venerdì 31 ottobre 2014

Io fallisco, tu fallisci, tutti falliamo


Buttarsi a capofitto su un progetto, imbarcarsi in una avventura tutta nuova, accettare felicitanti un lavoro che si è sempre agognato. L'entusiasmo iniziale finisce presto per cedere il passo ad altre sensazioni, che raffreddano i ritmi convulsi che eravamo disposti a sobbarcarci. Quali sensazioni? Difficile dargli un volto. E' un peso che ci cala addosso proprio ad incarico avviato, un peso che stempera il sorriso gaudente e ci conferisce un'aria a metà fra il tedio e l'ansiogeno, da vecchio bacucco che si trascina dietro, ovunque vada, un bagaglio di delusioni e sofferenze.
Un peso che, se avessimo l'ardire di illustrare anche al più più fido degli amici, ci sentiremmo come stolidi poppanti carenti di coccole e affetto, che vogliono solo miriade di complimenti al loro indirizzo.
Un peso che è difficile evocare ad alta voce. Il tema del fallimento.
Sì, nella società nostrana, la possibilità di cadere non è contemplata. Non è ammissibile che si discetti di rovinosi ruzzoloni in ambito professionale. Esistono solo la 'vittoria', il 'successo'. Esistono i 'grandi', i 'fregni', 'quelli che ce l'hanno fatta'. Sui sacrifici così alacremente inanellati - dove il sacrificio si sostanzia pure nel boccone amaro di "tu non sei tagliato per questo lavoro" mandato giù per poi rialzarsi con rinnovato vigore - meglio stendere il velo del tabù. Meglio confinare le disavventure alle polverose memorie destinate alla pubblicazione post-mortem. Di quelle memorie cui i giornalisti ritagliano un ombroso angolino della pagina culturale per stuzzicare gli appetiti di lettura di qualche altrettanto plumbeo saggista mancato o misconosciuto.
Nulla di più erroneo. Perché i giovani che si affacciano a professioni - se non intellettuali, quantomeno sportive - già pressati da asfittici scenari economici, hanno fame di fallimenti. Quelli 'di chi ce l'ha fatta'. Per realizzare che non c'è nulla di più naturale di una sbucciatura di ginocchia sulla via lastricata di cazziatoni e tirate d'orecchie. Per capire che, anche dopo i complimenti snocciolati a destra e a manca, quella sola volta che ti viene riservato uno sguardo denso di insoddisfazione non va letta come una conferma all'inettitudine che alita addosso, sempre sullo sfondo, come un diavolo tentatore pronto a soverchiare i fini benevoli. Per capacitarsi che le sberle professionali, anche al primo impatto, sono il sale della crescita, perché tanto sarebbe inutile cullarsi nella consapevolezza di un buon lavoro svolto: il giaciglio, poi, muta nei classici allori su cui ci si adagia, incurante dei difetti da smussare, perché la perfezione davvero è astrusa da questo mondo. Difetti che poi vengono inquadrati sotto la luce di buone qualità da coltivare, perché se nessuno t'ha fatto notare niente, sicuro che difetti non sono. E vi si erige attorno una fortezza fatta di consigli - da parte di altri professionisti e non, che la pensano diversamente - puntualmente inascoltati, relegati al cantuccio mentale delle cose di cui sbarazzarsi il prima possibile, il tempo di una dormita.
Quindi abbracciamo il fallimento come la nonna affettuosa e condividiamo gli insuccessi come il pacchetto di chewing-gum distribuito in classe. Questa la formula, mutuata da una società impavida come quella statunitense - stando ai riverberi filmici e telefilmici a me giunti - che potrebbe plasmare una sociabilità non dico giusta - scevra da malcontenti e furbate - ma certamente più equilibrata e serena.
Personalmente, non li ho mai capiti i maestrini collocatisi sul famigerato piedistallo, a guardare dall'alto il giovane che tenta, che impasta le tremule manine su un terreno tutto da esplorare e che poi sì, si impiastriccia senza aver infornato nulla di sostanzioso. 
Ma soprattutto mai compresi quelli che non si limitano a guardare. Ma li scherniscono pure, piuttosto che porgere una mano, dimentichi dei vissuti analoghi che li hanno traghettati su quel trono.
Mi è occorso un po' per capire le ragioni di fondo dell'atteggiamento dilagante. Faccio presto, io, a puntare l'indice contro una cultura fascista che proprio non si vuole scardinare, di una sociabilità viziata dalla smania di apparire e farsi belli a tutti i costi. 
Ma ora so. La ragione è di ordine economico, solo che gli stessi maestrini, calcato così bene il loro palchetto sopraelevato, hanno finito per dimenticarsela pure loro, convinti davvero che tutto affondi nell'incapacità delle novelle generazioni: coi soldi che scarseggiano, vale il mantra 'aggrapparsi alla poltrona con le unghie e con i denti', scoraggiando quelli che verranno; non sia mai che se sostenuti, se innaffiati a dovere, germoglino talenti che finiscono per abbacinare il loro, avvizzito.
E allora io chiedo a voi, cari maestrini: come riuscite a dormire, la notte, anche con la sola puntura del dubbio di ricoprire incarichi che meglio verrebbero assolti dai talenti che respingete a forza di risa? Proprio non vi martella il senso di colpa? I solidi gruzzoletti che mensilmente intascate davvero cancellano ogni preoccupazione per la qualità del prodotto finito, meglio confezionato da menti fresche ed entusiastiche?
Perché se la risposta è affermativa, lo vedete bene l'orlo del piedistallo - il più maestoso e imponente possibile, mi auguro. Sì? E allora spiccate un saltello, buttatevi giù. 
La vostra dipartita non può che regalare il più generoso dei contributi alla società: un sospiro di sollievo.

Nessun commento:

Posta un commento