mercoledì 5 novembre 2014

Lo sblocco dello scrittore


Non sapeva cosa scrivere. Se ne stava lì a fissare lo schermo, inerte. Aspettando che l'ispirazione gli si affacciasse alla mente. Ma niente. Di tanto in tanto batteva qualche parola per poi rileggerla, rivoltarsela in bocca e poi cancellare tutto, insoddisfatto.
Puntellò il mento sul palmo. Doveva pur esserci qualcosa che lo stimolasse a dovere, che gli infondesse la giusta dose di creatività per portare a casa una giornata fruttuosa. Altrimenti, con quell'andamento altalenante - perché sì, c'erano anche giorni in cui le idee s'addensavano così numerose da faticare a metterle in ordine - avrebbe dovuto vedersela con l'editore. Quel burbero omuncolo che, mani sui fianchi, lo avrebbe incenerito con un'occhiata severa e gli avrebbe sbattuto sotto il naso il contratto che aveva sottoscritto mesi prima, assicurando un romanzo giallo entro fine novembre.
A una a una, spuntò le varie possibilità che gli si profilavano in testa. Poteva tentare col sesso. Dare una passata di vulva a quel povero cazzo mogio poteva ridestare un barlume di talento, che ora stentava a vedere. Ma no, non vedeva figa nei dintorni. Per inzuppare il biscotto avrebbe dovuto rivolgersi alle battone giù a Molock Street, via trafficata dove avrebbe potuto imbattersi nell'editore, che di lì transitava quotidianamente. Già prendeva forma, nella mente, il broncio che gli avrebbe scoccato col finestrino abbassato, rammentandogli la pessima reputazione che avrebbe fatto guadagnare all'intera casa editrice.
Le droghe? L'ultima volta che si era iniettato una dose di qualsiasi roba, aveva trascorso nottata e mattino successivo con la testa sulla tazza schizzata di merda e un pulsare ritmico e doloroso al basso ventre. Aveva rigettato pure quel pasto di pane e prosciutto che aveva ingollato a pranzo.
La lettura? Per ricordarsi di quanto fosse incapace, di quanto lungi da lui fosse la maestria di tessere frasi maledettamente fluide? Per impregnarsi le narici dell'odore polveroso che gli avrebbe scatenato un concerto di sternuti? No, grazie.
Spesso capitava che le due circostanze si verificassero assieme, l'una inestricabilmente legata all'altra. Leggeva un mattone di Stephen King e sprofondava in un baratro di delusione e ripugnanza verso tutto ciò che la sua penna aveva concepito. A scandire la discesa rovinosa, una sequela di starnuti per cui chi non lo conoscesse avrebbe pensato a qualche scadente imitazione di un cabarettista televisivo.
Ma allora quale strada battere? Si grattò la testa, le labbra arricciate con aria meditabonda.
Bé, poteva scrivere. Sì. Mettere in fila le parole, una dopo l'altra. Senza starci a rimuginare troppo. Lanciandosi, buttandosi. Disperdendo i miasmi della coscienza, che compromessa con le futilità quotidiane, non gli permetteva di astrarsi e sintonizzarsi sulle frequenze dell'inventiva, che tanti buoni - discreti - testi gli avevano elargito. Spazzando via i timori di non essere all'altezza, di non poter competere con l'infinità di colleghi pronta a schernirlo a ogni nuova pubblicazione. Che poi: davvero quell'orda di mendicanti che raccattava spiccioli per un paio di articoli - il cui giudizio era per lui fonte di patemi e livori - aspettava a braccia conserte che desse alle stampe un nuovo libro? Era di gran lunga inferiore a quell'accozzaglia di frasi fatte impastate di connettivi e congiunzioni? No, qualcosa sapeva scriverla. E tutte queste attenzioni non se le era davvero sentite addosso, tranne che in un paio di occasioni. Quando era stato insignito di riconoscimenti letterari - come il Penbook Price del 2011 - un mormorio sommesso, drappeggiato di commenti al vetriolo si era levato dalla folla di colleghi. Ma sempre secondo il rito.
L'anno prima era stata la volta della rattrappita Margherita Volanti, che a settantasette anni ancora innescava malumori per l'ennesimo premio soffiato ai fighetti, le dita già a rollare le canne che avrebbero comperato coi soldi della vincita. Così l'anno prima ancora, e due anni addietro, mentre tre anni prima a catalizzare la collera generale era stato un esordiente minuto e rachitico che pareva disciogliersi sotto gli sguardi astiosi.
Decise di dare seguito all'ultimo proposito, il più ragionevole - gli pareva - fioccato ora che, anche per quel giorno, stava gettando la spugna.
Distese le braccia davanti a sé, le dita arcuate come un mago in procinto di scagliare il sortilegio. Le abbassò e seguì il flusso di immagini che gli increspò la mente, una dopo l'altra.
Una casa soffocata da tenebre e vegetazione, i rintocchi di passi per un androne buio e spoglio, l'orologio a pendolo che scandiva le cinque e trenta con un dong basso e lugubre, presagio di mefitici accadimenti, e il racconto si plasmava, parola dopo parola, ticchettio dopo ticchettio.
Con gli occhi accarezzò le siringhe, le bustine gonfie di polvere bianca e le riviste porno nel cassetto del comò attiguo, semichiuso. Nah, per quella sera, a quanto pare, poteva farne a meno.

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