domenica 3 maggio 2009

Telecinesi

Quando sul video presero a scorrere i titoli di coda dell’episodio di Streghe che stava seguendo, Mark si protese in avanti, in direzione del vasto tavolo di mogano che troneggiava nella sala, afferrò il telecomando, lo puntò verso il televisore e lo spense. Si alzò con un sospiro dal divano in pelle nera e con un’espressione grave stampata in volto si incamminò per un lungo corridoio, verso la sua stanza. Quando vi fu giunto, si abbandonò sul soffice materasso del suo letto consunto e si mise a contemplare la soffitta, attraversata da profonde crepe, con sguardo vacuo. Immaginò cosa sarebbe ora la sua vita, se avesse uno dei poteri delle protagoniste del telefilm, che fino a poco prima seguiva con grande passione. Bloccare il tempo, avere premonizioni, spostare gli oggetti con la sola forza del pensiero. Queste erano le capacità delle famigerate sorelle Halliwell. Il suo potere preferito era di gran lunga quello di Prue, la sorella maggiore, interpretata da una mitica Shannen Doherty, la sola che poteva calarsi nel ruolo alla perfezione: muovere gli oggetti. Abbozzò un sorriso. “Mark!”, tuonò una voce roca e acuta “Vieni subito qui!”. Il ragazzo scrollò il capo, quasi a scacciare quei pensieri e tornò alla realtà. “Un attimo!”, articolò, tirando a sedersi. Detestava la voce stridula di sua madre, quella vecchiaccia col viso tempestato di rughe, con quell’espressione astiosa dipinta perennemente negli occhi e con quel tono imperioso, che utilizzava quando doveva impartigli ordini. Certo, lui non odiava esclusivamente la sua voce, ma anche lei stessa. Lo faceva uscire di senno il modo in cui lo trattava, il modo con cui lo metteva in imbarazzo, al cospetto dei suoi amici e dei suoi parenti. Un giorno sarebbe fuggito di casa, a bordo della sua Cabriolet, in compagnia di una bionda da urlo. E magari alle spalle si sarebbe lasciato solo il volto straziato di sua madre, con gli occhi traboccanti di lacrime. Mark accennò un sorriso anche a quel pensiero. “Mark, ti ho ordinato di venire qui!”, tornò a insistere l’anziana donna. “Eccomi, arrivo!”, gemette il ragazzo, con un’espressione rassegnata dipinta in volto. Mark uscì dalla sua stanza, si riversò in corridoio e si diresse di buon passo verso la cucina, dove sua madre l’attendeva inerte con le braccia incrociate sul petto, le sopracciglia leggermente aggrottate. La donna puntò l’indice della mano destra contro il lavabo, su cui spiccavano chiazze nerastre. “Cosa ti ho chiesto questa mattina?”, fece, in tono minaccioso. Il ragazzo impallidì, mentre gocce di sudore imperlavano la sua fronte. L’atmosfera divenne palpabile. Per un istante temette che sua madre l’avrebbe picchiato. Poi scosse il capo con un unico, impercettibile cenno. “Non ricordo”, mormorò, con fare esitante. La vecchia megera, con tutta l’ira che aveva in corpo, calò un pugno sul tavolo imbandito della sala da pranzo. “Ti avevo ordinato di far brillare la cucina!!!”, gridò, gli occhi quasi fuori dalle orbite, il naso aquilino che si era arricciato, i folti capelli bianchi, che le nascondevano la vasta fronte, ridotti a una chioma in disordine. Mark indietreggiò di qualche passo e urtò una sedia sgangherata, rovinando a terra. La donna mosse alcuni passi nella sua direzione e si chinò su di lui. “Spero ti sia chiaro che, se hai intenzione di rimanere in questa casa, dovrai attenerti ad alcune regole e dovrai obbedirmi!”, intimò, divenendo livida di rabbia in viso. Mark annuì e un sorriso tremulo affiorò sulle sue labbra. “Tutto chiaro, mamma”. L’anziana madre tentò di decifrare l’espressione sul volto del figlio, ma non ci riuscì. “Okay, puoi tornare nella tua stanza”. Quanto odiava quella donna. Quanto avrebbe voluto infilzarle un pugnale nel petto e scrutare la vita che abbandonava i suoi occhi, che si affievoliva, che si dissolveva. Oh, sì. Magari un giorno l’avrebbe fatto. Prima che il ragazzo potesse riscuotersi dai suoi pensieri, un coltello, dalla punta acuminata, poggiato sulla tavola imbandita della sala da pranzo, si sollevò e affondò nel petto di sua madre. Mark sgranò gli occhi e si portò le mani alla bocca, inorridito. Non riusciva a credere allo spettacolo, che gli si era parato innanzi. L’oscuro desiderio, che da tanto tempo celava nei suoi pensieri, si era finalmente realizzato. Sua madre, il volto madido di sudore, gli occhi spalancati, stramazzò a terra, boccheggiando. Dopo aver osservato immobile, attonito, per lunghi istanti, la pozza di sangue su cui era finita, il ragazzo tornò alla realtà e, senza temporeggiare, prestò soccorso all’anziana donna. Le sollevò il capo con la mano destra. “Mamma, mi senti?”. Lei sollevò gli occhi supplicanti nella sua direzione e un’espressione di accondiscendenza si fece strada sul suo volto. Dopo un lasso di tempo, schiuse le labbra e pronunciò le ultime parole della sua vita, che sarebbero riecheggiate negli anni a venire nella sua mente. “Tu sei il demonio”. Mark lasciò la presa e la testa di sua madre cadde sul pavimento con un tonfo sordo. Il ragazzo si destò. Restò inerte alcuni istanti a scrutare la fioca luce del crepuscolo, che trapelava dalle tapparelle dell’unica finestra della stanza, e si portò le mani alle guance, accese da un lieve rossore. Poi tornò a sdraiarsi. Incredibile. Era solo un sogno. Un incubo, per la precisione. Eppure avrebbe giurato di essere sveglio… Quelle immagini così nitide, quelle sensazioni così vivide… Un istante dopo, quando gli balenò alla mente sua madre, si drizzò in piedi, indossò le sue logore ciabatte e si precipitò in corridoio. “Mamma!”, gridò, la faccia stravolta, la voce incrinata. “Sono in cucina”, rispose la donna con la sua tipica voce atona. Mark attraversò la cucina e il salotto a passo svelto. Quando riuscì a distinguere, seppur a fatica, l’esile figura di sua madre, sulle sue labbra fiorì un sorriso.

2 commenti:

  1. andrea ciao, il mio nome è rumplestils kin, mi è piaciuto molto il tuo stile, anche io sono scrittore in erba e anche io adoro i telefilm americani, adesso, anche io ho un blog su blogger ma non è lo stesso, anzi.
    Comunuque, so che avrai successo. Fatti sentire.
    Non ti lascio recapiti, trovi il link del mio blog su wikipedia, alla voce: dandy. lasciami un commento

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  2. Non male. Toglierei qualche possessivo inutile, ma parlando di stile ci siamo.

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