mercoledì 6 agosto 2014

Il venditore di buon cinema


"Ti sei stancato?" Se la domanda viene posta da tua madre, pronta a riservarti mille premure, non c'è che da confermare. Idem se si tratta della fidanzata, che vorrebbe uscire mentre te - dopo una giornata passata sui libri (o a lavoro) - pretendi l'iniezione quotidiana di serie tv.
Se invece sei impiegato presso un'azienda farmaceutica e la domanda ti viene rivolta dal capo che mastica una preoccupazione artificiosa, bé, non c'è che da proferire la risposta contraria. E senza tentennamenti.
Lo sa bene Bruno, che sotto le pressioni dei vertici deve piazzare i prodotti di casa a quanti più medici possibili. Pena: il licenziamento. Ma per vie traverse, appigliandosi a una presunta spossatezza. Senza l'implacabile immediatezza di un confronto faccia a faccia, come ha constatato attraverso i colleghi. Ex colleghi.
E allora si gioca il tutto per tutto. Si travalica il confine del rispetto e del pudore.  Ci si sporca le mani delle peggio sozzerie. E per cosa? Per riportare la pagnotta nel nido domestico.
Si tallona il medico incorruttibile, si spulcia fra gli affari privati e poi - disvelato lo scheletro nell'armadio - si passa al ricatto, si offrono le più avvenenti prostitute, si passa sottobanco il cellulare di ultima generazione "che può agevolarle il lavoro". Oppure, se le resistenze non mandano 'manco uno scricchiolio, ci si alleggerisce il conto in banca per un'auto fiammante fresca di concessionaria.

E' un lavoro che sconquassa la coscienza (per chi ne ha), quello raccontato ne "Il venditore di medicine", ultima fatica di Antonio Morabito. Te la infiacchisce giorno dopo giorno, col riflesso nello specchio che ti redarguisce silenziosamente e il conato di vomito che preme in gola al ricordo delle barbarie mattutine.
Claudio Santamaria è riuscito solo in parte a rendere l'efficacia del quadretto. Sciolto per tre quarti di pellicola, non lesina momenti di cedimento: mentre si galoppa verso il mid-point, l'intuizione che modifica il corso degli eventi, l'attore risulta forzosamente meditabondo, mentre è attorniato dai cicalecci dei medici che pasteggiano a spese dell'azienda. Punto di massimo declino per un'interpretazione che poi si rialza e tiene testa a quella tigre di Isabella Ferrari, che mette in campo tutto l'estro frenatole nelle fiction tv.
Male non fa neanche l'incursione di Marco Travaglio, che ha deposto la penna per il camice bianco. Col risultato di un cammeo riuscito, che strappa il sorriso di chi è abituato a vederlo su ben altri schermi.

La regia non s'affatica, gioca sul sicuro con una preminente camera a mano. Fedele al proposito di uno spaccato di vita onesto, spoglio di orpelli fictional, non ha l'ardire di giostrarsi con finezze visive. Si racconta una storia in maniera cruda e diretta. Con qualche piacevole eccesso: in incipit, del giaciglio di morte del collega suicida ci viene offerto solo un capannello di gente sgomenta e uno scorcio del corpo in auto, coi tergicristalli a intonare una cadenzata melodia funerea e uno slow motion dal gusto lynchiano.
Tutto quel serve per impastare una pellicola che non conquisterà i palati più fini ma neppure si presenta indigesta.

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