martedì 18 luglio 2017

L'odio e l'omosessualità


Sì, sono gay. Oddio, incredibile, che schifo! Bè, se la vostra reazione è stata questa potete fermarvi anche qui, questo post non è per voi. Questo post è per chi vuole arrampicarsi sulle apparenze e vedere cosa c'è dietro. Quali dubbi, quali segreti, quali dolori.
Io ho sempre saputo che mi piacciono i maschietti come me. Da s-e-m-p-r-e. Mai dubbi. Mai tentennamenti. Da piccolo ho provato ad avvicinarmi alle ragazze, ma perché i genitori, i compagni di scuola, le maestre, la tv, i giornali, il cinema dicevano che era cosa buona e giusta. L'amore è tra uomo e donna, come altro dovrebbe essere? Un'unione perversa fra "maschi che vogliono fare le donne" non può essere amore, è una malattia, una barzelletta.
Ma con le "femmine" non s'è mai accesa la scintilla, e m'ero quasi convinto che fosse quella la decantata normalità: non provare nulla, 'manco un bruciore di stomaco, infilarlo con insospettabile regolarità fra le cosce di una pulzella, ingravidarla, sposarla e vivere infelici e scontenti a masticare parole di plastica insapori. Mi ci stavo abituando, a questa "normalità". Poi, però, da pre-adolescente mi sono accorto che l'attrazione per i maschietti cresceva, mi era difficile fingermi disinteressato davanti a un bel viso, meglio se con un velo di barba (brividi!), un bel paio di pettorali e degli addominali scolpiti. Difficile. E nonostante fosse difficile, mi ero costretto a fare finta di nulla, rintuzzando ogni palpito carnale, buttato in quella tana di belve che è l'adolescenza, con capibranco che s'arrogavano il diritto di stabilire chi fosse forte e chi cesso, e se fra i cessi ci fossero sospetti ricchioni da dileggiare e scarnificare con la lama delle contumelie ("Che frocio di merda, quessò qua, mi dà pure fastidio che cammina per i corridoi" *coro di risatine giubilanti*; "I ricchioni sono tutti effeminati, proprio come le femmine, mica sono maschi"; "Ma i gay mica sò uomini"; "I froci andrebbero messi in un bosco nudi con dei cani da caccia che gli corrono appresso" *risatine di accompagnamento*, "Fai schifo, FROCIOOOO", "[Prof di latino che spiega un autore gay] Ragazzi, voi sapete come sono i gay, no? *Agita le mani come mimando le ali di una farfalla* Sono effeminati, eccentrici...", *risate, risate, risate, sempre risate, che ridere due uomini che si baciano ahahahah, che ridere due uomini che copulano ahahahah*...) o fare a pezzi con la forza bruta (conto una decina o poco più di spintoni per le scale, un paio di sputi in faccia, qualche mezza rissa in cui mi sono preso pure io la soddisfazione di scroccare qualche mezzo cazzotto).
All'università pensavo già a una vita nuova ad attendermi. E in parte è stato così, eh. Volevo fare il giornalista perché ero ancora convinto che i giornalisti raccontassero la verità - ma non quella dei dati, dei numeri, delle parole di facciata, ma una verità indagata, approfondita, interrogata, sventrata e ricomposta con fulgide pennellate di parole incisive e dolorose, senza tema di querele. Pensavo che quello sarebbe stato il mio modo di fare coming-out, che il giornalismo fosse l'arma da spianare contro gli stronzi che la mia piccola vita di provincia mi aveva cagato addosso, stanando gli aguzzini degli Andrea bloccati a scuola o in una famiglia che non li capisce. Ed è stata una delusione, per tante ragioni.
Quando il coming out è arrivato davvero, quando l'università era agli sgoccioli e mi sono accorto che la vita pronta ad attendermi non mi attendeva più, se n'era andata senza dirmi niente, come un amico che se ne va senza neppure salutare - bell'amica, questa nuova vita - e che non potevo fare altro che affrontare questo piccolo, grande segreto che non avevo potuto "raccontare" come avrei voluto, è emerso l'odio. L'odio. L'odio profondo, viscerale, atavico, selvaggio, per tutto quello che ero stato costretto ad avere attorno senza poter fiatare. Il calcio, la politica, la tv italiana, un certo tipo di giornalismo, le piccole città di provincia, le frasi fatte, i pregiudizi, le parole vuote, le frasi di circostanza e insincere.
Ma l'odio senza contorni, che si spalma su tutto, toglie la lucidità - mica subito, però, a poco a poco, infidamente - e nella giungla delle sfumature di colpo esistono solo il bianco e il nero. Persone di cui fidarti e persone di cui non poterti fidare. Quest'odio ho finito per indirizzarlo contro chi non se lo meritava, le persone che avevo accanto e contro una giornalista che, sì, aveva commesso degli sbagli con me - come io ne avevo commessi con lei - ma che aveva cercato anche di starmi vicino, sostenermi, per quanto possibile, dopo un'alternanza di chiarimenti e offese (mie). L'odio mi ha trascinato in una forma di depressione fatta di allucinazioni, di persone a ogni angolo di strada con un coltello in tasca pronte a pugnalarmi, di uomini sotto la finestra che aspettavano mi addormentassi per introdursi in casa e darmi in pasto alle fiamme nel campo sportivo davanti casa, di conduttori Rai - sì, bastarda infida di ironia - che mi canzonavano alludendo, con la simpatia più becera che li contraddistingue, alla morte cruenta che mi sarebbe toccata di lì a breve.
L'incubo della depressione è finito un anno fa. Ne sono uscito illeso. Oddio, non proprio tutto è uscito illeso. Il più grande cambiamento è stato il mio modo di scrivere. La sicurezza che c'era prima non c'è più, c'è solo un'inguaribile sfiducia nelle parole che metto in fila e che sbuffano scocciate perché a formare quella fila non ci vogliono stare, e a tenerle in riga non son mica più tanto bravo. E questo mi spaventa. La scrittura era la mia amica, la mia alleata, la mia amante (femmina!). Dicono che per ritrovare l'intima complicità in un rapporto incrinato ci voglia del tempo, dedizione, impegno, e io le regalerò tutto il tempo del mondo, con la speranza che basti.
L'odio, invece, è rimasto. Ripensare con lucidità e chiarezza a certi fatti e certe persone che hanno toccato la mia vita, che allora camminava sbilenca sulla brace della vulnerabilità, è ancora difficile, è ancora tutto sospeso fra rabbia e pentimento, dolore e risentimento. Però so che non voglio più consegnare il mio futuro a un rancore totalizzante e annichilente. Ho corsi da frequentare, libri da studiare, romanzi e serie tv da scrivere, sbagli da commettere, figuracce da fare, miglioramenti da conquistare, persone interessanti da conoscere e ragazzi di cui innamorarmi. E nel frattempo ho trovato una nuova alleata: l'onestà. Forse è questa la vera arma con cui combattere.
Il resto, bè, sono pagine bianche ancora tutte da scrivere.

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