sabato 22 novembre 2014

Aspettando il treno


Il gracchiare sordo del trolley mi fece da colonna sonora per il tragitto dalla fermata del pullman alla stazione ferroviaria. Ogni volta che incontravo un ostacolo – sassi, cartacce – il valigione si incagliava e afferrandone il manico con entrambe le mani mi dovevo profondere in uno sforzo immane per riprendere la corsa. Sotto gli occhi divertiti di un’anziana che non aveva nulla di meglio da fare che contemplare un ragazzo in difficoltà.
Archiviata l’odissea deambulatoria, giunto alla stazione, me ne rimasi a mani giunte in attesa del treno. Ero consapevole che chiunque mi avesse visto in quella posa avrebbe ricavato l’impressione di un settantenne ingabbiato nelle fattezze di un ventenne. Ma non me ne importava.
C’ero abituato ad epiteti come ‘nonnino’, ‘vecchietto’. I miei amici – quel gruppo sgangherato di universitari che mi si era coagulato attorno, o meglio, attorno ai miei appunti – non mi aveva risparmiato.
“Come va, zizì?”, mi dava il buongiorno Luca, il più scapestrato della cricca, a corredo di una pacca sonora sulla spalla.
A forza di sentirmelo ripetere, pure io prendevo a considerarmi tale. Talvolta, mi sorprendevo a issarmi dalla sponda del letto come un ottuagenario cui un movimento fuggevole sarebbe costata la schiena, benché non avessi problemi.
Con la coda dell’occhio, scorsi una ragazzina che mi fissava intensamente. Gli occhi color nocciola erano dapprima appuntati sulla mia faccia, poi erano defluiti verso le mani unite. Dato che non schiodava gli occhi, neppure dopo cinque minuti, mi chiesi se invece la mente sua non stesse virando altrove, come capita talvolta di contemplare qualcosa ma di avere la testa persa in un turbine di pensieri. L’occhiata fugace che le rivolsi, alla quale rispose serrando le palpebre e voltandosi, mi confermò che l’attenzione era proprio rivolta alle mani.
In quella posa, mi era difficile abbassarmi a scrutarle. Schermate dal bavero della giaccia, avrebbe significato chinare il capo offrendo il collo all’aria gelida. Quel venticello per cui una settimana prima mi ero buscato un raffreddore dal quale ancora mi stavo riprendendo.
Tuttavia, la possibilità di una figuraccia – magari per dita incrostate di sudiciume – non mi andava giù. Se la ragazzina si era girata con nonchalance, la vecchiaccia di prima non avrebbe fatto altrettanto.
Allungai il collo puntando il naso all’ingiù. Le dita artigliavano il manico come un rapace appeso a un ramo. Ma non era la presa salda ad aver suscitato la sua curiosità. Un rigagnolo rosso correva dal polso fino a raccogliersi in gocce raggrumate sulle unghie.
Come diamine c’era finito il sangue, lì? Non ricordavo di essermi procurato un graffio, anche se a giudicare dalla quantità, doveva essere uno squarcio. Non avvertivo i tipici bruciori della ferita che sfrega il tessuto della canotta.
Prima di tergermi, volevo localizzare il taglio. Questo però voleva dire abbandonare la posa da pensionato e accorciarmi le maniche. Immolando pure le braccia ai refoli raggelanti.
Così feci. Ma di ferite neppure l’ombra. Neppure la traccia superficiale che sovente, urtando la porta della stanzetta in affitto, mi si stampigliava sul braccio.
Non capivo. Se non apparteneva a me, di chi era, quel sangue?
Frugai nelle memorie recenti, risoluto a individuare la genesi di quell’arcano. Era possibile, infatti, che la chiave del mistero fosse stata seppellita dalla foga del momento, infilando indumenti e libri in valigia. Ma più mi sforzavo, più la mente si spingeva alla mattinata concitata, coi coinquilini che sciamavano dalle stanze per accaparrarsi la toilette, più la speranza di una soluzione si infiacchiva.
Strozzando un lembo di pelle sulla fronte fra indice e pollice, me ne restai a elucubrare per cinque minuti buoni. Nel frattempo, lo stuolo di pendolari in attesa si era andato rimpolpando, dagli altoparlanti si erano propagati annunci di ritardi e la vecchietta si era piazzata proprio al mio fianco, lanciandomi un divertito cenno di saluto che non ricambiai. Fu proprio nello sgomento generale alla quarta chiosa di contrattempi, che il lampo della comprensione mi folgorò.
Con le dita che leste mollavano la fronte e lo sguardo cogitabondo che ripiombò in quella dimensione satura di smog e impazienza, quasi mi sfuggì un gridolino di sorpresa. Lo congelai sulle labbra giusto in tempo, prima che gli astanti, già strabiliati dal repentino cambio di posa, facessero partire una coreografia di occhiate confuse. Con la vecchietta a dirigere che le avrebbe condotte sui lidi della derisione.
Quello non era sangue. Era il pane con marmellata che mi ero strafogato prima di mettere a soqquadro la stanza per i bagagli da preparare. Non avevo avuto tempo di bollire l’acqua per la pasta. Vigilarvi attentamente mi avrebbe succhiato le energie residue della nottata di studio. Per cui avevo optato per un valido e digesto surrogato.
Terminato il pasto, avevo lasciato il barattolino aperto, sul tavolo, e la confezione del pane in precario equilibrio sul bordo. Gonfiate le valigie, al momento di spegnere tutti gli interruttori, li avevo riposti in credenza. Evidentemente, il coperchio inzaccherato mi aveva macchiato senza neppure che me ne rendessi conto. Perfettamente plausibile.
Una volta mi era capitato di recarmi a scuola con una grossa patacca diafana sul posteriore dei jeans. Non me ne ero accorto prima che un coro di risa si levasse al mio indirizzo, subito spento dalla maestra sulla soglia dell’aula. Cose che succedono. Imbarazzanti, ma parte della nostra caduca quotidianità.
Mi pulii coi palmi in gesti rapidi e furtivi, senza dare nell'occhio. Non disponendo di fazzoletti, non mi restava che appiccicare la gelatina sotto il sedile, quando mi fossi sistemato in cabina.
Rinfrancato, mi avviai verso lo sportello del treno, che nel frattempo, nelle grida di esultanza collettiva, era giunto. Mi misi in coda, preceduto dalla vecchietta. Quando fu il suo turno di montare su, la borsetta di cuoio le precipitò dalla spalla, atterrando nel mezzo del varco d’entrata.
Non persi tempo. Gliela raccattai da onesto giovincello quale apparivo.
Lei mi sorrise grata, e un po’ dispiaciuta per il trattamento che mi aveva riservato all’ingresso.
Non sapeva, però, che per quello l’aveva appena scontata. Mi inoltrai nelle file di seggiole con la valigia al seguito. E le mani pulite.

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