sabato 28 marzo 2015

Nonnina a passeggio


L'anziana si guarda attorno. Strabuzza gli occhi. Non riesce a capacitarsi di essere piombata a terra. Qualche istante prima era appoggiata al bastone, ora ha le gambe divaricate sulla piazzola di cemento dirimpetto al grumo di case in centro. Curva le labbra nel tentativo di scandire un richiamo di soccorso. Poi stringe gli occhietti e di nuovo perlustra la zona. Si rende conto di essere sola. Nessuno ha assistito alla sua caduta. Non un'anima pia che le si scagli addosso a prestarle aiuto. Sola. Come sempre. Come da quando il marito, stanco di confezionare la menzogna per mascherare l'adulterio, ha deciso di abbandonarla.
La nonnina stringe il pugno. Sembra voglia aggrapparsi all'aria, ma pure questa se ne infischia di lei, soffiandole una folata beffarda sulla distesa di rughe. La nonnina tira su col naso. Giudica che non è il momento di un pianto dirotto. Se prendesse a frignare, dissolverebbe il pugno di energie che ancora le resiste nelle membra e poi sì che avrebbe perso ogni sostegno.
Pialla i palmi sul cemento. Li inturgidisce abbozzando il tentativo di issarsi. Arcata dentale superiore e inferiore stringono un'alleanza suggellata da un rantolo cupo. Ma ogni sforzo è vano. Rassegnata, l'anziana scioglie le parvenze di muscoli delle braccia.
Fruga ancora nella viuzza cingente la piazzola, lo sguardo carico di interrogativi per l'assenza dei compaesani. Diamine, si chiede, possibile che nell'arco degli ultimi dieci minuti, neppure un fanciulletto reduce dalla giornata scolastica non capiti da quelle parti? Forse che si tenga un evento cittadino dalla parte opposta della città e tutti siano confluiti lì, relegando gli altri quartieri nell'oblio di una giornata festosa?
La vecchia non si sente di scartare quell'ipotesi. L'estate addietro fu per puro caso che venne a conoscenza del concerto di Maria Nazionale che avrebbe avuto luogo in Piazza Menotti. Lo scoprì tendendo l'orecchio alle arzille pettegole parcheggiate ai margini delle panchine che dopo il divorzio del marito l'avevano esclusa del tutto, perché assurta lei a bersaglio delle malelingue.
Ancora un grugnito. Ancora un pallido sforzo. Ma niente. Neppure le gambe tappezzate di ecchimosi, si sentono di collaborare.
Ora batte il pugno sulla piazzola. Non con l'impeto che la corazzava in gioventù, quando incuteva timore alla pletora di maschietti che, dal loro rifugio, accorrevano nel parco cittadino deputato agli svaghi delle giovinette. Ma con la furia ammortizzata di una vegliarda stanca di appigliarsi al supporto altrui. Che rivendica il suo diritto all'indipendenza. E per questa ragione si inviperisce con il Signore che l'ha depauperata delle energie passate.
Stizzita, si scosta una ciocca di capelli della fronte spaziosa. Medita a fondo. Come quando, inchiodando le chiappe scarne all'asse del cesso, insegue memorie polverose nell'erculeo sforzo di riportarle in superficie. Stavolta le energie psichiche sono tutte votate alla ricerca di una soluzione, perché starsene appollaiata lì, all'addiaccio, non è un'idea che le sorride con letizia. Nell'arco di un minuto, passa in rassegna tutte le situazioni estreme nelle quali è rimasta invischiata. Ripensa all'arrivo dei militari tedeschi mentre con le amiche discorreva amabilmente dei compiti scolastici nel cortile dietro casa e al fare esperto con cui li aveva liquidati indirizzandoli nel centro cittadino, dove si concentrava un gruppo di ebrei dai torbidi interessi. Rammenta il piglio da condottiero adottato quando in una scampagnata vicino Napoli, a quell'età avanzata, aveva dirottato le pettegole al pullman che bofonchiavano di essersi perse.
Soddisfazioni passate che le trasmettono quell'anelito di vita necessario a soverchiare le intemperie odierne.
Ancora un'occhiata nei dintorni. Ancora, nessuna anima che si allarmi per quell'intrico di ossa corrose sul limitare della piazzola. Solo un giornale appallottolato, sospinto dai venti, orbita nel mezzo della carreggiata, a pochi metri da lì.
La nonnina ritiene che non vi è momento più opportuno per mettere in atto il suo trucchetto. Tra indice e pollice tremuli, intrappola un lembo della gonna che ripiega lesta a offrire i mutandoni chiazzati di orina all'aria gelida. Fa scivolare le dita sulla coscia pallida e le introduce nella stoffa a protezione delle pubenda.
Il piacere che la pervade è istantaneo. I volti degli uomini che hanno gremito il suo letto, nel corso degli anni, si alternano in rapida successione nella mente sfinita. I lineamenti puerili di Enzo lù scarpar, fulcro delle fantasie erotiche di mezza cittadina, si disfanno nei tratti duri e spigolosi di Umberto lù barbìr, che ha spezzato i cuori di tutte le rivali che hanno cianciato sul suo matrimonio naufragato.
"Oh, mò mi sento bene!", esulta finalmente in piedi e col bastone di nuovo ad affiancarla.

Nessun commento:

Posta un commento