giovedì 14 maggio 2015

Un bacio a nonnò


La barista gli piazzò una tazzina fumigante sotto il naso. Lui quasi non se ne accorse, assorto nelle sue meditazioni. Stava immaginando come sarebbe stato trascorre i mesi successivi in ospedale, rinunciando al caffè mattutino e alla visione estatica della barista che lo accoglieva, appena varcato l'uscio, con un sorriso allargato.
Sarebbe stato uno strazio. Appena ridestato in quel giaciglio sozzo - chissà quanti vegliardi come lui vi fossero marciti prima di assegnarglielo - si sarebbe umettato le labbra, pregustando l'aroma di caffè che non avrebbe assaporato. Con occhi gonfi di pianto, si sarebbe girato supplicante verso l'infermiera affinché si impietosisse e si sfilasse la camicetta per tamponargli le labbra col capezzolo inturgidito. Uno scenario che si dispiegava nelle sue fantasticherie notturne da quando gli avevano diagnosticato la malattia e che sapeva non si sarebbe concretizzato. Ma a un palpito di speranza, alla soglia della morte, doveva pur restare appigliato. Se non voleva precipitare in un baratro di angoscia e sconforto, dal quale neppure le frivole ciance del compagno di stanza avrebbero potuto tirarlo via.
"Che hai, nonno?" Il sorriso della barista si era intensificato. Si calcò il berretto d'ordinanza fin sulle orecchie, mentre la mano destra trafficava fra le stoviglie, separando quelle sporche da quelle pulite che avrebbe impiegato per i clienti affluiti nella prossima ora.
Che carina. Lo chiamava sempre nonno. Una volta, mentre claudicante si era diretto a una sedia, i passi scanditi dai grugniti dell'affaticamento, la ragazzina pizzicando il bloc-notes per le ordinazioni e incuneandosi una penna dietro l'orecchio l'aveva contemplato con attenzione, quasi non avesse mai visto un vecchio prima di allora.
Lui era impallidito, convinto che un grumo di muco gli torreggiasse sulla punta del naso, sbadato com'era quando c'era da provvedere all'igiene. Mentre le mani si erano arrampicate sul volto striato di rughe, le guance della ragazzina erano esplose in un risolino divertito. Lui aveva preso a perlustrarti con maggior foga, ma quando una domanda sussurrata, "Ma che fa?", si era aperta un varco fra i banchi di cerume che ingorgavano le orecchie, tracimando in quella porzione corrosa delle cervella deputata alla decrittazione degli stimoli esterni, allora aveva riposto le mani lungo i fianchi scarnificati.
"N... niente", aveva biascicato, un velo di imbarazzo che gli aveva ammantato il volto rugoso.
La barista aveva afferrato una sedia e, tirandola indietro, aveva spiccato un balzo perché vi piombasse assisa. Il nonnino aveva ammirato stupefatto, pensando gli stesse di fronte un'acrobata mancata che avesse obliato i sogni di gloria per un pur risibile gruzzoletto.
"Sa - aveva esclamato lei, gli occhi socchiusi in un'espressione cogitabonda - Lei mi ricorda molto mio nonno."
Lui aveva annuito. Era una considerazione che gli veniva spesso rivolta. Lui era simile al nonno del farmacista. Lui aveva le medesime fattezze del papà del papà della parrucchiera che esercitava vicino casa. Lui era uguale a tanti nonni. O forse era proprio lo stesso nonno. Però era particolarmente lieto che lo fosse per quella giovinastra dai lineamenti cesellati e le protuberanze messe bene in risalto. Un epiteto che gli avrebbe ripetuto quando si fossero ritrovati avvinghiati nel letto matrimoniale che per trent'anni aveva condiviso con la moglie. Gli avrebbe affondato le unghie puntute nelle carni marcescenti e, gridando "Nonninooo!", avrebbe esercitato pressione finché dai solchi non sprizzasse sangue. Poi raccogliendo i fluidi con la lingua avrebbero suggellato la loro amicizia con un bacio carminio.
"Nonnino!" La voce squillante della ragazzina lo aveva trascinato via dalle fantasie che meglio avrebbe coltivato nottetempo.
Lui aveva stirato le sporgenze purulenti in un tentativo di sorriso, comunicandole tutto il gaudio per il soprannome, che aveva immaginato non si sarebbe più scrollato di dosso. Almeno finché avesse trovato la forza di trascinarsi al bar, al mattino.
Finalmente alzò gli occhi dalla tazzina. "Mi hanno trovato un cancro. A breve vengo ricoverato per la chemio."
"Oddio, mi dispiace. Io non sap..." Il nonno troncò la risposta con la sua bocca. Stampigliata su quella rosea e vellutata di lei, gli sguardi inebetiti dei presenti che guizzavano dall'uno all'altra. Un ragazzino occhieggiava agli angoli dei muri pensando vi fossero installate le apparecchiature di Candid-Camera.
"Nun te dispiacé più. Quello che volevo l'ho avuto.", sentenziò in un latrato brioso, mentre avanzava verso l'uscita.

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