lunedì 17 novembre 2008

L'ardua ricerca della verità

Eccovi un altro mio racconto. Si tratta di un noir poichè anche il protagonista si macchia di alcune colpe... L'ho redatto due anni fa, sperando di vincere un concorso... Noterete certamente che il mio stile è cambiato (in meglio o in peggio? A voi l'ardua sentenza!)...
1 I volti dei miei genitori mi tormentavano ancora, dopo ben due anni dalla loro morte, o meglio, dal loro omicidio. La polizia di Sunwood, in assenza di tracce e di indizi, aveva archiviato il caso in tutta fretta, con il pretesto di aver a che fare con un assassino alquanto meticoloso: aveva, infatti, pulito accuratamente la scena del crimine. Grazie al referto del medico legale, era stato possibile stabilire che l’arma del delitto era una pistola Magnum calibro 38, mai stata trovata. Quel piovoso mattino di fine aprile, mentre sorseggiavo una tazza di cioccolato caldo, osservavo attonito le pile di foto dei miei genitori da adolescenti, scattate durante i loro primi appuntamenti, e pensavo a come sarebbe stata la mia vita se non fossero morti, se ancora oggi fossimo una famiglia, se io non fossi mai andato a vivere da mia zia Maggie. Quando ebbi finito di osservare tutte le foto, poggiate sulla scrivania in legno battuto, mi accorsi che la pioggia era cessata. Il sole era tornato a splendere alto in cielo, a irradiare la città, a posare i suoi raggi sui grattacieli. Dopo un lasso di tempo, presi nuovamente, con le mie mani screpolate, la foto, che mi ritraeva, a cinque anni, in braccio a mia madre. Rimasi per un istante a contemplare quel suo volto pallido, quelle guance rosee, quegli occhi di un azzurro penetrante. Solo allora promisi a me stesso che avrei indagato sul caso. Sapevo che era un’idea bizzarra, ma non me ne importava: era un sacco di tempo che fingevo di esser tornato a vivere una vita tranquilla, a nascondere l’odio per quell’essere che aveva fatto fuori i miei genitori, a fingermi felice di vivere con mia zia. Tutti i cittadini di Sunwood erano a conoscenza del fatto che la polizia era piuttosto distratta, quindi era possibile che riuscissi a trovare un indizio, un particolare trascurato. Dopotutto avevo un ottimo amico: Ryan, un tipico sedicenne aspirante tecnico di computer, che, “per errore”, si era infiltrato nel database della stazione di polizia. Gettai un’occhiata severa sui romanzi di “Harry Potter”, che mia zia collezionava in quell’angolo polveroso del salotto, su un vecchio scaffale. Mi avvicinai all’immensa poltrona, unico oggetto dominante della sala, presi il telefono, poggiato su un comò, tra le mani, alzai la cornetta e composi rapidamente il numero di Ryan. Dopo cinque squilli, una voce pacata rispose. “Pronto? Chi parla?”. “Sono Andrew, un amico di Ryan: me lo può passare?”. “Certamente”. Dopo alcuni istanti Ryan mi rispose: “Ah, ciao, Andrew. Come stai? Sai, sono contento che la scuola ci abbia dato questo giorno di vacanza: ne avevo bisogno. Cosa combini?”. “Ehm, nulla di particolare. Senti, ti ho chiamato per chiederti se potresti entrare nel database della stazione di polizia, per trovare tutte le informazioni… sull’omicidio dei miei genitori”. “Cosa??? Ma perché?”. “Ti sembrerà ridicolo, ma… ho deciso di indagare. Ne ho bisogno!”. “E… come ti è venuto in mente?”. “Ho appena visto le loro foto, e ho capito di stare ancora male. Ti prego, aiutami!”. “Okay… Mi metto subito a lavoro. Se trovo qualcosa, verrò da te. Ciao.”. Lo salutai e riappesi la cornetta. 2 Erano le 11.25. Guardavo annoiato un vecchio episodio di “Buffy l’ammazzavampiri”, che davano sulla WB Shield. All’improvviso annusai disgustato l’odore stantio che aleggiava per tutto l’edificio, e mi accorsi che mia zia era appena tornata dal suo ristorante. Mi alzai dalla soffice poltrona in pelle e spensi il televisore. Uscii dal salotto e la raggiunsi in cucina. Osservai, per qualche istante, il suo viso lacerato dal corso degli anni, colmo di rughe, i suoi occhi di un nero raccapricciante, i capelli colmi di forfora. Per un attimo ebbi l’impressione di avere la bocca secca, e, un fascio di luce, proveniente dalla finestra principale della stanza, mi colpì in pieno volto. Mi scostai e mi nascosi all’ombra delle tende di seta bianca. Il mio sguardo e quello di mia zia si incontrarono. “Hai fame?”, mi chiese. Scossi la testa. “Che hai? Sembra che tu abbia visto un fantasma”. Quasi esitando, le risposi: “Ho rivisto le foto di mamma e papà”. Quella sua espressione sorridente sfociò in un espressione cupa, le sopracciglia e la fronte aggrottate. “Ah. E perché?”. “Non c’è un motivo. Mi andava di farlo”. “Senti, adesso devo uscire di nuovo. Vado al supermercato sulla Compton Road. Nel caso tu avessi fame, ti ho lasciato un sandwich al formaggio e prosciutto in frigo”. “Okay, grazie”. Dopo un lasso di tempo, quando fu uscita di casa, notai la sua Jaguar nera sfrecciare dal vialetto e riversarsi in strada. Nel frattempo andai in salotto, presi il nuovo libro di Stephen King, “Colorado Kid”, da un vecchio mobiletto, e mi immersi nel piacevole mondo della lettura. Din don… L’irritante suono del campanello interruppe quel mio momento di relax. Poggiai il libro sulla poltrona ed andai ad aprire la porta. Era Ryan, il viso chino sul petto, gli occhi fissi su di me. “Ciao. Ehm… hai scoperto qualcosa?”. Annuì e notai una cartella color porpora stretta tra le sue mani. Lo invitai ad entrare ed andammo nella mia stanza. Appena entrato, Ryan contemplò torvo le pareti bianche. “Bella camera” mi disse, una volta che ebbe notato i poster dei Dandy Warhols, dei Cramberries e dei Phantom Planet. Lo ringraziai e posò la cartella sulla vasta scrivania in legno battuto. “Sai, ho trovato un sacco di roba riguardo i tuoi. Vi è anche la scheda dei sospetti”, mi confessò, quasi non attendesse altro. “Sul serio?”, gli chiesi. Annuì e si avvicinò al ripostiglio adiacente alla scrivania, da cui prese un vecchio cd. Me lo porse con aria interrogativa. “È il nuovo cd dei Love Spit Love, la band che interpreta la sigla di Streghe”, gli spiegai. Annuì nuovamente e mise il cd a posto. Fece un paio di passi e giunse di fronte la mia piccola finestra, colma di polvere e ragnatele, da cui trapelava un debole fascio di luce. Per alcuni istanti contemplò la vecchia villa vittoriana della signora Mayer, alcuni uomini decrepiti seduti su una panchina, che, sofferenti del freddo pungente degli ultimi giorni, cercavano di attirare a sé un po’ di calore, e una coppia di bambini, che passeggiavano sorridenti lungo i folti marciapiedi della città. Poi si voltò verso di me, gli occhi colmi di tristezza, un’espressione fredda mai vista prima d’allora. Solo in quell’istante scorsi quei lineamenti del volto alquanto composti e il naso arricciato. Dopo un lasso di tempo sedetti sul soffice letto d’acqua, regalo di mia nonna, in occasione del mio quindicesimo compleanno, e provai una piacevole sensazione di benessere: un misto di tranquillità e sicurezza. “Che hai? Da quando sei venuto mi guardi con un’aria strana”. Si passò una mano sui folti capelli e sedette accanto a me. “Vedi, assieme all’indagine della polizia ho trovato il referto del medico legale e…”. Annuii. “…hai scoperto che l’arma del delitto è una pistola Magnum calibro 38. Già lo so”. Scosse la testa. “Beh, non solo. Il fatto è che vi erano anche le foto dell’autopsia, e io le ho viste: è stato orribile”. Gli presi la mano destra e gli rivolsi un’occhiata di compassione. “Ascolta, mi dispiace di averti coinvolto. Ma io devo sapere. Comunque spero che tu non le abbia portate…”. Accennò un sorriso di sollievo. “No, infatti. Nella cartellina vi sono solo la lista dei sospetti, le varie indagini su loro e le foto della scena del crimine. Tutto qui.” La mia espressione in volto si addolcì. “Okay, grazie”. Ryan scrutò l’orario dal suo orologio da polso. “Ah, è tardi. Devo tornare a casa. Mia madre avrà già preparato il pranzo. Ciao!”. Uscì dalla mia stanza, attraversò il corridoio, aprì la porta d’ingresso e se ne andò. Mi stirai e mi alzai dal letto. Mi avvicinai alla scrivania quasi con aria furtiva e presi tra le mani ruvide e screpolate il fascicolo color porpora. Lo aprii. Mi trovai di fronte la lista dei sospetti e immediatamente mi balzò all’occhio il nome di mia zia, al primo posto: Melinda Scott. Alcuni istanti dopo, mi resi conto che le mie mani tremavano, e la cartella cadde sul parquet. 3 Alle 15.30, dopo essermi sorbito le prediche di mia zia, per non aver toccato cibo a pranzo, e dopo che fu tornata al suo ristorante, ebbi il coraggio di tornare nella mia stanza a contemplare il contenuto del fascicolo. Sotto il nome di mia zia, sulla scheda dei sospetti, vi erano anche i nomi di Ashlee Jenkins, Patricia Halliwell, Max Scarpetta e Bob Durham: tutti vecchi colleghi di lavoro dei miei genitori. Più tardi mi misi a scrutare le foto della scena del crimine e impallidii: rivoli di sangue sulle pareti e sul marmo del pavimento della cucina della nostra vecchia casa; alcuni vasi del salotto, che il killer aveva distrutto, per sbaglio, con due colpi della Magnum… Tornarono nella mia mente tutti quei ricordi sbiaditi, relativi alla mia vecchia casa, ormai archiviati: le battaglie con i cuscini con mia madre, la sera, nella mia stanza; i discorsi sui fatti della cronaca locale con mio padre, nella sala da pranzo, davanti al televisore; i baci della buonanotte… Senza che me ne accorgessi, lacrime amare solcarono le mie guance. Un istante dopo, diedi un’occhiata alle indagini sui sospetti e, immediatamente, mi precipitai su quelle di mia zia. Scoprii che la sera dell’omicidio stava lavorando nel suo ristorante. A confermare il suo alibi, era Marta Gibson, la principale cameriera del suo locale, di cui erano state fatte, separatamente, altre indagini, che Ryan aveva stampato nella parte bassa del foglio. Le lessi. Marta Gibson ha trentadue anni, lavora ormai da tempo nel ristorante “Hot-dog” di Melinda Scott. Il suo stipendio mensile è di 750 dollari. Vive a Sunwood, in un vecchio appartamento in Madison street. Ha abbandonato all’età di sedici anni il liceo, per entrare nel mondo del lavoro. Gettai con vigore la cartella sulla scrivania e accesi lo stereo. Mi sedetti su una vecchia sedia e iniziai a rilassarmi sulle note di “Shiver”, la favolosa canzone di Natalie Imbruglia: ascoltare la musica mi aiutava a riflettere, e quello era il momento adatto. Poggiai il capo sullo schienale della sedia e osservai divertito il cielo blu dalla piccola finestra. Chiusi gli occhi e alzai il volume dello stereo. Sentii la voce squillante di Natalie Imbruglia echeggiare per tutto l’edificio. Alcuni istanti dopo, mi venne un’idea: quando a scuola avevo frequentato un corso di giornalismo, il professore, un giornalista del <>, aveva spiegato che, per qualunque situazione, non solo per il mestiere giornalistico, bisogna verificare la fonte. E, nel mio caso, aveva esattamente ragione. Decisi, quindi, di andare al ristorante di mia zia e di discutere con Marta sulla sua testimonianza alla polizia. Alle 16.15 circa, mi trovai di fronte l’ingresso dell’Hot-dog restaurant. Contemplai, per alcuni istanti, l’insegna color verde muschio, poi spinsi la porta d’ingresso ed entrai. Scrutai torvo il salone principale, gremito di tavoli già imbanditi per la cena. Dietro il bancone vi era la nuova cameriera, che, con fare inesperto, contava i soldi incassati la mattinata. Marta Gibson uscì gracidando dalla cucina. Si diresse verso il tavolo 4, dove poggiò una bottiglia d’acqua naturale e una bottiglia di corposo Chardonnay, e mi notò. Sul suo volto si dipinse un’espressione di stupore. “Ciao, Andrew. Come stai?”. “Ehm, bene”. “Stai cercando tua zia? Lei si trova sul retro”. “In realtà sto cercando te”. Quella sua espressione di stupore sfociò in un’espressione di dubbio. “Me!?”. Annuii. “E… di cosa devi parlarmi?”. “Forse è meglio se ci sediamo”. Andammo verso il tavolo 15, l’unico tavolo accanto la vasta finestra, che dominava l’arredamento del salone, e ci sedemmo. Marta accavallò le gambe. Abbassai lo sguardo sul petto. “Ricordi la sera dell’omicidio dei miei genitori?”. Annuì. “Sì, era una tipica serata di marzo”. “Già. Tu… stavi lavorando, giusto?”. “Sì”. Annuì nuovamente. “Senti, Andrew, dove vuoi arrivare?”. “Beh, ecco… c’era anche mia zia con te?”. Un silenzio d’imbarazzo cadde nella sala. Mi voltai verso il bancone e notai che la nuova cameriera era sparita. Poi lanciai un’occhiata a Marta e mi accorsi che la sua fronte era imperlata di gocce di sudore. Mi prese la mano destra. “Ascolta, ti dico che non è stata Melinda ad uccidere i tuoi genitori, se è questo ciò che stai pensando: lavoro qui da più di dieci anni e ho imparato a conoscerla; so che è grintosa, tenace, forte, ma anche sensibile, e non farebbe mai una cosa simile, okay?”. Ebbi l’impressione che mi stava mentendo. Rimasi a scrutare immobile quei lineamenti del viso così fini e quelle guance rosee solcate da piccole rughe. “Senti, in questi due anni ho imparato a conoscere anche te. Vedo quei tuoi occhi colmi di dolore, di rabbia e so che desideri a tutti i costi la verità, ma cercare l’assassino non ti aiuterà a lenire le tue ferite”. Rivolsi un’occhiata al resto del salone, fingendo di averla ascoltata. “Grazie”. Marta abbozzò un sorriso. “E di che? Beh, ora… devo proprio andare: sono riuscita ad ottenere un permesso per portare la mia auto ad un controllo dal meccanico giù in centro”. Con aria interrogativa le dissi: “Hai un’auto?”. “Certamente. È una Cougar rossa”. “E… quando l’hai comprata?”. “Due anni fa”. “Davvero? Io non l’ho mai vista”. “Un giorno te la farò vedere. Ciao!”. Con fare assente, uscì dal ristorante. Dopo un lasso di tempo, un orribile pensiero mi balzò in mente. Iniziai a tremare e mia zia entrò nella sala. “Ciao, Andrew. Come sei venuto fin qui?”. Un’espressione grave mi si stampò in volto. “A…a piedi”. “Ma che hai?”. “Oh, nulla”. 4 L’indomani mattina l’assordante rumore della Jaguar di mia zia, che si riversava in strada, mi destò. Mi trascinai a fatica giù dal letto e indossai un comodo paio di ciabatte. Lentamente mi avvicinai alla piccola finestra della mia stanza e la aprii. Assaporai la candida brezza mattutina, ma corrotta dallo smog delle auto e da un’asfissiante odore di pattume, che gravava in quell’angolo di periferia di Sunwood, e mi portai la mano sinistra sul petto. Per alcuni istanti, fissai immobile il traffico della città, il negozio di ferramenta del signor Baxter e il supermercato della signora Winter, che stavano aprendo, e una coppia di anziani, che passeggiavano lungo i margini della via. Dopo che ebbi visto un gruppo di ragazzini con gli zaini sulle spalle, ricordai a me stesso che dovevo andare a scuola. Abbassai lo sguardo sul parquet, attraversai la stanza e giunsi di fronte la porta. Mi voltai verso la scrivania e mi balzò all’occhio il fascicolo color porpora sull’omicidio dei miei genitori. Mi tornarono in mente gli avvenimenti del giorno precedente: la mia conversazione con Marta Gibson, la cena al ristornante di mia zia, il ritorno a casa all’1.30. Ricordai anche i miei dubbi, i miei pensieri e i miei sospetti riguardo l’omicidio. Uscii dalla mia stanza, mi riversai in corridoio e lo attraversai. Entrai nella stanza di mia zia e osservai il letto in disordine. Un puzzo di chiuso si fece strada nelle mie narici e mi disgustai. Andai ad aprire la finestra, accanto un vecchio comò, che mia zia mi impediva sempre di aprire. Mi avvicinai a quest’ultimo e, per pura curiosità, lo aprii. Non potei credere ai miei occhi: una pistola Magnum calibro 38 mi balenò di fronte; la riconobbi immediatamente da quei lineamenti così compatti, come l’avevo vista in una foto mostratami da un poliziotto, ai tempi dell’omicidio, per chiedermi se i miei genitori avessero una pistola simile. Iniziai a tremare e mi resi conto che, oltre la pistola, vi era anche la vecchia agenda in cui mia zia appuntava gli assegni fatti. La presi e la aprii alla sezione marzo 2005. L’unico assegno fatto, quel mese, era di duecentocinquantamila dollari ed era intestato a Marta Gibson. Il mio intuito aveva ragione. “Cosa ci fai nella mia stanza?”. Mia zia mi aveva colto in flagrante. L’agenda mi scivolò dalle mani e cadde sul marmo del pavimento, il tonfo la fece sobbalzare. “Ma… sei ancora in pigiama. Fra poco c’è scuola”, disse lanciandomi un’occhiata di disapprovazione. Le rivolsi un’occhiata colma di disprezzo. “Tu hai ucciso i miei genitori!”, sbottai. “Ma cosa stai dicendo!?”. Le mostrai la pistola. “Ho trovato la Magnum calibro 38 nel tuo comò. Questo spiega perché non me l’hai mai fatto aprire”. Si sedette sul letto. “Questo non prova nulla”. “Ah, no? E cosa mi dici a proposito dell’assegno che hai fatto a Marta, la tua cameriera, perché testimoniasse alla polizia, che la notte dell’omicidio tu stavi lavorando al ristorante?”. Rilassò il volto. “Okay, lo confesso: ho ucciso i tuoi genitori”. Scossi la testa. “Ma perché?”. Abbassò lo sguardo sul petto. Non ebbe il coraggio di guardarmi negli occhi. “Ero invidiosa. Mia sorella era riuscita a costruire una famiglia perfetta: il mio sogno. Io nella vita non ho mai combinato nulla, sono solo riuscita ad aprire un ristorante. Quella sera, poi, avevo bevuto. Sono andata a casa tua e ho sparato a tua madre, ma non sapevo che ci fosse anche tuo padre. Sono stata costretta a sparargli, perché avrebbe chiamato la polizia”. Mi sentii svenire, ma feci appello a tutto il mio coraggio. Controllai che la pistola fosse carica, la impugnai, gliela puntai contro e premetti il grilletto.Il proiettile le perforò il cranio. Quando mia zia cadde a terra, in una pozza di sangue, mi resi conto di esser diventato, anch’io, un assassino.

2 commenti:

  1. Ciao Andrea, sono franc'O'brain (sborror.splinder.com). So che tu hai già pubblicato su riviste ad ampia diffusione, ma che cosa fa uno scrittore che - come noi - produce più di quanto non riesce a piazzare? Io ho scelto l'autopubblicazione (p.es. lulu.com - conosci?), ma è chiaro che lo scopo è quello di farsi pubblicare "ufficialmente". Se puoi darmi qualche dritta (vivo all'estero, non ho agganci personali...) te ne sarò grato. Ciao dalla (fredda!) Baviera.

    francobrain@yahoo.com

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  2. Caro Franc'O'brain, le mie pubblicazioni - ahimé - non sono state retribuite. Dritte? Ehm... non sono un esperto, ma ti racconto cosa ho fatto. Per quanto riguarda la fanfiction sul finale alternativo di Streghe, pubblicato sul Telefilm Magazine nella rubrica Carta Bianca, l'ho semplicemente inviata alla redazione della rivista tramite missiva! Non mi avevano contattato per riferirmi che sarei stato pubblicato, difatti l'ho scoperto in edicola! Stessa cosa per la fanfiction sul cross-over tra Buffy e Streghe pubblicata su Series, il mondo dei telefilm!
    p.s. Non abbatterti se il tuo racconto o articolo non viene pubblicato: ho tentato molte volte di "apparire" su un giornale e (spesso) collezionando insuccessi!

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