venerdì 19 aprile 2013

La Vedova Rossa (racconto)


I volanti dovrebbero essere foderati di cotone per non sfuggire alle mani sudate. Non era il tipico pensiero da mente eccelsa, quello che ronzava nella testa di Rosa. Neppure da cittadino medio, a dire il vero. Era un'autentica cazzata, di quelle che si formulano in procinto di affrontare una prova onerosa, concedendosi un'ultima, frivola distrazione prima di orientare tutte le energie verso un obiettivo cruciale.
Lo aveva fatto anche a scuola. Per esempio, il giorno dell'esame di matematica della maturità, quello che le aveva succhiato giorni sui libri, aveva a lungo contemplato il braccialetto di finte perle della docente prima di iniziare il compito, rapita dalla discutibile maestria dell'artefice e curiosa di conoscerne i meccanismi di costruzione. Insomma, capprate cui ci si appiglia prima di fronteggiare un'incombenza da tempo paventata.
Un'occhiata fugace all'orologio da polso, uno sguardo inespressivo allo specchietto retrovisore e via la mano sulla portiera. Prima di smontare, arraffò la borsa sul sedile accanto e se la strinse al fianco, furtivamente, guardinga. Ne sfilò una busta da lettera che depose sul cruscotto, sempre con aria circospetta. Si sentiva come un'agente del KGB braccata da agenti CIA pronti ad acciuffarla e neutralizzarla.
Sbuffò, quasi a disperdere quella cappa di vergogna che l'avviluppava, poi tirò la levetta e finalmente discese. Si curò di chiudere a chiave. Poi, infilandosi sinuosamente la tracolla, lasciò vagare gli occhi lungo la via del posteggio.
Una Panda sfrecciò rombando, attirandosi lo sguardo astioso di un anziano che piantò impetuosamente il suo bastone sul marciapiede, in segno di protesta. Una giovane dai capelli scarmigliati si riversò in strada dalla porta di un appartamento in mattoni rossi e si avviò verso l'edicola assiepata di lavoratori mattinieri, attigua allo spiazzo erboso su cui due cani si stavano dando da fare, accarezzati dalla mano mistica di Priapo. Una vecchia dai denti sporgenti e i capelli raccolti in un grossolano chignon a forma di patata stringeva la mano di una bimba. La nipote, probabilmente. Questa si fermò un attimo e ricambiò le sue attenzioni con un'occhiata di fuoco.
Rosa ebbe un tremito, come se l'anziana avesse intuito il suo compito e le stesse comunicando tutto il suo disprezzo.
Esalò un profondo respiro e si scrollò di dosso i timori infondati. Con gesto esitante tastò la sagoma racchiusa nella borsa, poi si allontanò, più risoluta.
Arrivò al portone metallico di una palazzina poco distante. Pigiò il pulsante del citofono. Dopo un lasso di tempo, nel quale a braccia conserte aveva atteso occhieggiando all'intorno con circospezione, gracchiò una voce femminile. “Chi è?”
“Sono Claudia.”, fece in un flebile sussurro. Dall'apparecchio si udì un risolino eccitato, poi la serratura scattò. Rosa sgusciò dentro, un'espressione vagamente divertita negli occhi. Le piaceva, il suo nome d'arte.
Dopo tre rampe di scale, la figura snella di una trentenne che si stagliava nel bel mezzo del pianerottolo l'accolse con un sorriso caloroso. Con uno scatto fulmineo, da cui traspariva tutta la sua eccitazione, spinse il battente rivelando un salotto elegante, dominato da due poltrone e un tavolo di mogano.
Le fece cenno di entrare, quindi la precedette. Quando ebbe eseguito, con una mano ossuta e dalle unghie laccate di rosso si affrettò a sbattere la porta. Si volse e tornò a sorriderle.
Rosa indugiò con gli occhi su quelle labbra piene e sensuali, risaltate da un rossetto rosso carminio. Poi la sua attenzione fu calamitata dagli occhi azzurri e penetranti, sottolineati da una chioma castana perfettamente in sintonia coi lineamenti delicati del volto. Il suo sorriso, poi, la contagiò.
Distese le labbra languidamente a mo' di vecchio allupato. Ora capiva come un uomo potesse perdere la testa per lei. Con una così non avrebbe richiesto troppa fatica indurirsi lì sotto. Persino lei avvertiva un ritmico e piacevole pulsare al basso ventre. Senza dare nell'occhio si pizzicò il dorso della mano: non doveva perdere di vista il vero obiettivo.
“Allora...”, esordì la giovane, radiosa.
“Allora...”, le fece eco, restituendole lo sguardo benevolo. Inarcò un sopracciglio. “Sei pronta?”
La donna si morse il labbro, all'apice della libidine. “Hai quel che ti ho chiesto?”
Per tutta risposta, Rosa si sfilò la tracolla deponendola dolcemente sul divano. Altrettanto fece con l'impermeabile. Si avvicinò alla giovane, le prese i fianchi con delicatezza. Poi le guidò la mano sul proprio corpo, lasciandosi carezzare il seno sinistro e passando oltre fino alla spalla, dove indugiò per un minuto buono. Fu una sensazione impagabile, ammise con se stessa: il piacere che le arrecava quel tocco attraverso la seta della camicia minacciava di scalfire tutte le sue inibizioni. L'istinto le suggeriva di strapparsi i vestiti di dosso e sbattersi la gran gnocca in barba ai piani scrupolosamente elaborati. Da tempo non si abbandonava a tali godurie. Più o meno da quattro settimane, quando aveva scoperto quel coglionazzo del marito a organizzare orge con l'amante. Senza coinvolgerla, escludendola.
Serrò il pugno libero. Doveva porsi un freno, doveva contenersi.
Le condusse la mano sull'orlo della camicetta. Gliene fece scostare un lembo esibendo la spalla glabra, su cui spiccava il rosso della spallina del reggiseno.
“Eh, sì. Hai proprio quel che ti avevo chiesto.” La donna fremette, estasiata. Ritrasse la mano portandosela al fianco. Un'espressione vagamente corrucciata le si fece largo sul viso. “Ti spiace se prendo qualcosa da bere, prima? Ho bisogno di sciogliermi un po'.”, disse con una scrollata di spalle.
Rosa assentì con un cenno del capo, l'ombra di un sorriso che si affacciava sulle labbra sottili. Ma si dissipò subito, non appena questa le voltò le spalle per dirigersi in cucina.
Rosa la seguì fino alla soglia, ammirando le chiappette sode che le tendevano il tessuto dei jeans neri. Poi si appoggiò contro la parete. Scoccò un'occhiata al prezioso arredamento del salotto.
Le due poltrone che inquadravano il tavolo di mogano si armonizzavano con l'ambiente tappezzato di Monet e Michelangelo. La credenza addossata al muro mostrava una modesta collezione di porcellane, tutte maniacalmente spolverate e lucenti nella lama di luce che trapelava dal balcone.
Attraverso la finestra scrutò lo spicchio di terra inquadrato. Nessun palazzo, nessuna casa su quel lato dell'abitazione. Solo il verde abbacinante di un prato sterminato, baciato dalla luce mattutina. Non poté trattenere un mezzo sorriso. A quanto pare, nessun pericolo avrebbe compromesso il suo piano.
Qualcosa attirò la sua attenzione, imponendosi prepotentemente nel suo campo visivo. Lo sguardo le scivolò sul tavolino accanto, su cui – di fianco a un cordless e un laptop ASUS – campeggiava la stampa di un annuncio online. Il suo annuncio. Adagiata su un triclinio bronzeo a imitazione della Paolina Borghese di Canova, c'era lei a offrire un'espressione ammiccante all'obiettivo, le mani sollevate a tormentarsi i capezzoloni in bella mostra, una rigogliosa selva di riccioli neri ad adornarle la fronte spaziosa. Una scritta in grassetto che le celava il pube già semi-nascosto sotto un manto lillà annunciava: “ClauDEA, la venere del sesso lesbo. Zitta e godi chiamando al numero 3453636738”.
Lo agguantò, lo appallottolò e se lo cacciò in tasca. Tutto nello spazio di dieci secondi.
Proprio in quell'istante, tornò la tizia recando due coppe di spumante nelle mani rachitiche, unico neo di quel fisico mozzafiato. Gliene porse una. Rosa l'accolse con sincera gratitudine: un po' di alcool non poteva che giovarle prima di iniziare.
Levò il bicchiere curvando l'angolo della bocca in un mezzo sorriso. Un brindisi al suo acuto stratagemma. Poi mandò giù una lunga sorsata, gli occhi dischiusi per godere appieno del rinfrancante, tenue calore che prima le pervase la gola e poi le si irrorò nello stomaco.
Tese la coppa alla donna. “Che ne dici di aspettarmi in camera, così mi preparo per bene?” Le strizzò l'occhio con fare ammiccante.
L'altra ebbe un cenno affermativo del capo e per un attimo sorrise, deliziata. Le prese il bicchiere e fece per incamminarsi in corridoio. Rosa la bloccò, volgendosi verso il tavolino ingombro di aggeggi elettronici. Vi accennò con la mano. “Per caso è acceso il pc? Ne approfitto per controllare un secondo le mail.” E poi aggiunse, con voce morbida e allusiva: “Infilandomi una mutandina e sistemandomi il davanzale, faccio in tempo a buttarci un'occhiata.” Un'altra strizzata d'occhio.
Il sorriso della tizia s'intensificò rivelando due solchi. “Ma certo, il pc è in stand-by. Non c'è codice di sicurezza, quindi vai tranquilla.” Puntò l'indice verso la prima porta sinistra del corridoio. “Se ti serve, quello è il bagno. E – soggiunse, scrollando le spalle e agitando i seni con le labbra arricciate, una posa da quaglia che non le donava, avrebbe riflettuto qualche istante dopo Rosa – fai con comodo. Abbiamo tutto il tempo per farci belle. Ti aspetto in camera.”
La escort la ripagò con uno sguardo carico di malizia. Piegò la testa in direzione della borsetta abbandonata sulla poltrona, i capelli corvini che rigogliosi le si spargevano sulle spalle. “Ho anche qualche gingillo per divertirci di più.”
Senza proferire altra parola, la giovane lasciò la stanza. Con andatura caracollante sparì nella camera in fondo all'androne. Rosa le fissò il tessuto dei jeans perfettamente disteso sui glutei sodi. Ancora, non gli restò indifferente. Si morsicò l'interno delle guance per non esplodere.
Poi, senza tentennamenti si precipitò al laptop, un ASUS del 2009 dallo schermo rigato. Riavviò il sistema operativo e, quando ebbe finalmente accesso al Desktop, lanciò il browser. Pigiò un pulsante in alto, sulla destra, e le si palesò la pagina della Cronologia. Fitta di blog di cucina e pagine di video e annunci porno.
Alzò un tacito ringraziamento al cielo per quel colpo di fortuna. La troia non aveva cancellato nulla.
Con uno sguardo al corridoio di tanto in tanto, prese a spulciare i dati. Dopo un lasso di tempo trovò quel che cercava: il sito in cui aveva pubblicato il suo annuncio, che aveva pregato l'administrator di rimuovere, il giorno addietro.
Convincerlo non era stata impresa da poco: s'era persino prestata a una sessione di videochat erotica. Spuntò la casella corrispondente e lo cestinò. Dopodiché, sinceratasi di aver coperto le tracce, mise in pratica il trucchetto appreso sui volumi di informatica acquistati in edicola.
Riabbassò lo schermo, poi con aria circospetta si avvicinò alla poltrona. Artigliò la borsa da cui pescò un pacco voluminoso. Tutte istantanee. Rasentando una cura maniacale, le cosparse per tutta la superficie del tavolino attiguo, come a comporre un puzzle.
Conclusa l'operazione, si ritrasse ad ammirare la sua opera. Poi tornò a infilarsi la tracolla, saggiando ancora la consistenza dell'aggeggio che vi nascondeva.
Sospirò, come a raccogliere le energie per quel che si accingeva a fare. Fu un istante lungo, interminabile. Ma si sforzò di non pensare, non poteva: se avesse allentato la presa su quella realtà grigia, sarebbe stata sbalzata nel guazzabuglio di pensieri che le ronzava nella mente. E avrebbe imboccato il funereo, trucido, doloroso, viale dei ricordi.
Si mosse in direzione del corridoio e infilò la porta del bagno. Si cavò di tasca l'annuncio accartocciato e lo scagliò verso la tazza. La centrò al primo colpo.
Quando tirò lo sciacquone, represse un moto di disgusto: una striscia di merda chiazzava il bordo interno. La porcellana la sbianchi, ma la tazza la lasci smerdata, maniaca delle pulizie di 'sta cippa.
Senza indugiare oltre, uscì in corridoio e raggiunse la camera. Stazionò sulla soglia per alcuni secondi osservando la figura smilza distesa sul materasso, e quando questa la notò si sollevò sui gomiti. La stessa posa dell'annuncio. “Allora, finalmente mi fai compagnia...”, farfugliò con voce vellutata che tradiva una certa sensualità. Corrugò le sopracciglia. “Perché ti sei portata dietro la borsa?”
Un sorrisetto baluginò sulle labbra di Rosa. Si sprimacciò la borsetta con la mano destra. “Qui ho un giochino.”
La tipa parve rilassarsi. “Ah, un giochino...” Si umettò il labbro inferiore, al colmo dell'eccitazione.
“Ma non te lo mostro subito. Non prima di una chiacchierata.” Rosa sedette sull'altra sponda del letto, le mani giunte sulla tracolla che ora si era sfilata.
L'altra si protese a cingerle i fianchi. “Ma io non voglio parlare...” La escort la fermò con uno scatto repentino. Le immobilizzò i polsi.
La fulmineità del gesto quasi spaventò lei stessa: una destrezza da killer professionista, quasi. Quando alzò gli occhi, l'espressione divertita era sfociata in uno sguardo serioso.
L'esuberanza della cliente si incrinò. Si fece sfuggire un risolino isterico. “Parlarmi? E di che?”, la fronte aggrottata, l'espressione attonita da cui traspariva pure una certa curiosità.
Rosa la fissò con occhi vitrei, come un serpente in procinto di scagliarsi sulla preda e maciullarne le carni. “Parlami della tua omosessualità. Come hai scoperto che ti piacciono le donne? Quando?”
A quel punto, la tensione si stemperò in una risata fragorosa. La donna si scostò una ciocca di capelli dal viso rubizzo. “Ma io non sono lesbica! Sono etero.” Una breve pausa, poi la voce tornò a velarsi di erotismo. “Solo che di tanto in tanto mi piace darmi a qualche piacere peccaminoso.”
Rosa non batté ciglio, ancora gli occhi appuntati sulla cliente. “E quando hai iniziato?”, incalzò.
Questa le si accovacciò accanto e, prima di lanciarsi nella narrazione di quello che riteneva un simpatico aneddoto, disegnò un rapido semicerchio col capo rovesciandosi i capelli sulle spalle. “In verità non ho iniziato da sola. L'ho cominciato col mio amante. Insieme contattiamo donne sul web per divertimento a tre. Abbiamo iniziato un paio di mesi fa. Noi siamo sempre stati bene insieme, cioè io e lui, intendo. Però la cosa stava diventando monotona. Così abbiamo deciso di coinvolgere altre ragazze. Non mi sarebbero dispiaciuti menage a trois con altri uomini. Ma Enrico, così si chiama il mio amante, non ne voleva sapere.”
Gli occhi di Rosa lampeggiarono e al contempo annuì, comprensiva. “Questo... Enrico. Sposato. Hai mai conosciuto la moglie?” Distorse le labbra in una smorfia, come a sottolineare la sua estraneità alla faccenda. “Non ti sei mai sentita in colpa per quello che facevi?”
Un'altra risatina, stavolta smorzata dal cuscino premuto sul viso. Chinò la testa di lato. “Ma che è? Un interrogatorio?” Dopo un lasso di tempo, l'altra esibì la perfetta dentatura in un sorrisetto ammiccante. “Ahhh... non è che stai pensando a qualche fantasia da mettere in scena? Mm, gran professionista.”
Rosa atteggiò la bocca a un sorriso stentato. “Bé, ho qualche idea che mi frulla in testa. Però mi serve un resoconto più dettagliato...”
L'altra, senza cancellare lo sguardo malizioso, proseguì. “Quell'uomo l'ho conosciuto sei mesi fa, all'incirca. Frequentiamo la stessa palestra. Della moglie so poco e niente. Non me ne parlava granché. Mi diceva solo che era una frigida stronza frustrata che non voleva mai scopare: il ritratto della cornuta italiana. In effetti, considerando i nostri incontri movimentati, si vede che aveva da sfogarsi, là sotto.” Trasse un respiro profondo. “Allora, soddisfatta? T'è venuto in mente qualcosa di eccitante?”
Rosa insinuò le dita nella borsetta, frugandovi per poco, fino a quando non si serrarono su un oggetto metallico. Lo tirò fuori lestamente e lo spianò davanti a sé.
La tizia non realizzò all'istante cosa stesse accadendo. Le occorse qualche secondo per registrare quell'immagine, mentre Rosa assisteva compiaciuta al tramutare della sua espressione, dall'ebbrezza al panico. “Che cazzo... una pistola!”
“Ora, da brava – le ordinò, puntando la canna sul comodino adiacente al letto – prendi le coppe di champagne e valle a lavare in cucina.”
Quella, nel frattempo, s'era ritratta gattoni dall'altra parte del letto scattando in piedi. Ora levò le mani in segno di resa, come nei film, i lineamenti raffinati storpiati in una ben poco seducente espressione terrorizzata. Afferrò le coppe di champagne con mani tremanti versandosene sulle scarpe. “Fa parte della fantasia, g... giusto?”, proruppe con voce sommessa e venata di una flebile speranza che si dissipò allorché Rosa restò impassibile. “Muoviti”, le fece, per tutta risposta.
Questa, senza farselo ripetere, si mosse con gambe malferme. Lasciò la stanza seguita da Rosa, il revolver stretto nel pugno. In cucina, gettò quel che restava della bevanda nel lavabo e aprì il rubinetto. Sempre con mani tremule si avvicinò il flacone di Svelto lasciato accanto ai fornelli incrostati di chiazze ocra. Lo inclinò e ne impregnò la spugna consunta. Con una laboriosità da forsennati terminò l'operazione nell'arco di due minuti. Dopodiché, ripose le due coppe gocciolanti nello scolapiatti. Si voltò con lentezza esasperante, le mani appoggiate sul bordo del lavandino a ostentare una calma che non provava. “Se è per i soldi, posso darteli subito.”
“I soldi? Gnocca sì, ma sei proprio scema. Non hai ancora capito chi sono?”
La donna assunse un'espressione interrogativa e socchiuse gli occhi come a sforzarsi di rievocare un ricordo, il viso di una persona inghiottito nei recessi della memoria. Un momento dopo, sbarrò gli occhi. “Non sarai mica...” Si portò una mano alla bocca. “No, non può essere.”
Rosa le fece cenno di avvicinarsi agitando la pistola. La tizia obbedì e, quando fu sulla soglia del salotto, colse un riflesso luminoso sul piano del tavolino di mogano. Era cosparso di fotografie.
Si volse verso la escort scoccandole un'occhiata allarmata poi si mosse rapidamente verso le poltrone. Impettita come una mazza di scopa, abbassò solo gli occhi. In tutte le foto spiccavano due figure – una maschile, l'altra femminile – avvinghiate in un abbraccio. L'uomo, capelli brizzolati e barbetta ispida a incorniciare un viso aperto e cordiale, sorrideva con una mano calcata sulla spalla esile della donna, che aggrappata al suo fianco lo osservava con occhi azzurri sprizzanti una gioia autentica, genuina.
Spostò l'attenzione su altre istantanee, in cui a questi si affiancavano diverse figure femminili. Tutte somiglianti. Somiglianti a Rosa. Folta selva di capelli corvini, labbra ravvivate da un rossetto rosso sangue, zigomi pronunciati.
La tipa, inorridita, riportò gli occhi sulla escort, il viso paonazzo, il petto che si alzava e si abbassava al ritmo convulso della paura. Come un prete che si accinge a benedire il gregge domenicale, allargò le braccia. “Ci hai spiato?!” Dalla bocca che disegnava un ovale perfetto trapelava tutto il suo sgomento.
Rosa accartocciò la bocca in un'espressione teatralmente meditabonda. “Mmm... ho affidato l'ingrato compito a un investigatore privato. Come da manuale. È grazie a lui se conosco il tipo di donne che vi piacciono.” Alzò il tono di un'ottava per sottolineare le ultime parole a dovere.
La tizia tirò su col naso emettendo un buffo sibilo acuto, che strideva con la drammaticità del momento. Come se nel bel mezzo di una rapina, alla richiesta del bottino, la vittima sganciasse un peto roboante.
Sbatté le palpebre ripetutamente. Il liquido lacrimale le si addensò agli angoli degli occhi, fino a tracimare in due goccioloni che si raccolsero sul mento sporgente. “Voleva una donna come te. Ha sempre fantasticato di coinvolgerti. Acida come sei, ha detto, non avresti mai accettato: probabilmente lo avresti mandato a fanculo e l'avresti mollato, diceva.”
Rosa avvampò e una vena prese a pulsarle sul collo. “Ma allora lo stronzo non mi conosceva affatto! È l'idea del tradimento, del legarsi a un'altra donna che mi fa rivoltare. Ma una cosa a tre, occasionale, e che mi veda partecipe, mi ha sempre stuzzicata!”
Di colpo, la cliente strizzò gli occhi umidi, colta da una folgorante illuminazione. La guardò fisso in volto, ignorando la rivoltella che fino a un istante prima pareva spingerla in un abisso di terrore. Sembrava non esserci traccia di vergogna e timore in quei due tizzoni ardenti innestati su una maschera di orrore e ribrezzo. “Conosceva? Conosceva?! Perché cazzo parli al passato!?” Mosse un passo avanti, brandendo un pugno nell'aria. “Enrico non lo sento da quattro giorni. A chiamate e messaggi non risponde e neanche sulla posta elettronica. Gli hai riservato lo stesso trattamento che ora tocca a me!?”
“Oh, allora non sei così scema, tutta tette e begli occhi.” La escort sollevò la Magnum, ma proprio quando appoggiò il dito sul grilletto, si esibì in un rovinoso ruzzolone che la mandò a gambe distese, mentre la pistola si proiettò dall'altra parte della sala, delineando un ampio arco prima di atterrare. Il tutto dinanzi allo sguardo incredulo della tipa.
Questa, dopo un attimo di incertezza, si lanciò sulla pistola prima che l'altra potesse drizzarsi in piedi. Ma intanto Rosa non sembrò fare alcuno sforzo, restando a terra a gambe divaricate, interdetta dalla caduta. La tizia raccolse l'arma e la puntò verso di lei, con un vistoso tremito che le percorreva le braccia.
A quel punto, Rosa parve riaversi dallo spavento. Senza accennare ad alzarsi, la folgorò con uno sguardo di sfida, che impercettibilmente mutò in un'espressione divertita, le labbra vermiglie contratte in un ghigno.
“Cazzo ti ridi, stronza?!” Stupita da quell'inattesa reazione, non pensò ad allarmare le Forze dell'Ordine, non corse con la mente alle conseguenze che ne sarebbero derivate. La cliente cedette all'impulso e aprì il fuoco.
Un'immagine, che l'avrebbe tenuta desta nelle notti a venire, la colpì come un pugno allo stomaco: mentre il proiettile le perforava il cranio inzaccherando pareti e pavimento di materia cerebrale, il sorriso di Rosa si intensificò.

Marina non capiva perché la tenessero ancora segregata. Lungo il tragitto aveva fornito più volte la sua versione dei fatti. L'omunculo in divisa che le sedeva accanto, nell'auto che sfrecciava a sirene spiegate, le era parso anche interessato, intento com'era a prendere appunti.
Proprio non si spiegava perché la trattenessero ancora. Ormai, forse da una ora. Maledizione, lei aveva dei diritti. Almeno, così sentiva dire in tv.
Certo, aveva omesso la parte in cui aveva premuto il grilletto perché spinta dalla confusione e dalla paura, più che da una concreta minaccia. Ma tant'è. Dettagli. Che diamine potevano saperne gli inquirenti? L'importante era imbastire una storiella plausibile, enfatizzandone qualche aspetto.
Si strinse nelle spalle. Si gelava nella stanzetta degli interrogatori, se un'aula tappezzata di foto d'epoca, percorsa da ragnatele penzolanti sul soffitto e con una finestrella che bucava la parete all'altezza dei quadretti, poteva essere definita tale.
Marina non avrebbe saputo dire per quanto tempo restò così, con lo sguardo perso nel vuoto, assorta nelle sue preoccupazioni, con lo stridio della manette che graffiavano il piano del tavolo in sottofondo. Senz'altro avrebbe ricordato la voce imperiosa dell'uomo alto e corpulento che irruppe nella stanzetta, facendola trasecolare. “Tu! Non uscirai di qui senza prima aver sputato tutta la verità!” Questo si chiuse la porta alle spalle con un colpo secco.
Quando si avvicinò, lo spavento di Marina cedette il passo al disgusto, vanitosa e frivola com'era. Con un'occhiata fugace sondò viso e corpo del tizio che la sovrastava, inorridita da quegli occhi porcini che roteavano convulsamente nella massa flaccida e biancheggiante degli incavi. Le costò qualche sforzo distendere le labbra alla vista del collo taurino e del viso pingue. “Che c'è, ti faccio talmente schifo che non posso interrogarti?”, rincarò questo, leggendone lo sguardo.
Visibilmente contrita, Marina parlò a denti stretti. “Ho già detto tutto quello che è successo. Non ho altro da aggiungere. Posso andare?”
“Andare?!”, proruppe l'altro, tra il meravigliato e il sarcastico. Poi le cacciò sotto il naso un plico di fogli che prima Marina non aveva notato. Una lista interminabile di siti internet, di cui uno circolettato, e una missiva.
“Abbiamo fatto un primo sopralluogo nell'appartamento e abbiamo dato un'occhiata alla macchina della vittima parcheggiata lì vicino. Non abbiamo trovato alcun riscontro di ciò che hai detto, ma questo lo sai, visto che hai sparato tutte puttanate. Tuttavia, qualcosa di interessante c'era.”
Con la testa che prendeva a pulsarle vorticosamente, come in preda a un incubo, diede una rapida scorsa ai due documenti. Riconobbe i siti di cucina e porno visitati, non conosceva però quello cerchiato: weaponbought.us. Non riuscì a focalizzarsi sul testo della lettera e ne colse solo qualche stralcio: indirizzata a una certa Elvira, lesse “non so come andrà, ho paura, ma sappi che nel caso qualcosa andasse storto ti voglio bene, sei la mia bimba”; “devo affrontarla, altrimenti non saprò mai cosa è davvero accaduto tra lei e il tuo papà”.
Marina dovette tamponarsi le labbra per reprimere il conato di vomito indottole dall'angoscia. Le parole che il carabiniere pronunciò le giunsero da un posto remoto, ovattate: “L'arma che dici essere di Rosa Bazzini è tua, stronzona. L'hai presa online, da un sito americano. Stessa arma che hai usato con Biagio Bazzini, il tuo amante: eh, sì, abbiamo trovato pure il suo corpo, ti credevi di esse' stata brava a nasconderlo? Questa, poi, è la lettera che la Bazzini ha scritto alla figlia, sapendo che l'incontro di oggi avrebbe potuto costarle la vita.” L'agente giostrò una lunga pausa a effetto, lo sguardo piantato su quella che riteneva senza margine di dubbio la colpevole. Si sporse verso di lei, calando pesantemente le mani sul tavolo. “Confessa ora, risparmiaci ore di indagini, e potremmo farti qualche sconto.”
Marina sgranò gli occhi, colpita dall'immagine di qualche ora prima: il sorrisetto compiaciuto di Rosa mentre spirava. Si prese la testa fra le mani, sgomenta. Alla fine, la puttana m'ha fottuta per davvero.

Nessun commento:

Posta un commento