagine de La Stampa, dall’ottima Alessandra Comazzi. Alla notizia, misi su il broncio: era lo stesso nome dei bollettini che impaginavo con Word, quelli che appioppavo a parenti e amici cui scucivo complimenti forzosi e insinceri. Infantilmente, sentivo puzza di plagio.
Allo stesso tempo, però, non potevo che esibirmi in uno sfrenato ballo della felicità tutto interiore: non solo una rivista votata al culto seriale, ma anche una conferma dell’esistenza del “giornalista seriale”, prendendo a prestito la definizione di Alessia Barbiero di Linkiesta. Non un giornalista qualunque, che discetta di intrighi politico-amministrativi che nulla mi dicevano e mai nulla mi hanno detto. Ma uno che racconta spaccati di vita appigliandosi allo spessore della scrittura televisiva, sminuzzando il testo (tele)filmico per ricavarvi le interpretazioni più cavillose e ragionate. Il giornalista che volevo diventare.
Rivista alla mano, ho avuto prova di una redazione affiatata, la cui affinità trasudava da ogni articolo, ogni rubrica. Non un semplice gruppo di lavoro, ma una famiglia di maniaci seriali. Come me.
E lì è sbocciato il sogno: anch’io ne volevo far parte. Una di quelle puerili fantasticherie destinate a restare tali, l’obiettivo mancato che ti desta il groppo in gola, pensavo. E invece, sette anni dopo l’ho realizzato per davvero, quel sogno.
In punta di piedi, ho esordito sulle pagine con un pezzo su Nikita. Poi ho conosciuto i vari giornalisti, intavolando un dialogo costante e proficuo, seppur via web.
Gli stessi da cui avevo appreso tecnicismi e regole di scrittura leggendoli, ora mi impallinavano di consigli schietti e diretti, con la complicità di uno di famiglia. E ho realizzato che erano esattamente come si descrivevano negli articoli, niente infingimenti, nessuna maschera. Una rarità nel mondo del giornalismo, ho constatato col senno di poi.
Arrivare a collaborare fino all’ultimo, affannoso respiro editoriale, consacrarmi come tassello, benché infinitesimale, nella storia di quella che rimane a tutt’oggi la bibbia per gli aficionados seriali, è più di un onore. E tuttora penso che se non riuscissi a concretizzare tutti i sogni, un obiettivo – bello grosso – non posso dire di non averlo realizzato.
Buon compleanno, Telefilm Magazine! (Sperando, un giorno, di riportarti in vita…)

martedì 23 ottobre 2018

"Manifest", il mystery che vola e si schianta



da Linkiesta.it

Una trama ricca, carica di possibilità narrative, che veleggia sicura verso i lidi dell'imprevedibilità. Un comparto attoriale composito col quale catturare quante più sfumature possibili della storia. Ma anche l'impossibilità di spingersi troppo sui sentieri del pruriginoso e del grottesco, perché così impone la rete pubblica. Tutto questo vuole essere "Manifest", il nuovo drama NBC partito a fine settembre.
L'abbrivo smuoverà qualcosa nei malati seriali - indignazione, stupore, gioia, tutto dipende dal rapporto con la serie citata: si comincia con un volo. E' lì la chiave del mistero, racchiusa in un manipolo di passeggeri. Ma non c'è di che arrabbiarsi, perché si imboccano subito direzioni diverse da quelle di Lost, anche se in qualche modo finiscono per riecheggiare strutture ed escamotage di mezzi fallimenti tv, che sulle nostre frequenze non sono 'manco sbarcate, e pardòn per il gioco di parole.
I passeggeri del volo dopo una turbolenza molto Lost si riprendono dallo spavento e arrivano a destinazione, ma con cinque anni di ritardo. Insomma, una spernacchiata a chi paventava l'imitazione, e subito un grande, macroscopico inciting incident che mette in gioco futuro, amore, lavoro e famiglia di ogni personaggio. Nell'incredulità di mezzo mondo, ognuno cerca di riappropriarsi della propria vita e di occupare il vuoto lasciato. Ma ci sono ancora altri ostacoli da fronteggiare, non di natura governativa, non di stampo apocalittico - non ancora, perlomeno: tra i passeggeri si è sviluppato un contatto telepatico e ognuno di loro riceve da una voce nella testa un compito da svolgere, come salvare ragazze rapite, trovare l'autore di un furto. L'entità sovrannaturale che li unisce e accartoccia le loro vite sembra puntare a un bene supremo, ma che sia davvero quello il suo scopo? E cos'è? E perché proprio loro, non sarà che nella casualità del viaggio si celi una predestinazione?
Tutti questi grandi quesiti ci vengono proposti attraverso il punto di vista di un pater familias, interpretato dal Principe Azzurro di Once Upon a Time, del figlio malato di cancro e della sorella poliziotto. Ognuno di loro dovrà trovare il modo di conciliare le tribolazioni da enigma cervellotico coi rattoppamenti alle vite disastrate.
Non solo Lost, quindi. C'è tutto un saccheggio sconsiderato ai mystery evento degli anni passati: Flashforward, The Event, Revolution. Un accaparrarsi e un combinare questa caratteristica con quell'altra, come se si andasse a cucire un vestito di arlecchino e si tentasse di farlo passare per nuovo, ardito e originale. In Manifest non ci sono né finezze registiche, né una studiata e precisa coreografia attoriale che riempia la scena di grazia. Ogni scelta - dall'inquadratura al dialogo asciutto - tradisce un cocciuto attaccamento al mezzo televisivo, senza decollare (ari-pardòn) verso l'opulenza espressiva che una maggiore apertura al cinema avrebbe assicurato. E tutto questo va a discapito dell'estetica generale del prodotto, che non è il vestito buono delle grande occasioni ma uno straccio rappezzato qua e là che, proprio in virtù della sua rodata tele-visibilità, punta sul gusto casalingo che evoca. Il timore è che con la copertina così poco addobbata, la sostanza del racconto non riesca a reggere più di una dozzina di puntate. Si può tutto sfaldare perché, bruciato il propellente delle storyline precipue, manca la grande visione artistica che macchi la mise en scene e irrori gli sviluppi narrativi. Come accaduto agli aspiranti Lost sopra menzionati. E neanche recitazione ed effetti speciali aiutano, per quel poco che potrebbero. Gli attori - colpa forse dei dialoghi un po' contenuti, tra televendita e teatrino di paese, mai all'altezza dello struggimento che una situazione simile suscita - non hanno modo di brillare. Le loro sono performance che non restano. Da vedere e buttare in un recesso della memoria. Non sono i monologhi emozionanti che su Youtube vengono commentati negli anni, né quelli che incendiano i social ascendendo a fenomeno virale. Poche battute tenute insieme da toni più misurati del necessario. Gli effetti speciali sono uno schiaffo evidente e lapalissiano all'intelligenza del telespettatore: un assortimento di trucchetti da computer troppo artificiosi per elevarsi alle soglie della verisimiglianza, più adatti a un teen drama CW che li impiega sullo sfondo mentre si risalta la solidità di quel pettorale o la bellezza di quella coscia tornita.
The Manifest è un elenco di tutti i difetti possibili che una serie possa avere. Proprio un manifesto.

martedì 11 settembre 2018

"Atypical 2", il tipico family drama


da Linkiesta.it

Ci sono serie che a guardarle resti affascinato per l’opulenza di sfumature narrative e altre, di ambizioni più modeste – vuoi perché prigioniere di un formato tradizionale come la sit-com, vuoi perché incistate nell’offerta generalista di un grande network – che strappano appena un sorrisino. Il sorrisino sboccia proprio con “Atypical”, la serie tv da poco debuttata con la seconda stagione, che non è né ingabbiata nella comedy vecchio stampo né arriva da una rete pubblica che carezza tutti senza soddisfare nessuno (è su Netflix).
“Atypical” racconta i continui processi di adattamento di una famiglia attorno alle esigenze mutevoli e cangianti del figlio piccolo affetto da autismo. Il nerbo narrativo è dunque encomiabile, ma è tutto così pulito e immacolato da scatenare dubbi circa la capacità autoriale di maneggiare un genere, quello della commedia, mai così duttile come oggi. Oggi che il regno della risata si impregna di dark unendo pianto e sorriso, stanando piccoli scorci di realismo a zonzo per l’America (è quello che fanno “Girls”, “Atlanta”, “Love”), “Atypical” rimane attraccata a un plastico lindore formale. I tre personaggi attorno al protagonista - madre, padre, sorella - hanno un bel carico di conflitti interiori – chi affronta la scuola nuova, chi il mostro della solitudine – ma queste piccole lotte mettono il vestito del silenzio pacificante per non increspare i tormenti del protagonista autistico. Se rabbia e nervosismo debordano, se li portano via gli abbracci e le succinte chiose di chiarimento, senza lasciti e rigurgiti.
Un minimo di speranza sembra germogliare con la linea orizzontale di questa season 2: il rapporto da rabberciare fra mamma e papà dopo il tradimento di lei. Ma il gioco degli sguardi che si riaprono alla serenità e i contatti fisici che si prolungano oltre la soglia del ritrovato sentimento già fanno capire che l’approdo della stagione sarà un ricongiungimento, nel pieno rispetto di questa pacatezza di struttura e toni che non vuole turbare niente e nessuno.
Spiace perché si poteva fare di più. Il manualetto sull’autismo poteva diventare vessillo di un tragico eroismo che scavalcasse confini sociali e psicologici per rendere chiaro a tutti, con la chiave della complessità e dello sfumato che accoppia bianco e nero in un grigio sincero e veritiero – come riesce alla serialità d’oggi –, il buono e il brutto di una condizione che si porta dietro ancora un granitico strascico di pregiudizi e ignoranza. Avrebbe potuto essere un “Rain Man” formato famiglia che collocasse tutti i personaggi su equilibri traballanti senza riparare in trovate zuccherose sempre e comunque, senza il gusto del preconfezionato e il sapore rancido delle emozioni un tanto al chilo. Poteva essere un amalgama più vissuto di punti di vista. Un concentrato di colori e tribolazioni vere. Di chi lo vive, l’autismo, e di chi gli sta attorno, con amore. È venuto un prodotto tradizionale e commerciale quando invece poteva essere atipico.

giovedì 5 luglio 2018

Cronaca di un tramonto romantico (racconto)



Timothy insisteva ad accendere la sigaretta col fiammifero. Ma ogni volta che ci provava la fiammella grattava la brace senza attecchire. Io ridevo per come si arrabbiava. Aggrottava le sopracciglia e riprovava con un altro fiammifero, quasi fino a esaurire la confezione. Linda che ci osservava dalla riva con un largo sorriso ci raggiunse sul molo e gli porse un accendino rosa coi bordi dorati.
“Grazie”, le fece Timothy con l’accento strascicato del Sud, a imitare un attore del quale non ricordavo il nome. Tirò una lunga boccata e soffiò il fumo verso il cielo. La nuvoletta, per un po’ accarezzò l’ambizione di assurgere in alto e contendersi il cielo con le altre, ma si disfece poco dopo essersi levata sopra le nostre teste.
Linda ci guardò con lo stesso sorriso curioso che aveva sulla spiaggia. Sembrava volesse sapere qualcosa, ma non avesse il coraggio di formulare domande. Poi la lingua sgusciò fuori e un colpetto di tosse annunciò che le parole si stavano mettendo in movimento. “Quindi voi due…”
Io e Timothy ci scambiammo un’occhiata. “Noi due…” A Timothy piaceva vedere le persone impantanate nell’imbarazzo. Poteva concludere la frase, confermare che io e lui non eravamo più speranze in conflitto nell’arena degli appuntamenti furtivi, ma una coppia vera, braccia allacciate e bocche che si cercano e si trovano. Ma così non avrebbe potuto godere dei tentennamenti che si aprivano in mezzo a ogni sua parola.
Quando Linda fu sul punto di abbrustolire nel rossore acceso sulle guance, con le parole che le si arrampicavano l’una sull’altra per ridarsi un tono e una dignità – “Ah… scusate… è che io pensavo…” – decisi di essere clemente. “Linda, non ti sbagli. Io e Timothy stiamo insieme.”
Timothy scoppiò a ridere. Per poco non si fece sfuggire la sigaretta tra le dita, con l’occhiolino luminoso della brace che splendette di panico.
Linda sospirò di sollievo, una mano sul petto. “Stronzo, pensavo di aver fatto una figura di merda.”
“Oh, tranquilla. La figura di merda l’hai fatta lo stesso…” Timothy le scatenò contro lo stesso sorriso beffardo che aveva rivolto a me per ogni scintilla di dubbio che mi vibrava negli occhi quando, nell’infittirsi dei nostri incontri, mi domandavo se fosse davvero lui la persona giusta per me. Linda, per contro, gli andò addosso con le sue braccine filiformi accanendosi sui bicipiti muscolosi.
Era una bella scena. La guardai con intensità, accludendo, nello sguardo, anche il giallo opaco dell’unghia di spiaggia che grattava l’azzurro del mare alle loro spalle. Scattai una fotografia mentale. Se un giorno fossi tornato a visitare il ricordo di quella gita, quella sarebbe stata la prima immagine a fioccare.
“E adesso? Progetti per il futuro?” Ancora curiosità nello sguardo di Linda. Iniziavo quasi a pensare che non si sarebbe spenta finché non avesse trovato il modo di infilarsi nella nostra intimità. “Per il momento viviamo così, alla giornata. C’è ancora tempo per decidere…”
Parve delusa. Osservò il volto di Timothy per cercare un baluginio di contrarietà, ma invece vide solo una granitica compattezza di intenti. Annuì. “Fate bene ad andarci piano.”, disse senza davvero pensarlo. Frullò le dita a mo’ di saluto e si allontanò, mentre le assi del molo le ricordavano impietose quanti chili avesse messo su negli ultimi mesi.
Timothy tirò ancora una lunga boccata dalla sua sigaretta e mi guardò. “Facciamo bene ad andarci piano?”
Feci spallucce. Non ero pronto a questa domanda. Di tutte quelle che avrebbe potuto rivolgermi – sul disco luminoso del sole che calava e la meraviglia che sprigionava, sull’aria umida e il bisogno di scaldare la pelle intirizzita, sulle nuvole che si accalcavano sopra le nostre teste minacciando un acquazzone, su un furioso tumulto peristaltico che il cibo scadente aveva messo in moto – questa era in fondo alla lista. Le prime parole che salirono alla bocca erano echi di un talk televisivo sulla vita di coppia. “E’ necessario andare cauti, tastare bene il terreno prima di piantare le tende.” Solo un sospiro dopo, quando ebbi raccolto idee a sufficienza, gli ricordai che le esperienze passate si erano arenate contro un muro di realtà popolato di crepe caratteriali e famigliari dopo tante promesse entusiastiche. Quando le braccia dell’altro sembravano un posto sicuro, fioccava una bugia o un rigurgito di passato a calpestare l’equilibrio. Per questo era necessario esplorare tutti i contorni delle nostre personalità e vedere se i bordi aderissero davvero, prima di muoversi verso direzioni importanti.
Timothy alla fine del discorso annuì solenne e venne ad abbracciarmi. Gli misi il naso fra collo e spalla e aspirai forte un profumo che non mi capitava mai di sentirgli addosso. “Cos’è, Chanel numero cinque?” Lui sghignazzò. No, era un dopobarba che gli aveva regalato suo padre. Lionel – lo chiamava per nome, non era degno dell’affetto che impregnava la definizione di papà – non era avvezzo a fare regali giusti e opportuni. Non si adeguava mai alla ricorrenza, si lasciava guidare da un gusto scialbo maturato in una vita zeppa di rigori distante dai piaceri. I suoi regali o erano calzini di una taglia extra, ai compleanni, o orologi di finto acciaio, ai traguardi scolastici. Quella volta, in occasione di una promozione lavorativa che io non avevo potuto festeggiare – ero impegnato a inseguire la mia, di promozione, assecondando le richieste di un capo che portava al guinzaglio altri giovani tirocinanti come me – gli aveva regalato un appropriato dopobarba che non aveva ancora avuto l’occasione di provare. “Mmm… buono. Mettilo più spesso.”, gli suggerii nell’orecchio.
Gli strinsi la mano e lo condussi alla terra ferma, dove Linda, insieme alle altre ragazze, cercava di trovare una combinazione appena sopra i limiti del commestibile fra le salse e i cibi sparsi nelle rispettive borse frigo per la cena. Mi offrii di dare una mano, ma tre paia d’occhi s’appuntarono su di me lucidi di furore, così stappai una Pepsi e, divaricando indice e medio nel segno della pace, mi allontanai alternando passi e sorsate. Timothy era rimasto sulla battigia, con la schiuma delle onde che eseguiva carezze seducenti sui suoi piedi. Aveva lo sguardo riflessivo di chi abbraccia tante idee e non si posa su nessuna in particolare. Mi avvicinai piano alle sue spalle, aggrappandolo per i fianchi con abbastanza foga per godermi prima il suo sguardo di allarme e poi il lento sfumare nella serafica pace di sempre. “Sarà sempre così tra noi? Prima mi spaventerai e poi mi accarezzerai?” Ci misi un po’ per trovare una nota di ironia. All’inizio mi sembrò l’avvio di un interrogatorio camuffato da domanda semplice e genuina. Fu il suo sorriso largo a darmi un indizio di sarcasmo.
Anche Greg arrivò alle nostre spalle e ci batté pacche sulla schiena. “Come andiamo?”
“Bene. Tu?”
“Fantastico. Le ragazze stanno preparando dei tramezzini pazzeschi.” Mi girai verso di loro, ma vidi Linda alle prese con un tubetto della maionese e la faccia disgustata, Mandy che rovistava in un sacchetto delle patatine e ne deponeva una manciata su delle fette di pane e Clarissa che affettava del pomodoro sulla copertina rigida di un libro.
Greg attaccò a parlare di football. Commentò le imprese di un giocatore e mimò le mosse più importanti con le mani, mentre Timothy approvava sottolineando con ancora più fervore quanto fosse stato bravo in quei punti della partita quando tutti gli avversari gli davano addosso e sembrava che i suoi compagni avessero smesso di stargli dietro. Per un po’ mi piacque vedere come quel rimbalzo di opinioni gonfiava gli entusiasmi, poi quando parve attenuarsi e riprese ritmo spostandosi sulle prestazioni di un altro giocatore, alzai gli occhi al cielo e mi allontanai.
Mi girai di nuovo verso le ragazze. Controllai se avessero bisogno di me. Ma sembrava che Clarissa avesse imparato a dominare i pomodori e che Linda, maneggiando barattolini e confezioni con precisione chirurgica, avesse trovato l’alchimia fra gli ingredienti. Così mi incamminai verso la macchia di alberi dalla quale era venuto Greg. La vegetazione che circondava il lido constava di cespugli crespi che abbracciavano le palme e sputacchi di fiori che su cuscinetti di sabbia cavalcavano il ritmo delle folate di vento. Non c’era nulla che valesse davvero la pena di osservare. E allora come mai Greg aveva passato qui buona parte della giornata?
Il fusto di un albero recava una scritta che sulle prime non riuscii a interpretare. Dovetti cambiare angolazione e ruotare di tre quarti la testa perché la luce morente del giorno mi fosse di qualche aiuto. Qualcuno aveva inciso un cuoricino attorno alle lettere “G” e “T” separate dal segno del più. Una vampata di rabbia, fulgida e dirompente, mi si accese al centro del petto e tracimò su tutto il corpo. Faticai a rimetterle gli argini del raziocinio. Pensai che G fosse Greg e T fosse Timothy. Dopotutto, una delle regole principi della nostra relazione era la possibilità di intingersi in altri rapporti sessuali, purché brevi e con partner sempre diversi. Ma era stato lo stesso Timothy a pretendere che quelle effimere casualità in cui la libido sarebbe incespicata non fossero amici o conoscenti. “Se no, complica tutto.”, aveva sottolineato lui, con aria allarmata.
No. Sebbene un residuo di sospetto non mi permettesse di abbandonare del tutto l’idea, sapevo che non potevano essere loro. Non dovevano.
Arretrai verso la spiaggia con un passo calmo e disteso che non diceva nulla del guazzabuglio di pensieri in testa. Solo la mano, pizzicata da un lieve tremore, era una macchia nell’apparenza di serenità.
Il profumo di dopobarba che fiutai addosso a Greg, che mi abbracciò alticcio con una birra in mano, mi catapultò sul versante opposto del dubbio. A quel punto fu l’istinto a prendere il comando. Gli sfilai la bottiglia di mano e gliela spaccai in testa. Il mozzicone di vetro che mi rimase in mano lo immersi nel petto glabro di Timothy, mentre le ragazze abbandonarono i preparativi della cena e venivano a gridarmi, orripilate, che pazzo psicotico fossi.