domenica 1 febbraio 2015

Burp!


“Burp!” Il ciccione si mise le mani sulla bocca. Gli occhi ispezionarono forsennati il vagone. Sulle panche che correvano sotto le vetrate incrostate di sudiciume era accovacciata una variegata fauna umana. Donne dalle guance cascanti e la pelle incartapecorita che pareva disfarsi solo a toccarla, uomini dagli occhi infossati e dallo sguardo assente sul punto di appisolarsi e qualche mamma che si dondolava il bimbo fra le braccia, pregando che non scoppiasse a piangere e che la plebaglia che li attorniava non invocasse il controllore perché li cacciasse.
Nessuno, a quanto pare, si era accorto del suo rutto. Bene. Perfetto. Mario ne aveva collezionate abbastanza, di figuracce, per quel giorno. Recandosi a lavoro, aveva pestato una merda di cane all'ingresso, nonostante gli inviti alla cautela dei colleghi  che lo precedevano. “Perché una volta che ti insudici non vedo proprio come puoi entrare in ufficio.” Gli aveva fatto presente Luana, la più pettegola delle colleghe femmine. Dopo che era stato per cinque minuti buoni ad arrovellarsi, spalmato contro il portone di ingresso, con le mute espressioni interrogative di uomini e donne che gli sfilavano davanti, aveva meditato che non era poi male gironzolare scalzo sul parquet, così lindo e profumato.
Dietro la scrivania, al momento di accogliere la prima cliente del giorno – una donna che aveva fatto del controllo emotivo e della rigidità espressiva gli imperativi di vita – si era rovesciato addosso la tazzina di caffè sul bordo. “Che macello!”, aveva fatto costernato, abbozzando un tentativo di tergere il tutto, mentre quella per tutta risposta si umettava le labbra e mulinava le mani fasciate nei guanti a indicare che sarebbe ripassata più tardi, perché i suoi occhi da nobildonna non erano fatti per assistere a spettacolini così poco edificanti. Classica tipa che non emette flatulenza, non si esibisce in rutti, né tantomeno evacua.
Mario riassestò i pugni sull’imbottitura della poltroncina. Il tonfo sordo che produsse ora catalizzò qualche sguardo. Quello di una bambina, con le gambe ripiegate sotto di sé, accovacciata sulla panca dirimpetto, accanto a un papà tutto preso dalla navigazione online sul suo I-Phone.
“Io ti ho sentito ruttare!”, squittì.
Mario finse di non badarle, la testa che penzolava a destra e sinistra. Perché in fondo stava rivolgendosi a un altro, a quello che aveva emesso quello schiocco liquido che nessuno sembrava aver intercettato. Mica a lui.
Simulò tedio, gli occhi che sfrecciavano lungo il corridoio, come in cerca del controllore.
“Non fare finta di niente”, rincarò la piccola.
A quel punto, l’uomo alzò gli occhi dal cellulare. Consultò la faccetta della figlia, individuando il centro delle sue attenzioni. Quindi guardò Mario, ancora immerso nel goffo tentativo recitativo.
L’uomo si sciolse in un sorriso, una curvatura delle labbra che gli conferì un fascino che sembrava latitare mentre saltellava da una pagina web all’altra, a colpi di pollice. “La scusi, ha una fervida immaginazione, mia figlia.”
“Oh, ma non sta dicendo bugie. Io ho davvero ruttato.” Accortosi della verità appena defluitagli di bocca, si tamponò di nuovo le labbra. Mannaggia a lui. Sapeva mentire solo ai bambini, mai una volta che gli riuscisse di rifilare una cazzata a un adulto.
Era proprio il poppante di cui si lagnava la mamma, nei pranzi domenicali durante i quali frignava per l’assenza del piatto preferito, le tagliatelle con la panna Chef. Un bambino che faceva incetta di figure di merda e che con i grandi non sapeva tacere quando c’era da dissimulare scomode verità che imporporavano le guance dei colori della vergogna.
L’uomo lo studiò, gli occhi strizzati, come aspettandosi una risata e la chiosa di una simpatica battuta per ammirargli la stupefazione in faccia. Ma la risata non arrivò, le mani restarono spremute in viso e gli occhi tradirono profonda vergogna.
“Cioè, dice sul serio? E come le viene in mente di ruttare in treno, nella carrozza piena, e perdipiù davanti a una bambina? Lei è un incivile!” tuonò l’uomo.
L’invettiva destò la curiosità generale, tanto che gli sguardi atterriti per la giornata lavorativa si volsero a loro. Sguardi di chi non vede l’ora di sfilarsi gli indumenti, sgusciare in un pigiama, godere davanti alla tv della trasmissione preferita, e viene graziato da un’anteprima dai toni trash.
Mario sporse le labbra all’infuori, mugugnò flebilmente, tanto che il papà dovette chinare il capo. Fu allora che una forza d’animo gli detonò dentro incendiandogli il viso diafano. “Ho detto ‘vaffanculo’. Tu non sei mia mamma che mi può parlare così!” Lo sforzo nell’esprimersi gli costò qualche spruzzo di saliva che si irraggiò sui visi di papà e figlia. Il signore accanto, con la testa celata dietro il quotidiano, era stato risparmiato. Era così assorto nella lettura, da fargli pensare – a Mario – che in realtà fosse una copertura per non immischiarsi. Assorbiti troppi alterchi alla sua età, anelava solo a un po’ di quiete.
“Come dice, scusi? Ha detto ‘Vaffanculo’? Di fronte alla mia piccola???” Ora l’uomo si puntava l’indice addosso, all’altezza del petto, come se – inginocchiato davanti al boia - avesse i lineamenti accartocciati per l’umiliazione dell’esecuzione pubblica e allo stesso tempo indicasse il punto dove incidere le carni.
Mario, che aveva una pellicola di sudore sulla fronte che minacciava di sfaldarsi in una costellazione di goccioline che avrebbe reso a tutti manifesto l’imbarazzo per la piega inaspettata che stavano assumendo gli eventi, si vide costretto a portare avanti la sceneggiata, incastonato in un ruolo di cui avrebbe voluto spogliarsi per riparare fra i seni della mamma. Annuì.
Il pugno che gli piovve sul naso – talmente lesto che la vista provata dalla giornata non fece in tempo ad annotare – spezzò un osso. Non sapeva identificare con certezza quale. Solo, sapeva che qualcosa era andato frantumandosi.
“Che succede qui?” Un urlo possente riecheggiò per tutta la cabina. Mario non si era accorto del controllore che, attirato dalle avvisaglie di tafferugli o forse seguendo la direzione verso cui puntavano gli sguardi, si era portato loro accanto.
I due lo contemplarono, sbigottiti. Un profondo solco che denotava rabbia mista a frustrazione gli separava le sopracciglia. L’uomo aveva le mani sui fianchi, il pollice che lambiva l’orlo delle tasche da cui faceva capolino una ricetrasmettente con cui comunicava con le forze di polizia.
“Qualche problema?”
All’unisono, scossero le teste in segno negativo.
“Perché mi è parso di sentire litigare…”, incalzò il tizio, lo spirito pugnace che piano piano saliva in superficie.
Ancora energiche scrollate di capo, che finalmente sortirono l’effetto sperato. I dubbi si erano rintuzzati, pur con una punta di sospetto a baluginare negli occhi.
“E come te la sei fatta la ferita?”
Mario non si era accorto dei rigagnoli vermigli che zigzagavano dal naso fino alle guance. Guardando smarrito prima l’aggressore poi il controllore, e ancora controllore e poi aggressore, strinse le labbra e vomitò una spiegazione senza che passasse attraverso il filtro della logica. “Eh, ogni tanto mi capita. Alzo la mano e involontariamente mi do un colpo. Il signore, anzi, spaventato mi dava una mano…”
Un’argomentazione che aveva il sapore della fifa blu di un cicciottello vessato dai bulli di cui il controllore si accontentò. “E va bene.”, girò sui tacchi senza soggiungere altro.
Quando il papà mosse le labbra senza produrre un suono, Mario pensò gli indirizzasse un tacito ringraziamento, ma la parola che gli lesse sulle labbra, lo sprofondò proprio nell’amarezza dello scolaretto che evitando di rivolgersi alla maestra sperava di guadagnarsi rispetto e simpatia dei bulli. Per poi realizzare quanto gli sforzi fossero vani.
“I-n-c-i-v-i-l-e.”

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