venerdì 31 luglio 2009

Delirio (1^ parte)

Luigi Roccaforte era stanco di quella vita monotona. Non ne poteva più di recarsi, ogni santo giorno, a scuola per impartire lezioni di aritmetica a un branco di idioti che non avrebbe mai combinato nulla. Certo, in qualche maniera avrebbe pure dovuto guadagnarsi la pagnotta. Ma, a suo avviso, stare appollaiato dietro una scrivania, di fronte a ragazzi indisciplinati e viziati, era una autentica perdita di tempo. Sospirò e la sua memoria lo riportò a quelle spensierate giornate della sua adolescenza, che trascorreva nella sua stanza, sfogliando riviste e sognando di divenire, un giorno non molto lontano, un reporter d’assalto. Trasse un altro lungo sospiro e pensò che, se fosse riuscito a realizzare il suo sogno, forse non avrebbe mai vissuto in quella topaia e non avrebbe mai patito la fame. Bisognava riconoscere, però, che uno stipendio di milleduecento euro al mese non era poi male. Ma tra le varie spese da sostenere, l’affitto da pagare e le mille incombenze di sempre gli rimanevano in tasca solo trecento euro. Un'esigua somma di denaro, dunque. Tornato alla realtà, Luigi gettò una rapida occhiata al suo orologio da polso. Le 7.56. Avrebbe dovuto avviarsi al liceo se non voleva rischiare di arrivare in ritardo e farsi, quindi, redarguire dalla preside per l’ennesima volta. La Mancini aveva minacciato di licenziarlo se fosse accaduto ancora, ma a lui non importava. Anzi, non vedeva l’ora di mollare quel lavoro. Si protese verso il tavolino che troneggiava nella stanza, afferrò un telecomando, lo puntò in direzione del televisore e lo accese. Fece un po’ di zapping e si sintonizzò su Canale 5, che a quell’ora dava il tiggì. Osservò con sguardo spento il cronista che in tono concitato annunciava l’omicidio di una giovane donna avvenuto in provincia di Agrigento, a Ribera. Luigi si portò una mano alle labbra e imprecò. Poi scosse il capo. Non riusciva a credeva che un assassinio si fosse consumato proprio lì, nella sua città. Un istante dopo si drizzò in piedi, gli occhi strabuzzati, la faccia stravolta. Mosse alcuni passi verso il cassettone posto accanto alla tivù. Si avvicinò al telefono che vi era poggiato e sollevò il ricevitore. Digitò un numero e, dopo un paio di squilli, una voce roca rispose. “Pronto?”. “Giulia, oddio hai visto il tiggì? Una donna è stata…”. La voce all’altro capo del filo lo interruppe bruscamente. “Lei è un amico della signorina Giulia Roccaforte?”. “Sono suo padre” fece Luigi, con voce di colpo incrinata. “Ehm, signore, ecco… non so come dirglielo, ma devo farlo. La misteriosa donna uccisa stamani a Ribera è… sua figlia. Io sono un poliziotto e la stavamo per contattare…”. L’uomo si lasciò sfuggire la cornetta dalle mani, che finì a terra con un tonfo sordo. No, non è possibile. Non ci credo. È un incubo. Mia figlia non PUÒ essere morta. Adesso mi sveglierò, e vedrò che nulla di tutto questo è realmente successo. Lentamente schiuse le palpebre, si chinò ad afferrare il ricevitore e se lo portò all’orecchio. Silenzio. Un sorriso tremulo gli affiorò sulle labbra carnose. Luigi non si capacitava che la sua piccola non c’era più, che era morta e che nulla avrebbe potuto riportarla indietro. Preferiva credere che niente di tutto ciò fosse vero. Quando udì bussare al portone di ingresso, si diresse nell’ampio vestibolo con le pareti tappezzate di dipinti ed andò ad aprire.

Nessun commento:

Posta un commento