venerdì 25 luglio 2014

(TE LA) DO UT DES - racconto


Mi ero appena coricato. Non che avessi sonno. Ma era l’una, e l’indomani mi sarei dovuto trascinare a lezione di storia contemporanea.
Sprizzavo entusiasmo alla sola idea, non vedevo l’ora di saturarmi le orecchie dei cavillosi intrighi politici che hanno segnato la nostra società. Purtroppo, non avevo altra scelta: se volevo scamparla con un paio di parziali, senza affrontare l’interrogazione, dovevo presenziare in aula, ogni santo giorno.
Il sonno mandava la sua eco da qualche trascurabile ombra di stanchezza annidata nei recessi della testa. E solo di lì a un paio d’ore si sarebbe fatta più distinta, sovrastandomi.
Per il momento mi accontentavo di fissare il reticolo di luci sul soffitto filtrante dalle tapparelle socchiuse, sicuro che anche quella semplice posizione distesa avesse qualche effetto riposante.
Lo scarabocchio luminoso non era poi un mero ammassarsi di strisce gialle. Concentrandomi un poco e con la forza della fantasia, quasi vi si leggevano tratti umani. Un viso di donna senescente che aveva una somiglianza con un volto familiare. Quello dell’affittuaria.
Sì. Acclarata l’impressione, mi sentivo i suoi occhi porcini addosso. Come quando le sbrodolavo una formula studiata, intarsiata di parole gentili, per scucirle i soldi delle riparazioni, e mi perlustrava tutto il vestiario soffermandosi all’altezza del pene. Quell’ingorda, putrescente vecchiaccia. A cui però dovevo riconoscere buon gusto.
Roteai gli occhi a destra, verso la fonte di luce. Fissando i pertugi luminescenti nella finestra, già prefiguravo come qualche fascio solare vi si sarebbe introdotto in poche ore. Pregavo solo che quelle ore si sarebbero dilatate come in un film di Lynch, dove un’atmosfera rarefatta dà luogo a inspiegabili stasi temporali. O così ricordavo. Il tempo necessario per prepararmi alla noia, nonché all’ansia di venire selezionato per riepilogare la lezione precedente davanti alla classe. Una distesa di volti supplicanti che chiedevano di essere il meno conciso e stringato possibile, in modo da rosicchiare tempo alla spiegazione della prof.
Un crepitio ritmico mi strappò ai pensieri. Di norma, nel cuore della notte, il frigo o il televisore lanciavano qualche gracidio. Ma questo suono era diverso. E non proveniva né dalla cucina, né dal salotto. A giudicare dall’intensità, avrei detto dall’androne.
Mi tirai a sedere per accertarmi che non fosse uno scherzo della mente. Ma no, il battere cadenzato era sempre lì. Con passo felpato guadagnai la porta della stanza e ne accarezzai il pomolo, l’orecchio teso a cogliere nuovi rumori. Facendo piano per attutire lo scatto della serratura, mi riversai in corridoio.
Mi ritrovai disorientato nella fitta oscurità e presi ad annaspare come una vecchia bisbetica alla spasmodica ricerca di lenti e dentiera, le mani che mulinavano a destra e sinistra e le vertigini che battagliavano con l’equilibrio. Poi, il riflesso sul vetro a protezione di un Monet ammiccò al mio indirizzo e trovai la sicurezza per arrivare alla parete. Ne tastai la superficie liscia come il sederino di un infante. Quando trovai l’interruttore, lo pigiai con forza.
La luce si propagò da una lampadina appesa al soffitto attraverso un cavo stropicciato. Amenità da case universitarie. Quando virò sul giallastro, dovetti schermarmi gli occhi per non restarne abbagliato.
Dovevo agire in fretta, sapevo che quello era il segnale che metteva in fuga qualunque malintenzionato. Non perché desiderassi ingaggiare una colluttazione ed eventualmente acciuffarli, ma come minimo per vederli in faccia. E tutelarmi, in caso di razzie. Sempre se di ladri si trattava, ovviamente.
Voltai l’angolo come una furia ed ebbi una visione che pensavo non mi si sarebbe mai palesata di lì all’eternità. Alla fine dell’androne, contro la porta spalancata, si stagliava una figura femminile. Completamente nuda. In testa le si agitavano ridde di riccioli che le cadevano rigogliosi sulle spalle, i seni penduli culminavano in boccioli rosso carminio e la vagina soffocata da un tappeto di peli sembrava voler comunicare qualcosa. Un invito a possederla e riempirla.
Dovetti pizzicarmi la mano per non abbandonarmi all’impressione di un sogno. Era tutto vero.
Pure quel sorriso angelico, affiorato su labbra sottili che sembravano giusto discendere dal cielo.
Piegò ripetutamente l’indice a farmi cenno di avvicinarmi. Eseguii, calamitato dal vigoroso magnetismo dei suoi occhi. Mi fermai quando le fui a un metro di distanza. Registrato il mio posizionamento, questa si abbandonò contro la porta afferrandosi i seni con le mani. Un gemito di piacere fece da sottofondo alla scena.
Mi ricordai della pornostar che aveva ululato sullo schermo tv, quando mio fratello aveva fatto partire le videocassette su cui aveva registrato gli annunci a videochat e linee telefoniche erotiche, sfidando la sorte coi genitori che sarebbero rincasati da un momento all’altro. Io lo avevo pregato di smettere, di tirar via il nastro e disfarsene, o quanto meno nasconderlo. Ma lui, che a momenti soffocava di risa sguaiate, aveva continuato la proiezione imperterrito, beffandosi del mio viso che da paonazzo passava al funereo. E poi aveva assunto le tinte violacee della furia quando aveva risposto: “E va bé, se tornano, metto a te la colpa!” Solo i tratti armonici della tizia erano riusciti a mitigarmi l’animo, a fare breccia nella rabbia per instillare un’emozione riposante ma sempre terrena. La libidine. Me ne aveva dato segno il turgore che tendeva il tessuto dei jeans, sul basso ventre.
Un cambio di guardia alla testa delle mie sensazioni non dissimile da quello che si stava consumando ora. Solo, al posto della rabbia, c'era stata paura fino a poco prima. Che però andava declinando proprio come da piccolo, complice il gesto sicuro della tipa che s’abbraccia il petto. Lo stesso della vecchia pornostar. In una parola: mi sentii di nuovo bambino. Assatanato e arrapato, pronto a trastullarmi nelle peggio sozzerie.
“Che fai, non mi baci?”, ruppe il silenzio con un sorriso malizioso.
Aprii bocca, ma non riuscii a cavarvi neppure un grugnito di assenso. Si era inaridita.
Umettai le labbra e ritentai. Stavolta accompagnato da uno sprazzo di lucidità, che squarciò i rossori del piacere. “Mmm… ma come, come sei entrata? Chi sei?”
Lei non ebbe esitazioni. Levò le braccia verso di me e fu impossibile resistere. Con la debolezza di un tossico davanti a uno spinello e l’appetito di un grassone a dieta, le fui addosso e le cinsi i fianchi. Avevano la morbidezza di un cuscino di piume che fosse stato sottoposto a un intenso lavaggio. Poi le mie labbra si schiantarono sulle sue, a suggellare un tacito patto del quale non avevo la minima idea, ma che l’indomani mi sarebbe stato certo manifesto.
Più mi stringeva a sé, più le domande in testa perdevano la consistenza del tono accusatorio, sfaldandosi in parole remote che m’era difficile ripescare, assorbito dall’ars amatoria. Era un bacio a stampo che incespicava graziosamente in uno scontro fra lingue, con la saliva ad attutire i colpi.
Si prese una pausa col labbro inferiore a percorrermi i contorni della bocca. Poi riprese a esplorare con maggior avidità. L’intensità del gesto trasudava la furia di chi freme per arrivare al bottino agognato. Come quei ricercatori nei film che scavano senza sosta nel punto indicatogli dalla cartina.
Iniziò a mancarmi il respiro, complice lo spiazzamento per l’intrusa non ancora metabolizzato. Mi staccai. “Chi sei?”, trovai la forza di boccheggiare.
Ancora il sorriso velato di prima. Ancora lo stesso mutismo tombale. Ebbe solo ad avvitarsi il dito attorno a una ciocca di capelli, appoggiata allo stipite del portone che dava sul pianerottolo buio. L’accenno di rabbia che mi provocò abbatté la corazza della mente soggiogata, innalzata da cotanto splendore. Adesso vedevo chiaramente.
Le serrai un braccio, ma l’espressione divertita non fece una piega. “Chi cazzo sei, ho chiesto!” Neanche il tono imperioso sortì effetto alcuno. Sembrava una di quelle bambine dementi e pestifere che ne combinano di cotte e di crude, che – colte sul fatto – restano rigide e impenetrabili, senza neppure lasciarsi sfuggire i rossori della vergogna.
Niente, non avrei cavato un ragno dal buco così. Rimpiangevo solo che Marco non fosse lì con me, a fronteggiare questa stramba situazione. In due avremmo potuto trattenere la tizia e avvisare la polizia, senza problemi. Ma si sa, il coinquilino non c’è mai quando ne hai bisogno. Quel mattino stesso lo avevo incrociato mentre impugnava i bagagli e si chiudeva la porta della stanza alle spalle, pronto a migrare verso il nido natio a rifarsi le piume, da squattrinato e smagrito come si era ridotto. Lo avevo congedato con un sorrisetto e un cenno della mano, felicitandomi mentalmente per la casa libera.
Mai avrei immaginato di pentirmene.
Rassegnato, riposi la mano lungo il fianco. Ma arretrai verso l’interno, gli occhi appuntati in quelli della tipa. Occhi che non avevano più il fascino magnetico di prima. Ora veniva soppiantato da una forza nuova.
“Adesso avviso la polizia.” Quattro parole che bastarono a insinuare una crepa in quella maschera di stolida gaiezza. L’armonia dei tratti cedette il posto alle spigolosità di uno sguardo furente, e finalmente abbandonò lo stipite. Solo quando accennò due passi nella mia direzione intuii le sue intenzioni.
Accelerò l’andatura e in breve mi fu addosso. A nulla servì aver colto tempestivamente i segnali e aver abbozzato la fuga verso il bagno. Mi si aggrappò alle spalle mentre le gambe saltarono ad asserragliarmi i fianchi. Ancora l’idea di una bambina, di quelle che con aria festante schizzano in groppa al padre rincasato. Questa, però, passava per la briccona dal temperamento aggressivo.
Mi puntellò la mano in faccia, mentre le unghie affondavano nella guancia fino a percepire il fiotto caldo del sangue.
Scrollai energicamente la testa ma invano. Era saldamente avvinghiata. Per poco non persi l’equilibrio, col peso che mi faceva pencolare a destra e sinistra. Chi fosse passato per le scale a quell’ora tarda avrebbe ricavato l’impressione di un ubriacone che avesse fatto conquiste. E forse mi avrebbe pure strigliato per il baccano. Non era ipotesi astrusa che l’intera palazzina si sarebbe svegliata. Una volta era successo, quando Marco reduce da una notte di bagordi, si era presentato con due ragazze ciancianti sottobraccio. Poco dopo, si erano uniti alla festicciola una dozzina di volti provati e accigliati. Che però tanta voglia di festeggiare non avevano.
Avevano minacciato di chiamare i carabinieri così che le tipe si accomiatassero e Marco si rintanasse nella sua stanza a bocca asciutta.
Speravo di calamitare la stessa mandria inviperita. Per ora, a parte i nostri boati, non si era udito null’altro.
Continuai a contorcermi nel vano tentativo di divincolarmi. Ma la stronza manteneva la presa abbrancata come un granchio. Feci per precipitarmi contro la parete, ma colte le avvisaglie vi schiaffò una mano attutendo il colpo.
Col viso tempestato di graffi e il sangue che si raccoglieva sul mento, levai in alto le mani. Volevo prenderle la testa per disegnarle una copia, ma mi schivò celermente. Quando le fu difficile mantenere la presa ed evitare le mani che non demordevano fendendo l’aria, smontò. Ma fu lesta a ritrarsi. Non scappò, con mia grande sorpresa. Invece riparò in un loculo della parete, come in attesa di raccogliere le energie e sferrare un nuovo attacco.
Con la faccia sanguinolenta ma più livida di rabbia polverizzai a grandi falcate la distanza che ci separava. Feci per caricare un pugno, ma fui preceduto. Lo zigomo sinistro incassò un destro e un lampo accecante cancellò la notte. Barcollai, ma mi sorressi alle grucce affisse al muro.
“Che cazzo vuooooiii? Chi seiiii?”, tuonai, stavolta sicuro che dai piani alti mi avessero udito.
Non paga, la stronza rincarò. Prima un calcio, poi un altro pugno, giusto per completare l’opera. Ora da mera maschera si poteva estendere un giudizio artistico su tutta la scultura, ammantato di escoriazioni su avambracci e natiche.
Mi stupivo della forza prorompente che si agitava in quelle braccette rachitiche. Era come se in lei albergasse una potenza demoniaca che la spingesse a tanto.
Mi afferrò per il bavero della camicia che fungeva da pigiama e mi tirò su di peso. Mi spinse indietro varcando il salotto, troppo stanco per opporre resistenza. E mentre procedevo indietro fra gli sguardi di disappunto degli uomini nei dipinti, passai frettolosamente in rassegna le malefatte perpetrate. La fidanzata cornificata al primo anno di università; il furtarello da Giorgio, l’emporio dell’ultrasettantenne che non si sarebbe accorto ‘manco se pagavi coi soldi del Monopoli; l’auto di papà sfasciata e riparata in gran segreto…Ma non ne scovai una che meritasse tale punizione. Perché sicuramente sarei morto: nessuno ti piomba in casa a volto scoperto e ti attacca per andarsene con una stretta di mano.
Camminai all’indietro finché non incontrai l’ostacolo del divano. A quel punto, la spinta impressa dalla mano si fece più decisa. Piombai sui cuscini foderati. E lei mi fu addosso, a cavalcioni.
Nonostante il viso in fiamme e la furia screziata di paura, non restai indifferente a quella visione. Il seno mi premeva contro il petto, la vagina strusciava su un pene flaccido e appisolato che intimava di indurirsi nonostante la stoffa dei pantaloni a dividerli. L’alito che si faceva strada fra le narici anestetizzate dal sonno sapeva di fresco. Non certo un deterrente alle brame sessuali.
Fiutatami l’eccitazione addosso, il sorriso della tizia si fece più largo e sicuro. Ora si sfregava volutamente contro il mio corpo in modo sinuoso. Il calore al basso ventre fu insopportabile, ancora un paio di contorsioni e raggiunse il culmine. Il pene schizzò in alto in tutta la sua imponenza, e fui di nuovo preda di quel tacito incantesimo che spazzava via le domande per lasciare la libidine.
Si chinò in avanti e nasi e labbra ingaggiarono una tenzone giocosa sfociante in un bacio con fitto scambio di saliva. Con fare furtivo, insinuò due dita nell’elastico dei pantaloni e tirò giù. Le facilitai il compito sollevandomi sui gomiti. Quando scese alle caviglie, scalciai via quella prigione di stoffa. E a quel punto nulla poteva ostacolare quel primigenio bisogno di appagamento corporeo. Ora fui io a strattonarla. La tirai su e me la calai sul fucile puntato, pronto a mirare a un piacere intenso e inestinguibile.
Quando le fui dentro, una carica di scintille mi squassò le cervella. Il sangue mi ribollì di adrenalina. A ogni inforcata, spingevo più a fondo. Se prima le parole sembravano non riscuotere alcun effetto, non  riuscivano a penetrare quella maschera glaciale, al sesso era più che suscettibile.
Si torceva fra mille spasimi guaendo come una cagna agonizzante. Buttando la testa indietro con le mani che mollavano i braccioli, quasi rischiò di cadere. Io la tenni ferma sui fianchi. Ma a un certo punto sembrò non bastare più. Scuotendosi con più foga, per poco non mi sfuggì.
Accortasi dell’equilibrio vacillante, si spinse avanti e mi abbracciò. Il tutto senza interrompere le operazioni.
Il ritrovato contatto coi seni mi colmò di un piacere ancora più abbacinante. Al che digrignai i denti e, con un urlo soffocato a fare da sottofondo, eiaculai.
Non seppi dire se i nostri corpi fossero sincronizzati o stesse semplicemente fingendo, com’è tipico del gentil sesso, ma non appena terminai, anche lei lanciò un ultimo, lacerante grido di piacere.
Si aggrappò ai bicipiti dalla muscolatura accennata e mi si accostò all’orecchio. “Bene, ho saldato il conto.”
L’aria interrogativa che assunsi in volto e le domande che mi fioccarono in testa furono presto ottenebrate da un colpo secco.  Nella mia coscienza, solo buio pesto.

Quando rinvenni, il salotto era pervaso di luce. Avevo faticato non poco a schiudere gli occhi. Sulle prime mi ero schermito la faccia, guardandomi attorno col piglio indagatore di chi si desta in un luogo inconsueto. Adesso, con le mani sui braccioli e il salotto messo a fuoco, impastavo la saliva con la lingua intorpidita e schioccai le labbra a catturare un sapore ancora intrappolato fra le screpolature. Un sapore di donna. Di bocca fresca e laccata di rossetto vermiglio.
Levai la mano come a trattenerlo, sfuggente. Poi gli occhi, abituatisi, colsero un’anomalia nell’arredamento della stanza. I signori alle pareti che ieri mi fissavano in tralice – antenati della proprietaria, suppongo – avevano ceduto il posto a rettangoli ingialliti. Il tavolino di mogano vicino alla porta aveva un cassetto divelto e vuoto.
Quella troia... Balzai in piedi come una furia, un’esplosione di adrenalina a pomparmi nelle vene.
Immobile, rovistai con gli occhi febbricitanti in ogni angolo della stanza. Dal cassetto passai alla credenza con gli sportelli di vetro, poi guizzai alla superficie lignea del tavolino al centro del salotto, fra le poltrone. Ancora, mi soffermai sull’asse che correva sotto il piano del tavolo. E lì lo sguardo lampeggiò, allarmato. Qualcosa fuori posto, che non doveva essere assolutamente fuori posto. Le mani salirono ai capelli mentre la consapevolezza prendeva forma. Quando sfiorarono la cute, assunse la spaventevole consistenza di un guaio grosso.
Il cassetto incastonato sotto il piano del tavolo era spalancato, e dentro non c’era nulla, da quanto vedevo a quella distanza. Di sicuro non i bracciali d’oro che la locatrice s’era raccomandata di conservare scrupolosamente. Pena: la sottrazione della caparra di 600 €.
Mi sfregai gli occhi incredulo, col desiderio di un incubo dal quale mi sarei svegliato presto che impattava con sensi via via più vividi e vigili. Ebbi un mugolio strozzato, il canto del cigno intonato da uno studente messo di fronte a un destino infausto. I miei mi avrebbero linciato tornato a casa con una simile notizia. Mio padre non avrebbe mancato di assestarmi due schiaffi e mia madre avrebbe acceso  una ramanzina intermittente, di quelle che sfolgorano a ogni pranzo da nonni e zii per intermezzi di umiliazioni.
Travolto dalle scoperte, non mi ero neppure accorto delle voci maschili che giungevano dai piani superiori. Trapassando la soffitta e insinuandosi dal portone aperto, grida imperiose si amalgamavano a litanie concitate.
Aguzzai l’udito. Dapprima, percepivo solo una sinfonia sghemba ma omogenea, poi riuscii a estrapolare qualche brandello più definito. Come l’esclamazione: “La televisione! Guarda la televisione!”
Mi strinsi nelle spalle, sempre più disorientato. Poi due immagini cozzarono innescando la miccia dell’intuizione: il mancato intervento dei dirimpettai sensibili ai rumori notturni e il baccano di cui ora pulsava tutta la palazzina. Non una coincidenza, sentivo.
Agguantai il telecomando – fortunato superstite della razzia assieme al decoder – e lo puntai alla tv. Dopo uno zapping febbrile che mi aveva visto incespicare su Barbara D’Urso, mi sintonizzai sulle stazioni locali.
Su Teleabruzzo un’arzilla nonnina batteva i pugni sulla scrivania affinché mi persuadessi dell’ottima qualità del foulard sventagliato. E ad accompagnare i gesti, una parlata caracollante che intimava “una vattenna di bott’”, se non ci fossimo affrettati a chiamare il numero in sovrimpressione. Sicuramente non il programma cui alludeva la voce.
Passai oltre. Su TvFrentana, una giovane dai capelli raccolti in una crocchia guardava in camera con l’aria artificiosamente preoccupata di chi è avvezzo al sorriso e deve forzosamente adeguarsi a tristi contingenze. Di tanto in tanto sbirciava alla risma di fogli sotto il naso, mentre si lanciava in una cronaca che concerneva furti in città. La figura snella della giornalista, assisa dietro la scrivania in mogano, scivolò alla sinistra dell’inquadratura. Fece posto all’immagine di una donna estrapolata da telecamere di sorveglianza. Pixel rosei ne scompaginavano le parti basse. “Nude”, raccontava la cronista dissimulando imbarazzo.
Rivedere quei riccioli a inghirlandare il visetto rubizzo non mi lasciò insensibile. Le labbra piene e sensuali, perfettamente definite nonostante lo schermo antiquato – per l’acquisto di una tv a cristalli liquidi neanche a parlarne – riaccesero un bruciore al basso ventre.
Aveva commesso una dozzina di furti a Teramo, tutti messi a segno con lo stesso modus operandi: a notte fonda penetrava in costume adamitico nella casa di una vittima maschile che vivesse sola, con la sicurezza che questi dormisse da almeno un paio d’ore; la sua apparizione, se il residente si fosse svegliato e si fosse spinto a controllare, avrebbe avuto la solidità di un sogno; e se la vittima non se la fosse bevuta e avesse cercato di fermarla, avrebbe sfoderato la sua arte seduttiva. Proprio come capitato a me.
La giornalista finì di illustrare la tattica e dopo una cesura sottolineata da labbra umettate – più per esibire la lingua e rinfocolare le fantasie dei telespettatori – illuminò retroscena a me ancora bui: sembrava che la tizia non agisse sola; colpito il malcapitato nel mezzo di effusioni, intervenivano due uomini dai volti coperti. Anche di questi si conservavano le immagini di telecamere nascoste. Furono accostate alla tizia, che andò a rimpicciolirsi sulla destra dello schermo.
Prima di chiudere l’argomento e spostarsi su altre amenità locali, la giovane scandì un nome albanese e informò che la tizia, identificata, era una prostituta affetta da clamidia, sifilide e aids. Parole che pronunciò con naturalezza, come se le masticasse quotidianamente. E sempre con aria velatamente sensuale raccomandò a chiunque avesse avuto rapporti con la tipa di sottoporsi a controlli medici al più presto.
Bene. Una giustificazione per saltare storia contemporanea.

2 commenti:

  1. ottimo racconto!

    chissà che qualche affascinante ladra non ti rubi l'idea... :)

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  2. Mah, in fondo ci spero, basta che non sia malata ;)

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