venerdì 8 marzo 2019

A Natale puoi (racconto)




Ho il piede sulle scalette del treno. Dovrei affrettarmi a entrare e a cercare un posto, ma invece mi giro e mi guardo alle spalle. Non so bene cosa stia cercando. Forse qualcosa che mi trattenga. Qualcosa che mi imponga di rimanere qui e non andare via. Sento che mi basterebbe il frammento di un ricordo, un’immagine chiara e incisiva del mio passato, una connessione talmente forte e solida a questo accumulo disastrato di case che mi risputi su queste strade. La mia memoria non mi aiuta. È una frenesia di stimoli che si incontrano e non innescano niente di più concreto di un brivido. Allora col piede procedo oltre, sulla scaletta. Ma quando l’altoparlante vomita una voce atona e sfrigolante che avvisa dell’imminente partenza, il piede si ritrae.
“Signorina, deve salire?” Un uomo con la pancia ingabbiata nella camicia blu d’ordinanza mi si avvicina a passi strascicati. Lo osservo meglio. Le sopracciglia in conflitto non riescono a trovare un accordo sul tipo di espressione da elargirmi. Quello sinistro, arcuato, pende più per la rabbia, mentre quello destro, pur fremendo, disegna la linea pacifica del serafico distacco. Non c’è ancora un’intesa fra le parti, quando rispondo: “Scendo.”
“E allora scenda.”
Vado a ritroso e ritorno sulla banchina. Il controllore abbatte la mano voluminosa sulla fiancata del treno che in risposta caccia un raglio e sbuffa. “Buon Natale, signorina!”, fa lui, sollevandosi il berretto in un cenno di saluto.
Natale. Già. È quel periodo dell’anno dove le famiglie – anche le più scombiccherate, quelle fatte di tanti pezzi che si seminano in giro per l’Italia, a inseguire successi più o meno fatui – si ricompattano davanti alla tavola imbandita per celebrare il rituale dell’ipocrisia cristiana della pace domestica, per pescare con affettati ganci verbali le insicurezze e i fallimenti che nuotano sotto la superficie dei racconti tiepidi e incolori dei cugini, per imbellettare i piccoli trionfi del quotidiano consegnandoli a piccoli sorsi di parole, uno dopo ogni sguardo stupito. È anche quel periodo dell’anno in cui, sotto la minaccia chiassosa delle pubblicità che esplodono in ogni anfratto delle comunicazioni mediali e ti invitano a ogni genere di acquisto, purché scampanellante e adorno di fiocchi, si apre il portafoglio e si fa i conti con la crisi che si ingoia tutte le tue possibilità economiche.
È da questo genere di Natale che cerco di fuggire. Quest’anno, con la valigia preparata in tutta fretta, e il biglietto del viaggio low cost verso un paesino austriaco dove si beve birra a ogni ora del giorno e dove perfino il cibo ne è imbevuto, confinando tutti in un costante senso di torpore, ho deciso che non avrei pensato a nessuno della famiglia. Che avrei lasciato mio padre, mia madre e mio fratello a cercare nel modo di porgersi le vivande il pretesto di una zuffa, a cercare nell’esagerazione col vino la scusa per uno smistamento spietato e brutale fra le sconfitte e le inadeguatezze da rinfacciarsi. Quest’anno, pensavo, non avrei partecipato al gioco. Quest’anno la pedina – sempre mangiata e surclassata – sarebbe stata ferma un turno.
Trascino la valigia verso l’ingresso, dove stazionano due signore con lunghi cappotti rossi. Una stringe una sigaretta con le dita incartapecorite e fa finta di tirare una boccata. Quella accanto, una cinquantenne con una ridda di ricci aggrappati alla testa ovale, mi squadra in modo manifesto lasciando trasparire un certo fastidio. Mi sento ancora i suoi occhi addosso quando raggiungo l’uscita e con gli occhi frugo nel coagulo di auto posteggiate. La mia Ford Fiesta, che porta ammaccature e graffi con la stessa dignità di un atleta con indosso le sue medaglie, è l’auto più vicina al segnale di stop.
Infilo la mano nella borsetta per estrarre le chiavi, coi piedi che macinano asfalto sbrecciato e le ruote della valigia a seguirli leste e rumorose. Quando alzo la testa mi scontro col mio riflesso che balugina nella luce del finestrino di una Panda. Mi colpisce la fedeltà alla mia immagine. Ne calca tutti i contorni, ne fotografa tutte le impurità, ne riprende pure l’espressione ostile degli occhi, quel bisogno malcelato di ribadire una distanza dagli altri, quello scudo cespuglioso di sopracciglia corrugate che scherma ogni possibilità di relazione sociale. Non c’è la gentilezza della distorsione, nel finestrino. I tratti ripercorrono duri e marcati la sadica imprecisione delle guance e della bocca ricordandomi la lontananza siderale fra me e il concetto comune di bellezza. Io sono una brutta ragazza. Uno scarabocchio ambulante che cerca di correggersi coi vestiti e il trucco. Una virgola destinata ad appassire ai margini del grande romanzo della vita.
L’ho capito presto, da piccola, quando il mio naso pantagruelico non obbediva alle leggi della crescita che ammansivano le spigolosità delle mie amiche e le gambe si protendevano squadrate sotto un busto oblungo puntinato di efelidi. Nelle carezze di mamma, ogni volta che in classe mi davano del mostro e a casa le frugavo con la testa nelle gambe piangendo, leggevo un invito alla resilienza. Così ho tenuto duro, alla società che mi vuole triste e demoralizzata, a operare confronti dai quali uscire sempre sconfitta, ho opposto la freddezza del pragmatismo. La perfezione che il mio corpo non ha potuto avere l’ho ricercata nel lavoro, nelle cose di casa, perfino con gli amici. I miei amici aborriscono come me tutto quello che la società e i media masticano con la mascella dei giudizi lapidari. Detestano le immagini perfette e limpide che imbellettano a getto continuo.
Quando sono nella mia Fiesta, metto in moto e imprimo un colpo di gas che risuona come un rutto potente, ma non mi muovo dal parcheggio. Nello specchietto retrovisore i miei occhi tornano a cercare la diatriba tra estetica e grossolanità che da venticinque anni è in corso sulla mia faccia. Mi meraviglia vedere una lacrima fiorire. Davvero non me la so spiegare. E non c’è motivazione neanche per quella che sboccia subito dopo, seguendola a ruota sulla curva accidentata della guancia marcia di acne.
Potrebbe essere l’uomo che non ho? Quel goccio lacrimale è forse l’accumulo di tutte le speranze disattese, e le risate, e i rifiuti e lo scherno, e le paure e la rabbia che silentemente hanno agito sotto la scorza? Penso che rispondere, anche solo mentalmente, mi farebbe male. Quindi non lo faccio. Mi imprimo le chiavi sui polsi con più energia del solito, sentendo le dita viscose del sangue che guadagnano centimetri di pelle fino a conquistarsi i palmi.
Mentre precipito nel buco nero che mi si apre davanti agli occhi e che mi fagocita ogni momento di più, stupidamente mormoro un “Buon Natale” alla ragazza che sfila davanti all’auto, accompagnata da madre, padre e fratellino. E bella.

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