lunedì 13 ottobre 2014

La buona morte


Un futuro costellato di rinunce. Questo lo aspettava. Non avrebbe più potuto imbarcarsi per le Hawaii senza consultare il medico e predisporre un itinerario al quale attenersi rigorosamente. (Ma questo gli era difficile pure prima, da lavativo squattrinato qual era, che al massimo poteva concedersi un viaggetto a Lourdes, e di un giorno solo). Non avrebbe più potuto lasciarsi trascinare dal fascino di una prosperosa pulzella che invocava supporto nello scioglimento delle parti intime, che - troppo a lungo fuori allenamento - dovevano venire oliate. (Come se in passato fosse stato il primo della lista, sempre rannicchiato in un angolo a conteggiare quelle altrui, di conquiste).
Neppure avrebbe potuto cedere alle lusinghe di una coppa di gelato: tre sfere di vaniglia e cioccolato inframezzate da cialde destinate a stomaci altri. (E questo era un pentimento autentico, di quelli che avrebbe preso a martoriarlo alla sera, al momento di coricarsi, senza quel sapore dolce anticamera di sogni d'oro). Gli stomaci che ne avrebbero giovato appartenevano a chi ancora poteva sperimentare il brivido della dissolutezza, di un impenitente dolce far nulla adornato di bagordi e sgombro da inibizioni. E magari senza rincasare e trovare un flaccido ammasso rugoso e senescente che si dice preoccupato perché non ha altri pensieri a turbinargli in testa.
Già. Doveva farsene una ragione. Non gli rimaneva altro. L'unica via percorribile, con le altre divelte dalla malattia piombata d'improvviso, al pari di un pipistrello dal folto degli alberi. A succhiarti la linfa cui non solo s'abbeverava la vita, ma che ne incarnava il senso primigenio.
Il medico era stato chiaro, scacciando ogni dubbio. Il cancro gli avrebbe sconquassato le interiora, inerpicandosi senza sosta, risoluto a colonizzare gli organi immediatamente attigui. Il processo, per cui - pizzicando i baffi rinsecchiti - aveva prospettato una finestra temporale di tre mesi, non sarebbe stato indolore, aveva sottolineato. Nel cuore della notte si sarebbe destato in preda a spasimi lancinanti, aggrappandosi al materasso fino a spezzarsi le unghie. Si sarebbe prodotto negli sproloqui più sboccati dai tempi della prof di matematica, che gli aveva spillato sudori per l'aurea soglia della sufficienza, al liceo. Avrebbe soppesato la possibilità di tranciarsi le vene non con la frivola e transeunte depressione della scolaretta che sorprende la lingua del fidanzatino incastonata nella boccuccia della best friend, per poi riaversi di fronte alla vetrina di un negozio di abbigliamento, ma con la vivida consapevolezza di un gesto prossimo a consumarsi. Tanto intenso sarebbe stato il male a straziare il suo corpo.
Così aveva deciso di giocare d'anticipo. Sì, avrebbe optato per il suicidio. Ma non di quelli dai contorni tragici, che affollano pagine di quotidiani prospere di rimandi - e foto, immancabili in tal frangente - a famigliari regrediti a cucciolotti madidi di lacrime, nossignore. Il suo suicidio non avrebbe lesinato i lucori di una festa d'addio.
Se ne sarebbe andato fra un party sulle spiagge hawaiiane e un sopralluogo nelle segrete di madamigelle piacenti - e per quello sì, avrebbe sperperato altro denaro succhiato dai conti di mammà (difficile ingraziarsi una donna di buona - e gratuita - volontà). E sì, si sarebbe ingozzato di gelato, magari accelerando pure la scalata tumorale.
Alle spalle, avrebbe lasciato solo la putrescente acidità materna. E sì, pure il disappunto del medico aguzzino, rattristato per non potergli dilatare, nel tempo, la sofferenza.
Rispettivamente, gli avrebbe tributato un rutto e un gemito.

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