domenica 17 settembre 2017

"Triple Standard", la tripla faccia di chi non è se stesso


Cosa significa essere uomini? Picchiarsi il pugno sulla spalla e fare la voce grossa? Avere un fisico statuario da sfoggiare davanti agli altri per fare a gara a chi ha la muscolatura più massiccia? Purtroppo tanti la vedono ancora così. C'è ancora una fetta consistente dello Stivale - del mondo - che non riesce proprio a concepire l'avere un cazzo tra le gambe e il fare attività così "poco da maschio". Se investi più cura del necessario nel vestire, bè, allora l'epiteto 'frocetto' te lo devi beccare e ti devi stare pure zitto. Se invece il calcio non ti piace, allora sei proprio "ricchione", un clown scappato dal circo che merita tutte le risate che gli si butta davanti, intorno e dietro (ma non nel culo perché poi gli piacerebbe).
Naturale, quindi, che in un contesto dove l'omofobia contamina l'aria che si respira, chi è attratto da un altro ragazzo non possa percepirsi come gay. Fa sesso, si infila nel suo deretano o forse è lui il deretano che viene infilato, per sfizio, per gioco, per divertimento. Mica per amore. Non può esserci amore con un altro uomo. Escluso.
"Triple Standard", il cortometraggio del 2010 firmato da William Branden Blinn, racconta tutto questo. Un segreto che vive fra le lenzuola e che muore oltre la soglia della camera da letto. D e Crim sono conviventi. Il primo è perdutamente innamorato dell'altro, il secondo pure ma ha vergogna ad ammetterlo perché sarebbe una "cosa da gay". Questa pesante disparità, questa duplice percezione della vita di coppia omosex  che ha funzionato per tre anni a un certo punto non può più reggersi sul sordido compromesso giocato da cazzo e cuore. E' arrivato il momento, con la pazienza asciugata, di ammettere, per il bene dell'uno e per il bene dell'altro, di essere gay e innamorati. E' il momento di tirar fuori la prima faccia (il titolo è un'allusione alle tante facce - tre - che esibiamo in giro) e mostrare solo quella. Ma Crim ci riuscirà?
Il cortometraggio di Blinn - il cui materiale delicato, maneggiato con maestria, avrebbe potuto benissimo essere diluito in un film - si posa leggero sulla vicenda. Ci va piano. La camera non fotografa, non rapisce e si appropria della scena, ma la accarezza. Proprio come la mano di una mamma che va a rimboccare le coperte. O - più calzante - come la mano di un fidanzato che lancia un tenero invito all'amato. E questa carezza di camera prima ci conduce in una partita di basket fra amici - che non ha l'agilità tesa e galvanizzante delle partite vere dove la mdp a mano si prodiga in un profluvio di close up e mezzi busti, ma che ha invece la lentezza giusta per indugiare e investigare i disegni complessi dei muscoli sui torsi nudi dei protagonisti e i loro amici a lanciare un messaggio preciso, a manifestare la base di carnalità su cui si innesta tutto l'impianto narrativo. Ma alla dolcezza di queste prime riprese introduttive, un po' quasi establishing scene, un po' assaggio di tema, si contrappone la durezza della camera fissa degli spogliatoi che accompagna l'inciting incident, l'evento che rimescola le carte e mette in moto questa mirabolante partita narrativa, a cavallo fra amore e sensualità: un amico scherzoso lecca l'ascella di Crim e lui, come un antifurto incapace di discernere i falsi allarmi da quelli veri, ulula furente le meglio finezze omofobe ("Frocio", "Ricchione"...) che scatenano la rabbia del convivente. La perfetta simmetria della struttura cinematografica affiora in tutto il suo prorompente splendore nel vestirsi leggero e pulito - complice la fotografia che si giostra col tenue, in un delicato incontro fra buio notturno e luci casalinghe - delle sequenze finali, quando la domanda centrale lambisce una risposta.
Bravura tripla, del regista e dei due attori, Lee Amir-Cohen e William Jennings, che non si risparmiano neppure in un'inquadratura. Threesome standard.

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