sabato 22 novembre 2014

Buon Compleanno a me


Era il mio compleanno. Sedevo a capotavola, attorniato dagli sguardi affettuosi di amici e parenti. Tutti avevano un sorriso stampigliato da orecchio a orecchio e battevano le mani seguendo un ritmo immaginario. Aveva iniziato Zia Rita e tutti si erano attenuti alla sua cadenza.
Mi guardavano. Mi incitavano a soffiare sulle candele disseminate sulla torta, le fiammelle che danzavano nello spiffero d'aria spirante da una finestra semichiusa. Zio Marco aveva mosso le labbra a vomitare un'esortazione. La sua voce roca non mi era giunta, però leggendo il labiale avevo colto alla perfezione il messaggio. "Esprimi un desiderio".
Un desiderio. Tanti se ne affastellavano in testa. Tanti, in quel frangente, spintonavano per farsi pescare da quel guazzabuglio che sarebbe rimasto inespresso e inesaudito. Prima di compiere la scelta, li setacciai. Non uno ad uno, ché mi avrebbe richiesto troppo tempo - e di lì a breve gli sguardi adoranti sarebbero sfociati in espressioni impazienti, con Zio Marco che avrebbe picchiato i pugni sul tavolo. Esaminai quelli che mi premeva concretizzare più di tutti nell'immediato. Obliati sogni generici e concernenti un futuro remoto, del tipo "Sposarmi, mettere su famiglia, trovare lavoro".
No. Per quei desideri ci sarebbero state altre feste, altre torte su cui soffiare. Restrinsi il campo ad appena tre. Incastrare il cazzo in una bella vagina inghirlandata di rada peluria: non avevo ancora sperimentato i piaceri dell'amplesso e, visto che i vent'anni erano dietro l'angolo, smaniavo di inzuppare il biscotto; avevo già in mente una bella pulzella su cui accartocciarmi, la cugina Luisa dalla folta chioma ramata mi suscitava più di semplice affetto, da sempre; ovviamente, la cosa sarebbe dovuta restare un segreto. Guai a farne parola. Uno di quei peccatucci della carne che si consumano una volta sola e sui quali non si ritorna mai più, 'manco imboccando il viale dei ricordi. Mah, magari ci sarei tornato in bagno, trastullandomi con la canna dopo un'estenuante evacuazione.
L'altro desiderio che ardeva di immediata realizzazione concerneva lo studio. Sbarazzarmi di compiti, interrogazioni, verifiche a sorpresa mi arrecava piacere solo a pensarci. Un piacere fisico, sostanziato in una erezione più vigorosa di quella che mi avrebbe regalato Luisa. Non sopportavo l'idea di svegliarmi presto e trascinarmi, con le palpebre che battagliavano per restare su, in un'aula gremita di ipocriti leccapiedi che anelavano solo a medie alte. Per arrivare non si sa dove. Forse a ricevere, compiacenti, la pacca affettuosa di papà e gli sguardi densi di ammirazione di amici e sconosciuti inebriati da cotanta genialità.
L'ultimo sogno. Quello che più di tutti mi pungolava, spesso regista dei sogni notturni, atteneva alle relazioni familiari. No, non alle reti di parentele che mi connettevano a zì e zìzì sconosciuti che di me sembrava sapessero tutto. L'ultimo desiderio si inquadrava nella più minuta realtà domestica. Con mamma e papà.
Di loro ambivo a disfarmi più di qualunque libro di testo. Li volevo espungere dalla mia vita per le divergenze mai appianate, per le incomprensioni mai chiarite. Roba da figlio ingrato, che non digerisce la realtà casalinga per quella che è ovunque, persino sul più desolato fazzoletto di terra di questo pianeta? Forse. Ma non per questo avrei dovuto passarci sopra. Stenderci il velo dell'indifferenza, calpestandolo sotto i passi di una vita votata alla vacuità. No. Bisognava darci un taglio netto.
Mi sarei servito del dono di zio Carlo, quello che da cacciatore navigato - ritenendo volessi accostarmi al suo hobby - mi aveva teso nell'indignazione generale. Un coltello seghettato.
Soffiai con quest'ultimo desiderio a monopolizzare la mente. Il mio sorriso - grottescamente largo, a esibire tutta la dentatura - non in risposta ai loro. Bensì un'imitazione degli squarci che gli avrei aperto.

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