sabato 31 luglio 2010

Fiction di sola finzione

di Andrea Cinalli

Ammettiamolo: le serie italiane fanno pena e non c'è Cesaroni che tenga dinanzi all'accuratezza e all'attenzione per i particolari della serialità d'oltreoceano. Lo so, potreste ribattere che si tratta solo di un insulso luogo comune e additarmi come snob. Ma è la pura verità.

Denominate fiction da chissà chi per distinguerle dalle serie estere, i prodotti nostrani sembrano raccontare storie reali, che parlano di persone comuni. Sembrano, appunto.

Basta prestare attenzione ai dialoghi per comprendere che in realtà i personaggi sono stereotipati e incarnano gli stessi ruoli alla fin fine. C'è l'ammmore, quello vero (sostiene la voce fuori campo nei promo) che unisce i soliti piccioncini. Lei è la mora che a trenta/quaranta anni suonati attende speranzosa il principe azzurro, lui è il belloccio di turno che sempre in vena di avventure un giorno la nota e – toh – scocca la scintilla. Proprio quando i due stanno per coronare i loro sogni d'amore, ecco spuntare l'altra/o che pretende di averla/o tutto per sé. Ma grazie al tempestivo intervento di una persona cara (preferibilmente un'anziana bisbetica), riescono a scacciare la minaccia per quel rapporto “travagliato” e tutti finiscono felici e raggianti ("L'amore trionfa sempre!", "E' la forza dell'amore!" per la serie “evviva la retorica!”).

Ma che razza di telefilm sono quelli che, senza neanche intrecci adeguati e realistici, terminano col prevedibilissimo happy ending? È davvero questo il ritratto dell'Italia? La vita da noi è tutta rosa e fiori? Eppure a me sembra che i quotidiani straripino di notizie di stragi, genocidi, matricidi, patricidi e suicidi. Perché sulle tv generaliste mancano all'appello?

Oppure: perché non mettere in scena vicende ispirate a politici corrotti che riducono in malora il nostro Paese (e sui nomi è meglio sorvolare)?

Chiosano i dirigenti televisivi: "La gente quando guarda la tv vuole staccare la spina, dimenticare il marcio che ci circonda." Vero. Ma altrettanto vero che il consueto finale alla “e vissero felici e contenti” sarebbe davvero gradito se gli intrecci fossero adeguatamente sviluppati. Mi spiego: il telespettatore dovrebbe davvero penare per le sorti dei protagonisti raggiunto quello che gli sceneggiatori definiscono “punto di morte”, quando tutto pare perduto. Solo allora l'happy ending sarebbe apprezzato appieno, sortendo quasi un senso di sollievo.

Spiega Giancarlo Schieri, (ir)responsabile fiction Mediaset: "Noi puntiamo alla qualità (?) con prodotti competitivi e di grande impatto (?). Ci piace molto sperimentare (???)". Strano, però, che questa voglia di dar vita a serial sensazionali non si evinca dando una scorsa ai palinsesti. Sempre che con “sperimentare” non alluda alla realizzazione di quelle accozzaglie di assurdità come “Due Mamme di troppo”, storia di due suocere iperprotettive che intralciano la relazione dei loro figlioli sulla scia del più classico dei cliché. Forse sarebbe il caso di far consultare il dizionario a Schieri e compagnia bella alle voci “sperimentazione” e “innovazione”...

Per fortuna qualche magra consolazione arriva da Sky, che viene in soccorso dei serial-addicted elargendo veri gioiellini seriali. Primo fra tutti “Boris”, originale e spassosissima parodia delle fiction più imbarazzanti, quelle che vantano ascolti record, ma che in quanto a sceneggiatura, recitazione e regia, fanno letteralmente mettere le mani ai capelli. Segue “Non Pensarci”, esilarante commedia surreale (e se non c'è lo zampino dei Vanzina possiamo già tirare un sospiro di sollievo) incentrata sulle vicissitudini della famiglia Nardini, proprietaria di una fabbrica di ciliegie sotto spirito sull'orlo della crisi. Meritevoli di menzione anche: “Romanzo Criminale”, adattamento per il piccolo schermo dell'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo; “Il Mostro di Firenze”, ispirata alle reali vicende che per più di venti anni hanno tenuto il nostro Paese col fiato sospeso; e “Donne Assassine”.

Di questo passo, certo non potremo lamentarci e con la fine della tv analogica e l'arrivo di quella digitale (sinonimo di un'infinità di reti televisive) la speranza si fa più concreta: l'audience chiaramente verrà ulteriormente frazionata e sarà allora che i canali punteranno alla qualità. Forse.

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