domenica 26 dicembre 2010

Come ti rovino un cult

Curve mozzafiato, sguardo magnetico e una vita elettrizzante. Sono loro, i ragazzi di Beverly Hills. Quelli che a sedici anni sono già al volante di una sfavillante Cabriolet, che passano le serate nei locali più esclusivi, che possono permettersi di soddisfare ogni capriccio. E che, per inciso, sono il cuore pulsante di uno dei più rivoluzionari prodotti tv.

Era il 1990 quando Aaron Spelling, già produttore di Love Boat, Charlie's Angels e Fantasilandia, aveva proposto ai capoccia della FOX Beverly Hills, 90210, ambizioso progetto incentrato sulla vita sfrenata (ma non troppo) di un manipolo di studenti. La serie aveva avvio col trasferimento dal Minnesota dei Walsh, famiglia Mulino Bianco tutta valori e cuore d'oro. Jim, Cindy, Brenda e Brandon si erano ritrovati ad affrontare i problemi di una nuova vita, a migliaia di chilometri di distanza dalla città natale. E ricominciare daccapo, specie in una città dove lusso e corruzione la fanno da padrone, si era dimostrato più difficile del previsto.

Certo, se avesse continuato a focalizzarsi sulle difficoltà di adattamento, il plot sarebbe risultato fiacco e poco originale. E con l'effetto sbadiglio garantito il telefilm non avrebbe tirato avanti per dieci seasons.

Ciò che ha consentito a BH di assurgere all'olimpo dei grandi serial è l'originale punto di vista col quale sono narrate le vicende. Basta con poliziotti alle prese con delitti, al diavolo gli ultraquarantenni afflitti da problemi di cuore: per la prima volta sul teleschermo sono i teenagers a dominare. Perché anche loro – e c'è voluto Spelling per capacitarsene – hanno una vita sentimentale degna della più intricata soap. E, guarda un po', fronteggiano situazioni difficili in cui persino un adulto può riconoscersi.

Quando sul serial è calato il sipario, la formula vincente non poteva finire relegata nell'oblio. Assolutamente no. E a distanza di vent'anni ci ha pensato quel furbacchione di Rob Thomas (Veronica Mars) a rispolverarla. Credendo (ingenuamente) che bastasse un pizzico di politically uncorrect per rivitalizzare il genere adolescenziale. Un genere che – i recenti “Pretty Little Liars” e “The Vampire Diaries” docent – oggi ha vita solo se miscelato con le tinte cupe del mystery: il semplice teendrama, spogliato di ogni sottotrama misteriosa, non attecchisce più sul pubblico.

Ecco perché lo spin-off 90210 si rivela una banale rivisitazione di tematiche già approfondite dai vari “Dawson's Creek”, “The O.C.”, “One Tree Hill”. E senza aggiungere nulla di stuzzicante. Persino la storia di partenza suona ripetitiva: stavolta i fratelli sono Annie e Dixon; attraverso qualche conoscenza (Silver e Navid) vengono rispettivamente introdotti nel mondo patinato e sregolato che fa dà sfondo al serial. Da qui in poi è tutto un accoppiarsi fra i vari personaggi, senza che emergano le “anime gemelle”, quelle coppie destinate a rimanere tali fino alla fine. Temi delicati come la tossicodipendenza o la criminalità fra i giovani non sono neppure trattati col dovuto rispetto, al pari dei predecessori. Tutto si risolve con una risata e una pacca sulla spalla. Manco fosse una fiction italiana.

La colpa non è imputabile al solo Thomas, che, per carità, di buone intenzioni ne aveva. E il pilota oltretutto ha il suo appeal. Ad averne determinato lo scadimento nel ridicolo hanno contribuito Gabe Sachs e Jeff Judah, due che nella loro carriera hanno collezionato più flop che successi. Un nome su tutti? Life As We Know It, storia di un gruppo di liceali che si barcamenano tra scuola e vita sociale nel tentativo di concretizzare i propri sogni. Vi state già appisolando, eh? Pure gli americani, considerata la cancellazione dopo soli 13 episodi da parte della ABC.

Se 90210 arranca di puntata in puntata con audience inferiori ai 2 milioni di spettatori, il merito è delle sporadiche comparsate dei membri del cast originale. Tempo una stagione e sarà aria di cancellazione. Scommettiamo?

Nessun commento:

Posta un commento