venerdì 16 gennaio 2009

Un particolare ragazzo atessano (pt.2)

2 “Ma cosa diavolo hai fatto???”. Mia madre aveva il volto livido di ira, i capelli scarmigliati e gli occhi cerchiati di rosso. Alcune lacrime le rigavano il viso. Un brivido mi percorse la spina dorsale: era la prima volta che la vedevo piangere e, credetemi, non era un bello spettacolo… Sedevo sull’angusta poltroncina della nostra sala da pranzo e avevo le gambe anchilosate. Mia madre non accennava a tranquillizzarsi, il che indicava che avrei dovuto sorbirmi le sue prediche ancora per mezz’ora. Incrociai le braccia sul petto con occhi inespressivi, senza lasciar trasparire alcuna emozione dal volto. Quando mia madre si placò, emisi un sospiro di sollievo e mi appoggiai contro lo schienale del divano. Stavolta l’avevo combinata davvero grossa e non riuscivo ad immagine come me la sarei cavata. Dopo che i miei genitori mi ebbero segregato nella mia stanza, mi distesi sul letto a rimuginare. Avevo bisogno di sfogarmi, di lasciarmi andare, di dare fondo a tutta l’ira, che ribolliva in me. Così scattai in piedi, corsi ad afferrare il telefono, il quale era poggiato su un lacero comò, sollevai il ricevitore e composi un numero. Quando una voce roca, ma acuta, rispose, socchiusi le palpebre. “Salve, c’è Carlo?”. “Ma chi parla?”. Era la madre del mio migliore amico, una vera arpia. “Sono… Francesco”, le risposi con voce esitante. “Francesco? Quello che stila classifiche sulle più belle ragazze della classe?”. Sbalordito, sgranai gli occhi. Come diavolo aveva ottenuto quell’informazione? “E…esatto”, confermai, timoroso. La donna assunse un tono iroso. “Senti, gradirei che non frequentassi più mio figlio, chiaro?”. Poi interruppe la comunicazione. Riappesi la cornetta e, esasperato, affondai il capo nel soffice cuscino del mio letto, dopo averlo sprimacciato con cura. E adesso con chi posso confidarmi?, pensai. Non riuscii a darmi una risposta. Certo, non avevo molti amici, ma sicuramente non ero un asociale. Solo, quei pochi, che avevo, non erano disposti ad ascoltare le mie “disavventure”. Rassegnato a tenermi tutto dentro, mi sporsi verso il consunto cassettone, che torreggiava nel bel mezzo della sala, afferrai il telecomando, posato sulla sua superficie ben levigata, ma colma di polvere, e lo puntai contro il televisore, che poggiava su un’ampia scrivania. Premetti un pulsante e mi sintonizzai su una rete privata, che stava dando l’edizione pomeridiana del telegiornale. Il cronista, che sedeva dietro una vasta scrivania in legno battuto, narrava in tono concitato le dinamiche di un omicidio, avvenuto proprio nella mia città, Atessa. Alzai il volume. “…a quanto pare la donna è deceduta, a causa di alcune pugnalate, inferte dal suo aggressore. Nessuno ha udito le urla strazianti, anche se ciò, agli inquirenti, sembra alquanto improbabile: il cadavere è stato rinvenuto nei pressi di Via Cavalieri di Vittorio Veneto, una delle zone più trafficate di tutto il paese, e, se l’assassinio si fosse consumato in quel quartiere, qualcuno avrebbe certamente avvertito le grida della giovane. Non vi è, poi, alcuna traccia dell’arma del delitto, il coltello, con cui è stata stroncata la vita della donna. L’autopsia, sul cadavere, è stata effettuata stamani, ma i risultati sono ancora ignoti. Per ulteriori aggiornamenti, non perdete l’edizione di stasera…”. Spensi il televisore e, con noncuranza, gettai il telecomando a terra, sul pavimento di linoleum. Il tonfo mi fece trasalire. Quando tornò il silenzio, mi drizzai in piedi e mi precipitai verso l’estremità della stanza. Poiché l’aria, nella sala, si era fatta viziata, aprii una finestra, poi mi afflosciai su una logora sedia sgangherata, giungendo le mani in grembo. Surreale. Questa era l’esatta definizione di quella giornata. Non riuscivo ancora a capacitarmi di aver ricevuto una sospensione a scuola. Il fatto che una donna fosse stata barbaramente uccisa nel mio quartiere, poi, non mi scuoteva granché: l’autore di quel delitto era il sottoscritto…

Nessun commento:

Posta un commento