venerdì 30 ottobre 2020

"The Haunting of Bly Manor", il passato non perdona

"The Haunting of Bly Manor". Serie horror, casa Netflix. Ma è davvero una serie horror? A giudicare dal trailer sembra avere tutti gli elementi caratteristici: i fantasmi, la magione immensa, le urla. Ma a vederla, la serie, si ricava tutt'altra impressione: è una serie drammatica con leggerissime sfumature horror che risaltano solo laddove la sceneggiatura sembra appisolarsi. I fantasmi di Bly Manor, differentemente da quelli della serie prequel Hill House, non fanno paura. Sono persone che la vita ha pestato e accartocciato come un involucro di caramella Rossana e che quando persone hanno smesso di esserlo, perché si sono imbattuti in un mostro che gli ha tolto la vita o perché un famigliare ha deciso con un gesto di pietà di strapparli alla malattia che li consumava, sono rimaste intrappolate per l'eternità nelle disgrazie e i dolori che le affliggevano. 
Bly Manor non è quindi l'horror scemo e senza ambizioni in cui la camera ci conduce lungo corridoi bui dove risuonano tonfi sinistri. Sì, le allusioni a quell'immaginario cinematografico non mancano, ma non diventano mai nulla più di un riferimento. Bly Manor è un'analisi delle influenze che il passato ha sul presente, mostra come quanto si lascia alle spalle torna sempre indietro sotto varie forme e che il presente è solo un labirinto senza via d'uscita dove si è condannati a ripetere gli stessi gesti, gli stessi errori. Questa analisi riguarda tanto i fantasmi quanto i protagonisti in carne e ossa. 
La protagonista principale, Dani (Victoria Pedretti), era vicina a convolare a nozze col migliore amico innamorato di lei quando gli ha confessato di essere omosessuale e l'ha visto morire travolto da un pullman; il suo spettro - tutto nero - con gli occhiali splendenti come unica traccia della persona che è stata le appare nello specchio ogni volta che si osserva. 
Il fantasma della Signora del Lago, una nobildonna dell'Ottocento che la sorella ha deciso di soffocare prima che a soffocarla fosse la tisi, esce fuori dalle acque del lago di Bly Manor per farsi un giro della magione dove sono ambientate le vicende e uccidere chi incontra lungo il cammino, specialmente se assomiglia al marito o alla figlia di un tempo.
I fantasmi di Peter (Oliver Jackson-Cohen) e Rebecca (Tahirah Sharif) sono innamorati separati da un velo di rancore perché, quando lei era ancora viva e lui già un fantasma, Peter si è impossessato del corpo di Rebecca e l'ha uccisa in modo da poter stare sempre insieme.
"Bly Manor" è la stagione del dolore e del passato, dei rimpianti e dei pentimenti. Sono quelli i veri mostri che si manifestano nel buio e fanno svegliare nel cuore della notte. Sono quelli che spingono i personaggi - almeno quelli vivi - all'azione, a stringere nuovi legami nella speranza di poter cancellare i monconi di quelli passati. 
"Bly Manor" lo si guarda col groppo in gola: è come rituffarsi nelle proprie intime disgrazie; rivedi il filmino vivido nella memoria e coi protagonisti ricordi l'ingenuità e l'innocenza del prima e la colpevolezza e il rimpianto del dopo. 
Ci si sente meglio alla fine delle nove puntate della stagione? No. La dolcezza dell'ultimissima scena, malinconica e romantica, ferisce ancora di più. Ma forse è proprio per questo che va guardato "Bly Manor": per ricordare che il dolore è l'unica certezza della vita e che, se anche si attenua, le cicatrici non smettono mai di pulsare.


lunedì 19 ottobre 2020

"Love, Victor", la vendetta contro i vecchi teendrama

 
Victor si trasferisce in Atlanta dal Texas con la famiglia. E' gay, ma nessuno lo sa ancora. Nel nuovo liceo vorrebbe iniziare ad essere se stesso, ma quando gli chiedono se in Texas abbia una ragazza ad aspettarlo il coraggio gli viene meno e rimane intrappolato nelle vecchie bugie.
E' così che comincia "Love, Victor", il teendrama spin-off del film "Tuo, Simon" ("Love, Simon"). Il tono e le atmosfere non sono diversi da quelli dei teendrama dei primi anni 2000: i dialoghi sono estremamente puliti (non vola nemmeno un "fuck"), le situazioni famigliari rispecchiano dinamiche cui già ci ha abituati "The O.C.", la fauna scolastica si divide ancora fra popolari e sfigati. L'unico punto di rottura con quel vecchio modello di teendrama è l'omosessualità del protagonista. Nel 2000 era impensabile un protagonista gay. Quella di Marissa Cooper, in "The O.C.", per esempio, fu solo una parentesi circoscritta: sapevamo tutti che sarebbe tornata dal macho e sexy Ryan Atwood. Mentre Willow in "Buffy l'ammazzavampiri" e Jack in "Dawson's Creek", pur essendo personaggi di un certo peso, non erano i protagonisti dei loro show.
L'omosessualità del teenager protagonista (interpretato da Michael Cimino) è quindi il cavallo di battaglia di questa serie che altrimenti sarebbe stata uguale a tutte le altre, e l'esplorazione che il telefilm fa dei suoi dubbi e delle sue ambasce è attenta e mai scontata: conoscendo una bella compagna di scuola, Victor inizia persino a dubitare che il suo cuore possa palpitare solo per i ragazzi; gli ci vuole la possibilità di finirci a letto per rendersi conto che il suo modo di convincersi che gli piaccia sia solo un tentativo per tenere a distanza la verità e rimandare il giorno in cui la fronteggerà a muso duro. 
Se Victor è un personaggio combattuto, gli altri personaggi, invece, sono l'incarnazione dei soliti cliché: il belloccio, la Reginetta del ballo, l'amico sfigato. Elementi che rimandano ai vecchi teendrama, come dicevo, ma questo tuffo nella serialità passata non sembra per niente casuale: è come se gli autori Isaac Aptaker ed Elizabeth Berger volessero risarcire la comunità LGBT della scarsa visibilità che ha avuto su quel tipo di televisione e restituirgli la dignità che gli è sempre stata negata.
"Love, Simon", il film da cui è stata derivata la serie, non aveva uno scopo così nobile: raccontava l'omosessualità nascosta del protagonista, ma di un protagonista che viveva in una famiglia aperta e liberale, attorniato da amici buoni e di larghe vedute; sono state le reazioni fredde di alcuni spettatori che avrebbero voluto un conflitto più duro fra il protagonista e la realtà attorno a ispirare il telefilm.
I legami fra serie e film, che comunque ha avuto un discreto successo, sembrano determinati più che altro da logiche di marketing: è vero che "Love, Victor" non si limita solo a riproporre un titolo simile e che offre anche camei - prima solo vocali, poi pure fisici - del protagonista del film, ma questi incidono debolmente sulle trame e la serie avrebbe funzionato anche con un altro titolo. Il viaggio di Victor alla scoperta di se stesso sarebbe stato addirittura più realistico se, invece di confrontarsi via messaggio con Simon Spier (Nick Robinson), avesse dialogato nel corso degli episodi con la pagina bianca di un diario o con gli utenti di un blog. 
"Love, Victor" ha debuttato negli Stati Uniti lo scorso 17 giugno sulla piattaforma streaming Hulu. A plaudirlo sia pubblico che critica: su imdb.com ha un punteggio di 8,1 su 10, su Google ha un indice di gradimento del 96%. Chissà se dalle nostre parti verrà accolto con lo stesso love.






giovedì 15 ottobre 2020

"Tutto accade oggi" e il pessimismo americano

 

Wes è un liceale americano che vive con la sorella, il padre squattrinato e la madre gravemente malata. Perde la verginità con la ragazza più popolare della scuola invece che con la ragazza di cui è innamorato e sulla quale fantastica da sempre. E' lacerato dal pentimento. Per lui il mondo va in pezzi. "Mai più niente sarà come prima.", si dice.
Una simile premessa narrativa se sviluppata dalla penna di un Diego De Silva o un Paolo Giordano (di cui apprezzo la serie "We are who we are") non si libererebbe mai della banalità: sarebbe banale nell'incipit, banale nel mezzo, banale sul finale. Sviluppata da Jesse Browner, questa trama fiorisce in un romanzo delicato e duro a un tempo - "Tutto accade oggi" (Edizioni E/O, 2011) - ed è come se la mano dell'autore uscisse dalla pagina per dare al lettore prima una carezza poi uno schiaffo: è delicato il ritratto famigliare, il modo in cui fratello e sorella rinunciano a un pezzetto dell'adolescenza e dell'infanzia per prendersi cura della madre annichilita a letto; sono dure e spietate le riflessioni che Wes fa di se stesso - sveglio e intelligente, ma pronto a prendere la strada più semplice solo perché gli altri lo riconoscano con facilità bravo e capace - del padre - uno che ha pubblicato un romanzo vent'anni fa e che pur scrivendo non riesce a combinare nulla, fa l'insegnante e si scopa le sue studentesse nello scantinato di casa - e della vita - una giostra di emozioni fatta di spinelli, poco sesso e tante soddisfazioni scolastiche destinata a spegnersi come la brace di una sigaretta calpestata.
Se c'è una cosa che ammiro di tanti autori americani - e di questo Browner, in particolare - è il loro pessimismo: per loro siamo tutti stronzi; tu fregherai me, io fregherò te e la vita ci fregherà tutti. Non ci sono parole di quiete, di pace o di assoluzione che evocano le ipocrisie e la plastica di certa Hollywood, no: con le parole si scava e si precipita in una profondità buia e limacciosa; da lì si alza lo sguardo e solo allora si cerca una qualche grazia.
Spesso ho sentito parlare degli americani - sia in ambito cinematografico che letterario - come di "pazzi e spregiudicati". Ma per essere così brutalmente onesti non occorre un pizzico di follia?

giovedì 1 ottobre 2020

Articoli non pagati: confessioni di un ex aspirante giornalista

 

Spesso ai giovani che vogliono intraprendere una professione si consiglia di darsi da fare senza mai lamentarsi. Perché se uno si lamenta può apparire come un "tipo difficile" e può quindi perdere molte occasioni di lavoro. A me non sembra giusto. Meglio tacere e abbassare la testa per raccogliere un pugno di briciole (se ci sono) o farsi rispettare pretendendo correttezza, trasparenza e onestà? Spesso, la necessità di farsi rispettare viene scambiata per mancanza di umiltà, ma questo suppongo accada a causa di quella gravissima forma di arretratezza culturale (tutta italiana?) secondo cui i vecchi (o i più grandi) sono detentori del sapere e del buon gusto, quindi meritevoli di ogni riguardo, e i giovani alle prime armi sono delle capre che devono rispetto e obbedienza. Io per anni tenni la testa china e collaborai con testate giornalistiche in silenzio, e non ottenni quasi nulla. Cominciai a pubblicare articoli su giornali e riviste a sedici anni perché credevo di guadagnarmi un vantaggio sugli altri, perché credevo che prima degli altri sarei riuscito a realizzare i miei sogni. Ma, invece di un traguardo, prima degli altri ebbi un crollo nervoso. All'età di ventidue anni avevo scritto già per tredici testate, e solo in pochi casi fui pagato. Qui parlo di alcune mie esperienze di collaborazione, le più significative, quelle che meglio sintetizzano lo stato delle cose.

Anni fa conobbi di persona una giornalista con cui avevo già collaborato per un quotidiano online e di cui avevo grande stima. Mi disse che per il suo nuovo giornale ci sarebbe stata la possibilità di ottenere il patentino da pubblicista, che presto avrebbe iniziato a retribuire ("al momento ci stiamo attrezzando") e mi chiese se avessi già delle ritenute d'acconto per collaborazioni precedenti (le avevo). Io accettai entusiasta di collaborare, pensavo che quella fosse davvero la svolta, che avrei finalmente guadagnato qualcosa e ottenuto l'iscrizione all'albo. Non chiesi subito i dettagli specifici sui pagamenti, decisi di fidarmi perché era una figura amica: se mi aveva detto che presto avrebbero iniziato coi pagamenti e il percorso da pubblicista, voleva dire che era vero. Mi accorsi presto, però, che al giornale non si imparava niente: mi capitò che un pezzo venisse bocciato ottenendo come spiegazione "per un altro giornale sarebbe andato bene, per noi no." In due mesi scrissi poco meno di una decina di pezzi, perché ero impegnato con i corsi e gli esami universitari ed ero in attesa di una retribuzione che giustificasse un impegno maggiore per il giornale (anche per i miei genitori che mi pagavano gli studi), ma quando chiesi alla giornalista della possibilità di ottenere quel tesserino, facendo presente che i pagamenti richiesti dall'Ordine regionale all'epoca erano già da tempo lievitati a 3000 € tanto per vedere se fosse informata e ci fosse ancora la disponibilità mi fu risposto: "Ma è una cifra enorme, nessun giornale può permettersi una cifra simile per aiutare un aspirante pubblicista. Però noi ci siamo." Loro c'erano. Come, non l'ho mai capito. Pieno di delusione e sentendomi preso in giro, ma non volendo discutere con la giornalista, alla quale stupidamente tenevo ancora come figura amica, ho addotto una scusa e ho smesso di collaborare. Quella delusione divenne rabbia quando anni dopo, ritrovatomi di nuovo con lei, cercando di chiarire la questione, mi spiegò: "Ci sarebbero voluti almeno tre anni perché il giornale si consolidasse nel panorama cittadino, poi avremmo iniziato a pagare. Sono sicura di avertelo detto."

Nell'ultimo anno di liceo scrivevo per un sito dedicato alle serie tv che presto sarebbe diventato testata registrata in tribunale. L'accordo, col giornalista che sarebbe diventato il direttore responsabile, era che avrei scritto tre recensioni a settimana, più alcune news, e che in cambio avrei ottenuto 50 € mensili in modo che dopo due anni di collaborazione avrei raggiunto una quota di circa 1000 € e finalmente avrei potuto prendere il tesserino da giornalista. Col direttore responsabile e il caporedattore ero d'accordo che la collaborazione avrebbe avuto inizio quando sarebbero stati pronti con l'iscrizione al tribunale e le retribuzioni, tuttavia mi venne chiesto di iniziare a scrivere quando il giornale non era ancora testata registrata. Poiché mi era sembrato brutto rifiutarmi - in fondo loro mi vogliono aiutare, vogliono realizzare il mio sogno - iniziai a scrivere. Ma passarono le settimane, passarono i mesi. Scrissi, scrissi, scrissi. E non ottenni nulla. Un giorno, mi decisi a scrivere al sedicente direttore responsabile, riferendogli che nel frattempo avevo trovato un altro giornale che avrebbe potuto darmi una mano col patentino (altra brutta storia) e chiedendogli se fossero pronti con le retribuzioni. Mi arrivò per sbaglio un suo SMS destinato al caporedattore. Il messaggio recitava così: "Cinalli secondo me bluffa. Dice di aver trovato un altro giornale. Questo vuole essere pagato, che facciamo?" Chiamai il direttore e gli feci presente che il messaggio era arrivato a me. Lui ridacchiò, disse che lo voleva inviare proprio a me per vedere la mia reazione. La mia reazione fu chiudere la chiamata e interrompere ogni rapporto. Imparai che spesso i capi oltre a non essere seri non hanno 'manco la dignità. 

Sempre nell'ultimo anno di liceo iniziai a scrivere di tv per una testata online abruzzese. Ero il critico televisivo della redazione, i miei pezzi finivano in prima pagina. Avevo una rubrica settimanale con la pagella del meglio e del peggio in televisione e scrivevo recensioni e riflessioni. Mi piaceva la grafica, mi piaceva come i miei articoli risaltavano sul giornale. Ma questo dopo un po' non mi bastava più. Volevo essere pagato e iscrivermi all'Ordine, così chiesi al caporedattore (avevo contatti solo con lui) se c'era questa possibilità. Lui mi disse di sì e chiese a me come potessi conseguire il tesserino, cosa occorreva perché succedesse (lui non era iscritto all'albo). Glielo spiegai, parlammo senza definire subito i dettagli, rimandandoli a una conversazione ventura. Nel frattempo mi chiese di aprire un blog su Wordpress, i cui pezzi - mi spiegò - sarebbero apparsi direttamente sul giornale, così che non dovessi aspettare ogni volta che lui li pubblicasse. Ma sul blog pubblicai un articolo, due articoli, tre, quattro. Sul giornale non apparve nulla, però il caporedattore - che nel frattempo non aveva detto più nulla sulla questione tesserino - continuava a insistere a farmi scrivere lì. "Se continui a pubblicare, appaiono.", proprio così disse, anche se suonava come un invito della fatina del dente. Dopo circa una decina di pezzi mi son fermato perché non solo non erano apparsi sul giornale ma il caporedattore aveva smesso di rispondere alle mie mail. Lo congedai con una mail piccatissima. 

Umiliato, preso in giro, non pagato. Suppongo che altri aspiranti pubblicisti, che magari il tesserino l'hanno pure preso, abbiano subito di peggio. Probabile. La conseguenza di tutto questo è che oggi mi è difficile fidarmi di chi dice di volermi dare un'opportunità e farmi crescere. Quasi sempre mi chiedo dove sia la fregatura che prosciughi quel poco di orgoglio e quel poco di autostima che mi sono rimasti. E voi quante fregature avete incontrato lungo il vostro percorso professionale?

domenica 27 settembre 2020

Quella foto da giovane

 

Ho rivisto una vecchia foto. L'ho presa da un vecchio cassetto. Aveva un velo sottile di polvere che ho rimosso soffiandoci sopra. Guardandola l'ho tenuta ben lontana dal viso. M'è riuscito difficile credere che quel ragazzo con ricci robusti sulla testa e un corpo sottile vulnerabile al vento e a ogni forma di accanimento fosse venuta dal mare ero io. Ho toccato i contorni del mio viso antico, poi del mio corpo. Speravo di assorbire un po' della lucentezza di quel sole estivo.

Ho mostrato la foto a un amico. Ero curioso di vedere come la sorpresa si manifestasse sulla sua faccia. Ha ghignato. "Sei tu? No, non è possibile che sia tu." Per convincerlo ho dovuto mostrargli la fossetta sul mento, quella virgola che mi ha condannato a una bellezza imperfetta e per la quale i miei amici mi avevano sempre preso in giro. 

Non ricordavo l'occasione di quella gita al mare. Forse stavo assaporando le prime libertà: la libertà di un'auto mia, la libertà della fine della maturità, la libertà di un primo amore gay. Sembra il fotogramma di un film che va a finire bene. Il che è strano, visto che la mia vita è stata sempre drammatica, con venature thriller e splatter. 

Mi sono chiesto chi ci fosse dietro l'obiettivo, a chi stessi sorridendo facendo lo sforzo di mettere tutti i denti nel sorriso. Era il 2011, l'anno in cui avevo deciso che potevo vivere tranquillamente i miei amori maschili e che se qualcuno avesse avuto qualcosa in contrario e fosse stato tanto stupido da venirmelo a dire avrebbe avuto la mia mano calcata sulla guancia dopo uno schiaffo? O era il 2010?

Mi è piaciuto pensare che la persona che mi aveva scattato quella foto fosse un ragazzo bello e aitante, che le mie mani, stringendolo, avessero toccato braccia muscolose e un ventre piatto e liscio. Mi è piaciuto pensare che la nostra storia fosse stata breve e intensa proprio come l'estate, e che poi ognuno riscivolato nella propria vita avesse conservato un buon ricordo dell'altro per tanto tempo. 

"C'è un numero di telefono sul retro della foto. Chiamalo.", mi ha fatto notare il mio amico. Era vero. Un numero scritto in una calligrafia stretta e incerta. Chi l'aveva scritto non era abituato a tenere una penna in mano. 

Io ho avuto paura di chiamare e verificare che fosse ancora funzionante. E se un passato diverso da quello che mi piaceva ricordare mi si fosse rovesciato addosso risvegliando qualcosa che era meglio tenere sopito? "Dai, chiama, chiama.": alle insistenze del mio amico si sono aggiunte quelle di un secondo amico cui ho mostrato la foto e che ha ghignato come l'altro.

Così alla fine ho composto il numero sul cellulare e ho chiamato. Uno squillo. Due squilli. Tre squilli. Una voce roca ha risposto proprio mentre stavo per mettere giù e questo è il motivo per cui adesso guardo occhi azzurri e stringo una mano rugosa in un bar fuori città. Ernesto era l'uomo a cui avevo detto 'ti amo' per avermi acceso una sigaretta fuori da un bar, il ragazzo che mi aveva scopato nei vicoli e che avevo invitato a venire a casa mia perché nella passione messa nel sesso avevo colto una bella affinità. E' diventato il mio secondo fidanzato, quello che non smetteva mai di tenermi una mano nei capelli ricci e che mi baciava lasciandomi sempre una traccia umida di saliva sulla guancia. 

"Quella foto - mi ha spiegato al telefono - te l'ho scattata quando ti ho portato al mare dopo la seconda prova della maturità. Eri felice perché dicevi che dopo aver superato la prova di matematica avresti potuto superare tutto nella vita." Man mano che mi raccontava, le immagini riaffioravano dal passato, feroci e abbaglianti come la fotografia. Il passato smetteva di essere un nero omogeneo e di colpo assumeva forme precise, come una scultura che emergesse dal mare.

"Sai l'unica cosa di te che non mi piaceva?", mi fa ora Ernesto, il sorriso che trascina su la faccia rugosa e cascante. "La fossetta."

Sorrido. Stronzo.


domenica 13 settembre 2020

Essere gay in Italia

 

Qualche mese fa sono stato intervistato per il mio romanzo su un sito online. Mi è stato chiesto come fosse cambiato il punto di vista degli etero sui temi LGBT, che atteggiamento avessero verso gay, lesbiche e trans. Ho dato una risposta breve e concisa perché non ho mai pensato fosse compito mio fare analisi generali. Non mi sono mai davvero sentito parte di una comunità. Per me, è sempre stata una battaglia personale. Si incontrano alleati lungo il cammino, certo, ma a vedertela con gli insulti, le umiliazioni e le botte alle fine siete tu e la tua pellaccia. Quindi ho esposto il mio punto di vista personale, e un punto di vista molto contenuto: ho detto che sì, le cose a me sembrano migliorate, che si può parlare più liberamente di fidanzati e fidanzate. Ma non ho parlato del "Frocio!" che mi è stato urlato qualche anno fa a un incrocio stradale, nel mio paese. Non ho parlato del figlio del mio vicino di casa affacciato al balcone durante il lockdown che ha sentito la necessità di comunicare al padre, ad alta voce, che "Quesso (moi, ndr) è ricchione".

Ho risposto a quella domanda come se fossi stato intervistato dal Tg1 negli anni Cinquanta. Volevo che il focus dell'intervista restasse il mio romanzo, non volevo che il discorso si ampliasse così tanto. Ma ho riletto quella risposta e mi è sembrata così imprecisa e sbrigativa che adesso ho voglia di approfondirla.

Sì, è vero che c'è stato un sensibile miglioramento nella mia vita e nella società. I temi LGBT sono entrati prepotentemente nel dibattito pubblico con le unioni civili, e da allora anche la tv italiana affrontando gli amori e le vite difficili di gay, lesbiche e trans ha iniziato a educare e sensibilizzare i telespettatori. Ci sono stati documentari Rai in prima serata, il trono di Uomini e Donne, Skam... Qualcosa si è mosso. Millimetri, ma s'è mosso. Quanto a me, dopo il coming out ho selezionato attentamente gli amici, sia nella vita vera che in quella virtuale, e da allora mi sono sempre sentito libero di esprimermi (ho raccontato i dettagli più piccanti e schifosi delle mie scopate, ho potuto finalmente dire quanto sono innamorato di Hugh Dancy, mi sono confrontato con gli altri e ho scoperto che non è solo su Grindr che si mandano culi e cazzi).

Gli insulti e le offese si sono ridotti quasi fino a sparire, nella mia vita. Ma ci sono. Nella vita delle altre persone LGBT hanno, purtroppo, un ruolo dominante e spesso sfociano nella violenza. Recentemente c'è stata una coppia di uomini in viaggio di nozze in Puglia, che in un ristorante oltre a ricevere gli insulti del personale hanno ricevuto piatti dallo chef con dei peni disegnati sopra. A Pescara, a luglio c'è stato un brutale pestaggio di un ragazzo gay ad opera di una gang di sette persone che l'ha spedito in ospedale con delle gravi fratture. Una coppia di ragazze ha postato sui social la foto di un casto bacetto al mare e sono state ricoperte di insulti, fra questi l'invito a farsi violentare per diventare etero. A Caivano, un ragazzo ha speronato con la sua auto la moto su cui erano a bordo la sorella e il suo fidanzato transgender perché non accettava il loro rapporto. Tanto per citare alcuni casi. Ed è ancora difficile per ragazzi gay e ragazze lesbiche potersi tenere per mano in strada o scambiarsi un gesto di affetto, vedersi riconosciuto lo status di coppia o di famiglia. 

Quello che più di tutto avrei voluto dire nella risposta è quanto i segni del passato ti rimangano addosso, miglioramento della società o no. Perché anche se arrivassimo a una condizione di piena accettazione, resterà sempre difficile cancellare la rabbia, il risentimento e il rancore di chi ha subito di tutto.

Io non perdonerò mai gli amici che si sono dichiarati intelligenti e di larghe vedute e che poi davanti all'omosessualità, al difficile posizionamento che ha sempre avuto in questa società, e a una conseguenza devastante di ciò come la depressione, sono scappati via.

Io non perdonerò mai i miei insegnanti di scuola media che mi dicevano di non reagire alle botte e alle offese dei bulli e che mi sgridavano se lo facevo, senza che loro, vigliacchi, ipocriti e codardi, muovessero un dito per fermarli o per espellerli dall'istituto. Non perdonerò mai i miei insegnanti di liceo, che troppo impegnati a seguire il proprio programma, dimenticavano di avere a che fare con ragazzi che stavano crescendo, non con dei polli da imbottire di nozioni senza insegnargli le virtù del pensiero critico, quel modo di elaborare collegamenti e fare ragionamenti di un certo spessore che ti salva dalla mediocrità.

Non perdonerò mai i giornalisti e gli autori di cinema e tv italiani che hanno sempre rappresentato l'Italia come un'enorme sagra di paese, dando peso a vuote stronzate di provincia e puttanate dialettali (talvolta affibbiandogli l'etichetta di cultura così che cafoni senz'arte né parte potessero gonfiarsi di orgoglio rivendicando una bellezza culturale che non hanno e non hanno mai avuto) e bollando come "eccentricità" ogni parola, discorso o stile comportamentale che deviasse dal manicheo e minacciasse di presentare la realtà nelle sue forme più complesse.

No, non li perdonerò mai. Non solo: so che il Karma è un signore gentile, e prima o poi fa visita a tutti; il giorno che andrà da loro sarò lì a brindare e festeggiare. Magari altre persone della comunità LGBT hanno un cuore più grande del mio e sono inclini al perdono. Ma io no, no di certo. Mai. 

Adesso la risposta all'intervista è completa.

domenica 6 settembre 2020

L'odore dei libri

Poco lontano da dove abitavo, a Roma, c'era un posto dove sembrava che i libri andassi a comprarli solo io. Non c'era mai nessuno fra le file di scaffali. Ogni tanto un gatto mi balzava sui piedi e miagolava, affondandomi le zampine nei pantaloni. 

Pensavo che quel posto fosse destinato al fallimento. Che il vecchio proprietario, baffuto e con gli occhiali in precario equilibrio sulla punta del naso, vivesse in una specie di limbo, protetto dai libri ma consapevole dei guai economici che prima o poi sarebbero arrivati. 

Di quel posto adoravo prendere libri dagli scaffali e poterci tuffare il naso dentro, senza che una commessa con la voce di Drusilla mi chiedesse "Lo compra?" pregustando una risposta negativa così da potermi affondare i canini nel collo e succhiarmi l'anima. 

L'odore dei libri di quel posto era diverso dall'odore dei libri in una Feltrinelli o in un Mondadori Store. I libri odoravano di sofferenza, come se in quelle edizioni oltre che le parole degli autori, ci fossero stampate anche le tribolazioni che li aveva portati a scrivere. Sapevano di pianti infiniti per amori non corrisposti e di dolore per morti premature. Ero consapevole che, se avessi comprato uno di quei libri, a casa con me avrei portato un pezzo di anima dell'autore. 

Il proprietario sorrideva triste ogni volta che mi avvicinavo alla cassa. Era sollevato per le sue finanze, ma dispiaciuto perché l'orchestra varia e miscellanea di voci della sua libreria perdeva alcuni dei suoi elementi. 

A nessuno consigliavo quella libreria. Volevo restasse il mio rifugio segreto, anche se su Google aveva un buon piazzamento e vantava belle recensioni. Quando tornavo a casa pieno di libri e veniva notato come sulle buste non ci fosse alcun logo, mi si chiedeva: "Dove li hai comprati?" Io tergiversavo o al massimo se la curiosità dell'altro era insistente sostenevo me li avesse regalati un "amico" o un amico-amico.

Ogni volta che esaurivo i libri da leggere e ne dovevo comprare altri, per andare al negozio sceglievo un percorso lungo e complicato. Volevo avere tutto il tempo di riflettere sui titoli e il genere verso i quali mi sarei orientato e sugli odori che avrei assaporato, ogni volta ero eccitato come un bimbo pronto a stringere il primo cono gelato dell'anno.

Prima di entrare in libreria, guardavo dalla soglia il proprietario. Preferivo avesse qualcosa da fare, così il mio incontro coi libri sarebbe stato ancora più intimo e personale. Seguivo ogni volta una determinata procedura: controllavo che non ci fossero altri clienti, silenziavo il cellulare, sbirciavo l'ora dall'orologio da polso e cominciavo la ricerca dagli scaffali più in fondo.

Quando avevo trovato quello che cercavo lo capivo dal modo in cui le parole sulla quarta di copertina mi si depositavano dentro: se innescavano immagini forti e terribili o belle e pacifiche o di entrambi i tipi allora era un libro che doveva finire sul mio scaffale a casa; se invece le immagini erano sfocate, indistinte e poco dettagliate allora non era un libro che mi avrebbe arricchito, pertanto mi curavo di rimetterlo a posto con la stessa delicatezza con cui vedevo il proprietario riordinare dei volumi.

"Sei un lettore avido.", mi ha detto una volta il libraio. A me ha fatto sorridere l'aggettivo. Di solito, 'avido' lo sento applicato alla sfera sessuale. Avido come un amante. Baci avidi. Ma forse proprio per quello l'aggettivo era giusto. La lettura e la scrittura, in fondo, non evocano piaceri affini a quelli dei giochi di letto? 

"Sì, sono un lettore avido.", gli ho risposto. E' stata la prima volta che l'ho visto sorridere felice. Il viso grinzoso si è sollevato come le tende di un palcoscenico e ho visto i denti rilucere bianchi e sani. Sembrava sul punto di aggiungere qualcos'altro, ma poi mi ha battuto lo scontrino e mi ha salutato come fa sempre: la mano sollevata e le dita ben divaricate.

Un giorno mi sono promesso che gli avrei chiesto consigli per gli acquisti tanto per capire che tipo fosse, se fosse più uno da Paul Auster o da Pasolini, se gli interessassero quelle architetture zeppe di strati come le subordinate senza meta apparente di David Foster Wallace o le frasi semplici e riposanti di un Peter Cameron. Ero convinto che i suoi gusti letterari fossero la finestra da cui affacciarmi per vedere un po' della sua personalità e magari i motivi che l'avevano spinto a barricarsi in una fortezza di libri. 

Ma quell'occasione non è mai arrivata. Attaccata alla saracinesca abbassata, a lettere grandi e scarlatte poco prima che lasciassi la città ho trovato un cartello che recitava così: "Chiuso per morte proprietario". Proprio così, morte proprietario. Sapevo che quel posto non avrebbe riaperto mai più, nessuno l'avrebbe sostituito, nessuno dietro la cassa avrebbe temuto il momento in cui avrei pagato i volumi scelti. 

A questo punto ci starebbe bene dire che abbia compiuto un gesto simbolico per commemorare quel posto perduto, ma tutto quello che ho fatto è stato girare sui tacchi e andarmi a ingozzare di gelato. I libri li ho comprati in un'anonima Feltrinelli, dove odoravano di stampante Canon e la commessa mi ha seguito con lo sguardo per tutto il tempo.