sabato 8 novembre 2014

Affittasi postribolo


Mia madre se ne stava lì, il naso porcino arricciato, gli occhi fuori delle orbite. Sotto il naso, mi agitava un paio di mutandine rosa. Inzaccherate di sperma.
Le aveva rinvenute la sera prima, mentre sbrigava le faccende domestiche e veniva a mettere ordine nella mia stanza, aveva proclamato col suo tono aspro denso di accuse inespresse. Le aveva esaminate con cura, s'era lambiccata la testa cercando di capire a chi appartenessero. Aveva passato in rassegna tutte le mie amicizie del gentil sesso. Ronda la rossa l'aveva esclusa aprioristicamente: con quei fianchi flaccidi e la pancia prominente di chi non si sazia prima dello spuntino notturno difficile fossero sue. La mente in subbuglio aveva spiccato un balzo alla biondina cui mi accompagnavo di recente. Ma anche in questo caso, dopo lunghe meditazioni, l'aveva accantonata: troppo avvenente per darla al primo sfigato brufoloso incrociato a scuola. E poi, con lei mantenevo un rapporto strettamente professionale: le davo ripetizioni di matematica perché in quello sì, eccellevo, ma non nell'arte seduttiva. Almeno non con la reginetta del liceo i cui occhi dolci sono esclusiva dei quaterback.
"Allora di chi sono?", tuonò. Il poliziotto che sovrasta il sospettato cercando di spillargli una confessione.
Avevo strizzato le spalle. Sinceramente non ne avevo idea. Dall'ultima volta che avevo intrattenuto un proficuo dialogo col cazzo sotto la doccia, questi mi aveva confessato tutta la sua mestizia per una verginità che stava diventando un fardello. Basta, le pippe non mi appagano più, aveva ripetuto afflosciato di lato. Vano ogni tentativo di drizzarlo. Ma da allora non avevo ancora inzuppato il biscotto.
Tuttavia, quel reperto non mi aveva lasciato di stucco. In sua assenza, solevo affittare la stanza ai compagni di classe. 'Regna una bella atmosfera', erano convenuti tutti. La carta da parati aveva il suo fascino. I poster con le locandine delle serie preferite erano un portentoso propellente per l'amplesso sfrenato. Il tutto corredato da una quiete che nelle rispettive abitazioni non conoscevano. A casa loro, mi raccontavano, c'era sempre un fratello ficcanaso - se non un genitore - a bighellonare. A quanto pare, ero l'unico con la sola mamma lavoratrice. Assente per molte ore al giorno.
Mi sfruculiai le meningi spremendo il nome dell'ultimo cui l'avevo affittata. Ma fu impresa ardua. Decine le richieste e le concessioni accordate negli ultimi quindici giorni. Davvero un periodo fruttuoso, che mi stava valendo più di trecento bigliettoni. Ancora una settimana di quell'andazzo e avrei potuto permettermi l'I-Phone 6 tanto agognato.
"Di chi sono?" Una ruga ora le si incuneò, prepotente, fra le sopracciglia. A indicare che il limite di sopportazione era quasi rasentato. Il filo argenteo della bava le pencolava a lato della bocca, a conferirle l'aspetto del troll in procinto di brandire il bastone nei bagni di Hogwarts.
Non sapevo che giustificazione addurre. Mia madre non era stolta. Una scusa banale non avrebbe retto. L'avrebbe smontata con la perizia di un pubblico ministero in un'arringa agguerrita.
Allora abbassai la testa con aria grave. Poi risollevai occhi velati. Le lacrime che forzosamente pungevano agli angoli. "Mà, sai che non c'ho la fidanzata?"
Lei annuì, percependo una scomoda verità che affiorava.
"Sono gay. Queste mutandine sono mie, le ho comprate per sperimentare..."
Le parole si persero soffocate nell'abbraccio in cui mi serrò. Rigida e amorevole.
"Non dire altro, piccolo mio. Ho sempre sognato un figlio gay."

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