venerdì 22 gennaio 2016

Per un paio di collant


Mi guardai attorno. Il letto era sfatto e sulle coperte ammonticchiate era stata deposta una valigia. Mi avvicinai per vederne il contenuto. Un paio di stivaletti dalle punte smussate e una polo ripiegata alla meno peggio. Mi chiesi perché mia madre stesse facendo i bagagli. Dopotutto, lei e papà erano appena tornati insieme. La loro relazione era stata travagliata, contrassegnata da alti e bassi, ma negli ultimi tempi, punteggiati da uscite in pubblico, al cinema e in qualche sfarzoso ristorante, sembrava che le divergenze si fossero appianate. O almeno così speravamo, io e mia sorella Luana.
Lei, stringendosi il suo peluche - un coniglietto dalle orecchie oblunge che ricordavano più un paio di antenne radiofoniche, quelle piazzate in cima alle auto - mi ripeteva ossessivamente che mamma e papà avrebbero trovato una soluzione, che sorridenti, l'uno fidandosi dell'altra, sarebbero tornati a casa avviluppati in un'aria di letizia e gaudio a loro inedita e che avrebbero dichiarato a gran voce l'intento di ripristinare il clima di festa che vigeva prima, in casa.
Ora le parole di Luana mi risuonavano ovattate in testa, come se giungessero da chissà quale remoto, oscuro antro.
"Armando!"
Mia madre ferma sulla porta della stanza sembrava una regina. Una di quelle con una chioma voluminosa che nei film e nei telefilm stazionano nei pressi di un trono a legiferare e ad emettere ordini perentori. Per quell'aspetto e quell'aria signorile, ci aveva sempre spiegato papà, vicino al fuoco crepitante nel caminetto, come sempre quando si addentrava negli aneddoti di famiglia, la mamma si era ritrovata la strada del successo spianata. I professori all'università si erano lasciati ammaliare dal suo fascino e mentre quella balbettava qualche risposta ai loro quesiti, loro annuivano anche se quanto spiegava era quanto di più lontano dai concetti cristallini spiegati in classe. Dopo, nel mondo del lavoro, quando aveva sostenuto un paio di colluqui presso case editrici, i direttori editoriali, dopo una chiacchierata sulle sue aspirazioni, le avevano offerto tutti un impiego stabile corredato da lauti compensi. Così la mamma aveva avuto l'imbarazzo della scelta.
Ora mentre mi fissava, la sua avvenenza aveva lo stesso effetto su di me. Quindi non risposi subito, e quando lo feci mugugnai un "Uh?" a mezza voce.
"Che ci fai in camera mia? Non mi piace questa violazione della mia privacy."
A mamma non potevo dire che ero entrato nella sua stanza in cerca di un paio di collant. Mi avrebbe squadrato dalla testa ai piedi, poi sarebbe scoppiata in una fragorosa risata. Mi avrebbe chiesto se fossi gay e sognassi di diventare donna. Poi a me sarebbe toccato spiegarle che a scuola c'era stato un incidente. Negli spogliatoi della palestra, che ragazzi e ragazze condividevano a causa delle scarse finanze per cui non ci si poteva concedere il lusso di due stanze separate, avevo sbadatamente urtato una compagna nell'atto di infilarsi il suo paio di collant. Se li era strappati all'altezza dell'orlo. Io subito, all'apice dell'imbarazzo, le avevo promesso che gliene avrei regalato un paio nuovi.
"Niente, mà. Volevo vedere quanto sei bella!" Mi avvicinai a grandi falcate, le schioccai un bacio sulla guancia e mi dileguai. 

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