lunedì 11 settembre 2017

El Toro (racconto)




L’insegna luminosa con la scritta a caratteri cubitali ‘El Toro’ mi incute un po’ timore. Il toro, ritratto lì accanto, ha un cazzo brillante che passa dal roseo al rosso e sulla sua sommità fioccano gocce di sperma abbaglianti. Non sono mai stato in un locale gay. Questa è la prima volta. Mi guardo attorno, imbarazzato. Ho paura di notare volti familiari. Se qualcuno mi becca come potrei giustificarmi? “Sai, ero da queste parti e avevo sete…” Sì, sete di sborra. Saprebbe subito di me e lo andrebbe a raccontare in giro.
Ma allora perché non me ne torno a casa? Potrei spararmi un bel video porno, magari una cosa a tre con quell’attore figo di cui ho scoperto solo ieri il nome. Mi partirebbe uno spruzzo buono per ridipingere tutta la parete. Ma no. È il momento del grande passo. Stasera. Adesso. Basta indugi. Basta tentennamenti.
Con la mano tremante spingo il battente. Urla disumane e musica techno provano a ricacciarmi indietro. Stringo i pugni e stavolta penetro nel locale con la feroce tenacia di un piedipiatti che si accanisce sulla porta di un delinquente. La faccia mi si distorce in una confusione di linee oblique. È faticoso abituarsi al baccano. A casa avevo tutta la quiete necessaria per cullare le mie fantasie erotiche. Qui sembra di stare in un campo della seconda guerra mondiale, solo che al posto dei militari che sfoderano i fucili, ci sono tanti gay che scalpitano all’idea di spianare i pistolotti. Raggiungo il bancone. Raggiungere non è il termine esatto. Navigo, fluttuo, sorpasso per arrivare ad aggrappare le mani al bordo argentato del bancone. E mi devo subito spostare perché un omone grande e grosso dall’aria poco raccomandabile con un indice perentorio mi indica che lo sgabello accanto è occupato.
“Non sembri un tipo di queste parti.”, mi fa il barista con un canovaccio sulla spalla e una curva sulle labbra che in un secondo può diventare un sorriso lucido di interesse o un’espressione di circostanza, di quelle che si rifilano ai forestieri scialbi e senza fegato. Tutto dipende dalla mia risposta. “Strano, eppure ci vediamo sempre nei tuoi sogni.” Ci vediamo sempre nei tuoi sogni? Ma come cazzo mi è venuto in mente? Adesso lo faccio scappare via. Lo guardo. Invece resta lì. E fa un sorriso aperto, apertissimo.
“Come ti chiami?”
“Francesco.”
“Francesco – si china a prendere una bottiglia di rum e un bicchiere – questo lo offro io.”
Si protende verso di me e accosta le labbra all’orecchio. Più che accostarle ce le struscia. “E se poi ne vuoi ancora ce ne beviamo altro sul retro, io e te, da soli.” Mi strizza un occhio.
Wow, sono appena entrato nel locale e ho già ricevuto la mia prima proposta indecente. Datemi altri dieci minuti e il bar sarà mio. Mentre ingollo il bicchiere di rum, il barista agguanta la bottiglia e si inoltra con incedere lento e sensuale verso la porta dietro il lavello voltandosi di tanto in tanto con lo stesso sorrisino malizioso di una peste che ha escogitato uno scherzo brillante per vedere se lo sto seguendo con lo sguardo. Non appena si tuffa nel nero dietro la porta, mi sistemo la giacca e mi do una sbirciata intorno per controllare se qualcuno ha notato la mia conquista rapida e indolore. Le chiappone hanno abbandonato lo sgabello e hanno portato l’omone in un punto del bar dove le luci si imbizzarriscono e crescono e precipitano di intensità senza un ritmo preciso, roba che se fossi stato al suo posto avrei già vomitato, ma nessuno sembra aver visto niente. Il mio primo colpo da Don Giovanni non ha avuto spettatori.
Mi avvio sul retro prima che il barista ci ripensi e torni al suo posto aspettando che qualcun altro gli faccia battute cretine. Mentre spingo la porta, un odore a metà fra il cavolo stantio e le scoregge di mio nonno mi investe impietoso.
Il barista, che si è già tolto la maglietta, con gli addominali che pulsano al ritmo della sua risata, si appoggia contro una parete. “E’ disgustoso l'odore, vero?”
“Un po’.”
Si porta vicino a me e con la lingua mi traccia un cerchio sulla guancia. “Ma a noi che ci frega? L’importante è divertirsi.”
“Già.”
“Solo – si abbassa i pantaloni mostrandomi una protuberanza flaccida tenuta insieme coi punti – io ero donna e ho fatto l’operazione da poco. Avrei dovuto dirtelo prima, vero?”, mi fa, mentre glielo accarezzo, insicuro.
“Bè, direi…” Faccio ancora in tempo a tornare a casa. Meglio un cazzo finto tenuto in mano o meglio un cazzo finto visto da uno schermo? Intanto che ci penso ho già la bocca sulla sua mascolinità fresca di chirurgia.

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