domenica 2 novembre 2014

L'assistente


Si sentiva braccato. Si buttò a sinistra, verso il corridoio dei bagni, e gli si parò davanti la massiccia figura dell'assistente. Braccia conserte, sguardo inespressivo se non fosse per un fioco sorriso divertito che fluttuava sulle labbra, gli impediva il passaggio. Allora faceva per scartare a sinistra, ma questi lo anticipava, come se gli leggesse la mente. Pensò persino di assestargli una spallata, ma all'atto pratico fu respinto indietro con uno spintone che per poco non lo fece ruzzolare.
No, era inconcepibile che ti rifiutavi di sostenere l'esame, preso dal panico negli istanti fatidici, e quelli ti costringessero, volente o nolente. Dove era finita la decantata libertà di dare forfait a lezione, saltare i parziali e presenziare solo agli esami finali, stabilendo la data che più ti sorride in un amplissimo ventaglio di appelli? Quando afflosciato sul patibolo, aveva ritratto la mano col libretto universitario che stava per allungare all'omuncolo dai baffi spioventi e i capelli sale e pepe che tutti chiamavano prof, dapprima costui lo aveva intimato di non fare scherzi e subire l'interrogazione (con annessa bocciatura), poi dinanzi alle incrollabili reticenze aveva rivolto un cenno d'intesa all'assistente fra le file di banchi, mentre lui si alzava e sgusciava fuori dell'aula. Quest'ultimo dapprima s'era lanciato al suo inseguimento, poi, oltrepassandolo, gli aveva sbarrato la strada.
Roba che neanche nei nosocomi degli obliati buchi di provincia. Quando fosse uscito di lì - se fosse uscito di lì - si sarebbe fiondato in questura a sporgere denuncia. Già si prefigurava la maschera di scherno del poliziotto addetto: di solito, le ingiustizie che si concretano fra i banchi accademici seguono un copione nettamente opposto, col denunciante che lamenta la mancata partecipazione alla prova per il malvezzo di un prof-barone; questa gli sarebbe suonata nuova, un'altra storiella a rimpolpare il calderone delle assurdità sentite a lavoro da snocciolare in pensione ai nipotini.
Ora si piazzò le mani sui fianchi, spazientito. "Che diamine avete? Lasciatemi andare!"
L'assistente abbozzò un cenno di diniego con le labbra atteggiate a una smorfia contrita. Il maestrino alle prese col poppante disobbediente cui ancora si doveva inculcare qualche lezioncina di vita. Fece spallucce. "Sostieni l'esame e sarai libero di andare."
"E va bene! Se è l'unico modo per uscire da 'sto mattatoio..." Alzò le mani, dichiarando vinte le resistenze. Ma profittando dell'abbassamento di difese, ora che il tizio si cullava nel sapore della conquista - chissà, pregustando la pacca del prof a fine giornata - il ragazzo fu lesto col braccio che saettò e il gomito che calò sui suoi bei tratti cesellati. Accartocciandoglieli. Un grido acuto vibrò nell'aria immobile dei corridoi, con gli uccelli acciambellati sul tetto vetrato che spiccarono il volo.
L'uomo si prese il viso tra le mani, fiotti sanguigni che irrorarono le dita tessendovi una ragnatela vermiglia. Una costellazione di macchioline figurava pure sul bavero della giacca.
Il giovane non restò ad ammirare i frutti - marcescenti - del suo operato. Partì spedito alla volta del centro, cui sarebbe giunto una volta varcati i cancelli e sorpassata la via principale. Ma le speranze erano state fin troppo rosee. Nello sprazzo di raziocinio che baluginava fra una fitta di dolore e l'altra, l'assistente si cavò di tasca un telecomando, su cui spiccava un solo pulsante. Lo violentò col pollice come stesse profanando l'ano vergine del malcapitato e, prima che potesse avvicinarsi al battente, una grata metallica scivolò di lato da un pertugio sulla parete sulla cui funzione si era sempre interrogato. Il tutto con l'ululato di una sirena a fare da colonna sonora.
L'assistente, riavutosi dalla sorpresa, era tornato ritto e ora accorciava la distanza a grandi falcate. Il povero occhieggiò febbrilmente a destra e sinistra, ma non individuò la salvifica via d'uscita, non prima che il tizio lo raggiungesse e lo mettesse spalle al muro. Pochi centimetri separavano i loro nasi. Dall'intensità del suo sguardo, pensava si accingesse a baciarlo. Invece, reclinò il capo e spalancò la bocca su una ridda di zanne. Spinse ancora più indietro, caricando il colpo, e si scagliò su di lui assaggiandone le glabri carni.
"Noooooo!" urlò di colpo alla stanza buia.
"Che ti prende? Sei stato tu a volermi qui, ricordi?"
Gli occorsero una manciata di secondi per mettere a fuoco la situazione e realizzare che erano solo le immagini truculenti proiettate dalla mente spossata e dormiente.Un sogno. No, un incubo.
Col dorso della mano si asciugò mento e labbra bagnate di saliva, poi arrischiò uno sguardo al suo fianco. Nella fievole luce che penetrava dallo spiraglio sotto la porta indovinò la silhouette dell'assistente, busto issato sul gomito, voce morbida e suadente. E allora tutto si fece cristallino: le arti seduttive messe in campo la sera addietro, la promessa di una facile promozione suggellata da una scopata.
Lo studente sorrise. All'esame si sarebbe presentato. Oh, sì.

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