giovedì 5 luglio 2018

Cronaca di un tramonto romantico (racconto)



Timothy insisteva ad accendere la sigaretta col fiammifero. Ma ogni volta che ci provava la fiammella grattava la brace senza attecchire. Io ridevo per come si arrabbiava. Aggrottava le sopracciglia e riprovava con un altro fiammifero, quasi fino a esaurire la confezione. Linda che ci osservava dalla riva con un largo sorriso ci raggiunse sul molo e gli porse un accendino rosa coi bordi dorati.
“Grazie”, le fece Timothy con l’accento strascicato del Sud, a imitare un attore del quale non ricordavo il nome. Tirò una lunga boccata e soffiò il fumo verso il cielo. La nuvoletta, per un po’ accarezzò l’ambizione di assurgere in alto e contendersi il cielo con le altre, ma si disfece poco dopo essersi levata sopra le nostre teste.
Linda ci guardò con lo stesso sorriso curioso che aveva sulla spiaggia. Sembrava volesse sapere qualcosa, ma non avesse il coraggio di formulare domande. Poi la lingua sgusciò fuori e un colpetto di tosse annunciò che le parole si stavano mettendo in movimento. “Quindi voi due…”
Io e Timothy ci scambiammo un’occhiata. “Noi due…” A Timothy piaceva vedere le persone impantanate nell’imbarazzo. Poteva concludere la frase, confermare che io e lui non eravamo più speranze in conflitto nell’arena degli appuntamenti furtivi, ma una coppia vera, braccia allacciate e bocche che si cercano e si trovano. Ma così non avrebbe potuto godere dei tentennamenti che si aprivano in mezzo a ogni sua parola.
Quando Linda fu sul punto di abbrustolire nel rossore acceso sulle guance, con le parole che le si arrampicavano l’una sull’altra per ridarsi un tono e una dignità – “Ah… scusate… è che io pensavo…” – decisi di essere clemente. “Linda, non ti sbagli. Io e Timothy stiamo insieme.”
Timothy scoppiò a ridere. Per poco non si fece sfuggire la sigaretta tra le dita, con l’occhiolino luminoso della brace che splendette di panico.
Linda sospirò di sollievo, una mano sul petto. “Stronzo, pensavo di aver fatto una figura di merda.”
“Oh, tranquilla. La figura di merda l’hai fatta lo stesso…” Timothy le scatenò contro lo stesso sorriso beffardo che aveva rivolto a me per ogni scintilla di dubbio che mi vibrava negli occhi quando, nell’infittirsi dei nostri incontri, mi domandavo se fosse davvero lui la persona giusta per me. Linda, per contro, gli andò addosso con le sue braccine filiformi accanendosi sui bicipiti muscolosi.
Era una bella scena. La guardai con intensità, accludendo, nello sguardo, anche il giallo opaco dell’unghia di spiaggia che grattava l’azzurro del mare alle loro spalle. Scattai una fotografia mentale. Se un giorno fossi tornato a visitare il ricordo di quella gita, quella sarebbe stata la prima immagine a fioccare.
“E adesso? Progetti per il futuro?” Ancora curiosità nello sguardo di Linda. Iniziavo quasi a pensare che non si sarebbe spenta finché non avesse trovato il modo di infilarsi nella nostra intimità. “Per il momento viviamo così, alla giornata. C’è ancora tempo per decidere…”
Parve delusa. Osservò il volto di Timothy per cercare un baluginio di contrarietà, ma invece vide solo una granitica compattezza di intenti. Annuì. “Fate bene ad andarci piano.”, disse senza davvero pensarlo. Frullò le dita a mo’ di saluto e si allontanò, mentre le assi del molo le ricordavano impietose quanti chili avesse messo su negli ultimi mesi.
Timothy tirò ancora una lunga boccata dalla sua sigaretta e mi guardò. “Facciamo bene ad andarci piano?”
Feci spallucce. Non ero pronto a questa domanda. Di tutte quelle che avrebbe potuto rivolgermi – sul disco luminoso del sole che calava e la meraviglia che sprigionava, sull’aria umida e il bisogno di scaldare la pelle intirizzita, sulle nuvole che si accalcavano sopra le nostre teste minacciando un acquazzone, su un furioso tumulto peristaltico che il cibo scadente aveva messo in moto – questa era in fondo alla lista. Le prime parole che salirono alla bocca erano echi di un talk televisivo sulla vita di coppia. “E’ necessario andare cauti, tastare bene il terreno prima di piantare le tende.” Solo un sospiro dopo, quando ebbi raccolto idee a sufficienza, gli ricordai che le esperienze passate si erano arenate contro un muro di realtà popolato di crepe caratteriali e famigliari dopo tante promesse entusiastiche. Quando le braccia dell’altro sembravano un posto sicuro, fioccava una bugia o un rigurgito di passato a calpestare l’equilibrio. Per questo era necessario esplorare tutti i contorni delle nostre personalità e vedere se i bordi aderissero davvero, prima di muoversi verso direzioni importanti.
Timothy alla fine del discorso annuì solenne e venne ad abbracciarmi. Gli misi il naso fra collo e spalla e aspirai forte un profumo che non mi capitava mai di sentirgli addosso. “Cos’è, Chanel numero cinque?” Lui sghignazzò. No, era un dopobarba che gli aveva regalato suo padre. Lionel – lo chiamava per nome, non era degno dell’affetto che impregnava la definizione di papà – non era avvezzo a fare regali giusti e opportuni. Non si adeguava mai alla ricorrenza, si lasciava guidare da un gusto scialbo maturato in una vita zeppa di rigori distante dai piaceri. I suoi regali o erano calzini di una taglia extra, ai compleanni, o orologi di finto acciaio, ai traguardi scolastici. Quella volta, in occasione di una promozione lavorativa che io non avevo potuto festeggiare – ero impegnato a inseguire la mia, di promozione, assecondando le richieste di un capo che portava al guinzaglio altri giovani tirocinanti come me – gli aveva regalato un appropriato dopobarba che non aveva ancora avuto l’occasione di provare. “Mmm… buono. Mettilo più spesso.”, gli suggerii nell’orecchio.
Gli strinsi la mano e lo condussi alla terra ferma, dove Linda, insieme alle altre ragazze, cercava di trovare una combinazione appena sopra i limiti del commestibile fra le salse e i cibi sparsi nelle rispettive borse frigo per la cena. Mi offrii di dare una mano, ma tre paia d’occhi s’appuntarono su di me lucidi di furore, così stappai una Pepsi e, divaricando indice e medio nel segno della pace, mi allontanai alternando passi e sorsate. Timothy era rimasto sulla battigia, con la schiuma delle onde che eseguiva carezze seducenti sui suoi piedi. Aveva lo sguardo riflessivo di chi abbraccia tante idee e non si posa su nessuna in particolare. Mi avvicinai piano alle sue spalle, aggrappandolo per i fianchi con abbastanza foga per godermi prima il suo sguardo di allarme e poi il lento sfumare nella serafica pace di sempre. “Sarà sempre così tra noi? Prima mi spaventerai e poi mi accarezzerai?” Ci misi un po’ per trovare una nota di ironia. All’inizio mi sembrò l’avvio di un interrogatorio camuffato da domanda semplice e genuina. Fu il suo sorriso largo a darmi un indizio di sarcasmo.
Anche Greg arrivò alle nostre spalle e ci batté pacche sulla schiena. “Come andiamo?”
“Bene. Tu?”
“Fantastico. Le ragazze stanno preparando dei tramezzini pazzeschi.” Mi girai verso di loro, ma vidi Linda alle prese con un tubetto della maionese e la faccia disgustata, Mandy che rovistava in un sacchetto delle patatine e ne deponeva una manciata su delle fette di pane e Clarissa che affettava del pomodoro sulla copertina rigida di un libro.
Greg attaccò a parlare di football. Commentò le imprese di un giocatore e mimò le mosse più importanti con le mani, mentre Timothy approvava sottolineando con ancora più fervore quanto fosse stato bravo in quei punti della partita quando tutti gli avversari gli davano addosso e sembrava che i suoi compagni avessero smesso di stargli dietro. Per un po’ mi piacque vedere come quel rimbalzo di opinioni gonfiava gli entusiasmi, poi quando parve attenuarsi e riprese ritmo spostandosi sulle prestazioni di un altro giocatore, alzai gli occhi al cielo e mi allontanai.
Mi girai di nuovo verso le ragazze. Controllai se avessero bisogno di me. Ma sembrava che Clarissa avesse imparato a dominare i pomodori e che Linda, maneggiando barattolini e confezioni con precisione chirurgica, avesse trovato l’alchimia fra gli ingredienti. Così mi incamminai verso la macchia di alberi dalla quale era venuto Greg. La vegetazione che circondava il lido constava di cespugli crespi che abbracciavano le palme e sputacchi di fiori che su cuscinetti di sabbia cavalcavano il ritmo delle folate di vento. Non c’era nulla che valesse davvero la pena di osservare. E allora come mai Greg aveva passato qui buona parte della giornata?
Il fusto di un albero recava una scritta che sulle prime non riuscii a interpretare. Dovetti cambiare angolazione e ruotare di tre quarti la testa perché la luce morente del giorno mi fosse di qualche aiuto. Qualcuno aveva inciso un cuoricino attorno alle lettere “G” e “T” separate dal segno del più. Una vampata di rabbia, fulgida e dirompente, mi si accese al centro del petto e tracimò su tutto il corpo. Faticai a rimetterle gli argini del raziocinio. Pensai che G fosse Greg e T fosse Timothy. Dopotutto, una delle regole principi della nostra relazione era la possibilità di intingersi in altri rapporti sessuali, purché brevi e con partner sempre diversi. Ma era stato lo stesso Timothy a pretendere che quelle effimere casualità in cui la libido sarebbe incespicata non fossero amici o conoscenti. “Se no, complica tutto.”, aveva sottolineato lui, con aria allarmata.
No. Sebbene un residuo di sospetto non mi permettesse di abbandonare del tutto l’idea, sapevo che non potevano essere loro. Non dovevano.
Arretrai verso la spiaggia con un passo calmo e disteso che non diceva nulla del guazzabuglio di pensieri in testa. Solo la mano, pizzicata da un lieve tremore, era una macchia nell’apparenza di serenità.
Il profumo di dopobarba che fiutai addosso a Greg, che mi abbracciò alticcio con una birra in mano, mi catapultò sul versante opposto del dubbio. A quel punto fu l’istinto a prendere il comando. Gli sfilai la bottiglia di mano e gliela spaccai in testa. Il mozzicone di vetro che mi rimase in mano lo immersi nel petto glabro di Timothy, mentre le ragazze abbandonarono i preparativi della cena e venivano a gridarmi, orripilate, che pazzo psicotico fossi.


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