giovedì 12 ottobre 2017

E tu? (racconto)


La luce arancio del tramonto si infila fra le chiome degli alberi e tinge le panchine sul marciapiede. Un bambino s’avventa su un pallone da calcio con le sue gambette paffute, mentre tutti i compagnucci attorno provano a sottrarglielo. Allargo le braccia. Mi lascio inglobare nella brezza estiva. È una sensazione bellissima, quasi come fare il bagno nelle bolle di sapone se sapessi com'è. Una volta, io e mio padre – quando ero ancora in età da passeggio col papà – si fermava in un punto del marciapiede e a occhi chiusi cercava di individuare la direzione del vento. Quando lo faceva, mi pareva uno di quei sacerdoti antichi che s’apprestano a perpetrare un sacrificio, e mi faceva pure un po’ paura. Gli afferravo un lembo dei pantaloni e tiravo con forza finché lui non mi accecava con quei sorrisi bianchissimi che solo qualche anno dopo alcool e fumo avrebbero opacizzato e mi diceva: “Possiamo andare.” Così, con calma zen.
Il bambino riesce a sventare ogni attacco e porta il pallone in rete – due stanghe di ferro che si reggono come una turista sfinita di camminata a Roma che fungono da rete. Batto le mani, come un cretino, e tutti loro giustamente mi fissano con la tipica espressione deliziata da: ‘Ma questo che cazzo vuole?!’ Li saluto con un cenno veloce e proseguo oltre.
Arrivo fino alla gelateria ambulante che oggi è arenata nel parcheggio delle auto. L’esercente, un vecchietto che aggredisce la giornata con le occhiate tiepide e vacue di chi ha perso le speranze, si torce le mani alitandoci sopra. Mi controllo le tasche. Vorrei dargli un po’ di contentezza. Due euro sono sempre meglio di una giornata a vuoto. Ma nelle tasche trovo la confezione vuota di un preservativo, che mi affretto a buttarmi alle spalle, adocchiando a destra e sinistra per controllare che nessuno mi guardi, e un centesimo. Non credo che con un centesimo ci esca un cono o anche solo un mignolo di panna. Per cui, mi spiace, caro nonnino, oggi è giornata dura e senza sconti.
Guardo l’orologio. Sono le diciassette. Di solito, quando ho un appuntamento non guardo mai l’orologio. Mi rende nervoso, impaziente. Ogni dubbio esistenziale mi fiocca in testa e scava una crepa sulla relazione che spero decolli. Ma stavolta non mi trattengo. Stavolta l’occasione è di quelle speciali. Proprio qui, in quest’abbraccio di verde, su questi marciapiedi che i miei piedini cullano fin dall’infanzia, voglio chiedere la mano del mio sposo. Sì, compiere il grande passo e accorciare la distanza fra una storia d’amore di promesse fatue e traballanti e un legame eterno e resiliente.
Nel petto non ho un cuore che batte a mille, ma un tamburo che ritma una melodia ansiogena. Non so proprio come Giorgio, il ragazzo che ormai frequento da un anno, reagirà. Spero che il suo sia lo stupore galvanizzato delle sorprese inaspettate e belle e non la meraviglia irritata di chi aborrisce siparietti pubblici. Non lo conosco così bene da potermi buttare in certi pronostici. Dovrò viverlo fino in fondo per quello che sarà, un umiliante fallimento o la svolta clamorosa di tutta la mia turpe esistenza dissennata.
Il nonnino mi guarda con un mezzo sorriso che gli ricasca subito dentro la bocca sdentata non appena torno a guardarlo. Sembra aver letto la preoccupazione sulla mia faccia. Gli sorrido, ma quello si volta da un’altra parte, verso il canto degli uccellini e le promesse d’estate che si colorano all’orizzonte.
Una mano bussa sulla mia spalla e chiede udienza al mio sguardo. Mi giro. Eccolo qui. Occhi azzurri che galleggiano dentro l’armonia di un viso perfetto e labbra lucide che esigono baci puliti e romantici. Il mio amore. Ci baciamo, ma svelti – Giorgio cova la fobia di un attacco omofobo – e ci abbracciamo – ma di quegli abbracci sentiti, lunghi, che esprimono nostalgie palpitanti e amore sconfinato. Quando ci stacchiamo, noto che a Giorgio brillano gli occhi. Gli brillano gli occhi solo se ha qualcosa di grosso da comunicarmi. L’ultima volta che nelle cavità oculari aveva degli Swarovski era quando mi aveva riferito che al lavoro gli avrebbero assegnato la macchina aziendale. Ora che avrà conquistato, l’azienda tutta?
“Tesoro, c’è qualcosa che voglio chiederti.”
“Anch’io.”
Non so se dargli la precedenza o anticiparlo. Se vado di anello e lui ha qualcosa di ancora più grosso da buttarmi addosso, che pesi più di tutti i carati d’oro, alla fine il momento sarebbe guastato. Ma cosa può esserci di più grosso di una proposta di matrimonio? Una zia che torna dall’aldilà piena di quattrini? Un appartamento che spunta improvvisamente intestato a suo nome alla maniera dei politici?
“Di’ tu!” Faccio il galantuomo.
Giorgio infila una mano nella tasca della giacca, ma lentamente, per gravare di peso la scena. Tira fuori un anellone bianco e si china a terra. Ha l’espressione carica di speranza che mi sono preparato io lungo il tragitto, le labbra rovesciate nello stesso modo in cui le avrei rovesciate io.
“Mi vuoi sposare?”
Tiro fuori l’anello che avevo nel giubbotto. Glielo faccio oscillare davanti al viso. “E tu?”

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