martedì 18 agosto 2020

La mancanza di coraggio di chi aspira a scrivere (e di chi lo fa per lavoro)

 

Frasi fatte, parole vuote, totale mancanza di stile e nessuna idea originale sul mondo e quello che ci circonda. Sono le cose che accomunano un sacco di scrittori, sceneggiatori e giornalisti - aspiranti e professionisti - che ho avuto la fortuna o il dispiacere di incontrare. Per loro il mondo e le persone non sono fatti di contraddizioni, di colori che si mescolano e generano nuove sfumature da catturare con mirabolanti perifrasi, di barriere da abbattere fra bello e brutto, fra giusto e sbagliato, fra ameno e orrido per testimoniare l'incontro che ne nasce. No. Loro le barriere le tengono ben sollevate. Sarebbe troppo strano fare il contrario. Se si scrivesse qualcosa di più eccentrico di "Magda vede le sue amiche alla fine della messa e gli racconta di come ha bruciato il ragù dopo aver parlato delle corna di Cesira", poi gli altri che penserebbero? 

Mi viene un gran ridere quando ai giornalisti sento attribuire la colpa della loro mediocrità alle leggi limitanti e restrittive e agli scrittori/sceneggiatori sento scaricarla su quei cattivoni dei produttori e dei broadcaster che proprio non gli lasciano carta bianca e che mannaggia non gli fanno scrivere le cose come le scrivono in America. 

Carta bianca ce l'hanno avuta almeno in un paio di occasioni - i giornalisti coi blog, gli sceneggiatori con Netflix e Sky. Ma la banalità, la convenzionalità, la totale mancanza di coraggio sono sempre state lì, vistose ed eloquenti sulla pagina - o sullo schermo - come una sentenza di morte. Perché il problema è molto più grande delle leggi in sé o del produttore televisivo. E' un problema culturale. C-U-L-T-U-R-A-L-E. Sì. Circondati da un cinema che è quasi sempre stato mediocre (ad eccezione di qualche felice parentesi, come quella del secondo dopoguerra), da una tv che è sempre stata mediocre e provinciale, da un giornalismo che è spesso mediocre e provinciale, è chiaro che manchino i punti di riferimento. Si potrebbe guardare alla letteratura (a Italo Calvino, Elsa Morante), ma la letteratura italiana è sempre stata venerata come un oggetto sacro e intoccabile, difficile da ricondurre alla contemporaneità, e guai a farlo: così ci hanno insegnato a scuola, a guardarla con distacco, a trattarla come una dama lontana e irragiungibile, non come un'amica. 

Ma, al di là del clima culturale che sa di discarica, bisogna esaminare la questione anche da un'altra prospettiva. Manca anche il coraggio di osare, di stare davanti alla pagina bianca e non farsi spaventare dalle parole e dal potere che hanno. Di dirgli, ehi, stronze, guardate in che frase assurda vi metto, di rileggersi e ammettere che quello che è venuto fuori è troppo audace e sincero rispetto ai canoni comunemente accettati e che perciò va bene. Ernest Hemingway sosteneva che si dovrebbe scrivere da ubriachi ed editare da sobri, Stephen King ha affermato che si dovrebbe scrivere con la porta chiusa e ricorreggersi a porta aperta. Io credo che si debba scrivere da ubriachi e ricorreggersi da brilli, che si debba scrivere con la porta chiusa e rileggere con la porta accostata. Mai avere paura di quello che gli altri potrebbero pensare, mai limare troppo la bozza nata di getto, altrimenti rischia di sembrare Eleven di Stranger Things con indosso il vestitino rosa grazioso. Sia chiaro, il coraggio e l'osare non preservano dai fallimenti: si fallirà e si fallirà un sacco, si verrà anche derisi, si strapperanno pagine e si ricomincerà daccapo. Ma sono l'unica strada verso l'arte e l'autenticità. L'unico modo per squarciare questo velo scuro che ci opprime e trovare qualcosa di vero e pacificante. 

Chi è coraggioso e audace può andare incontro a due destini: o viene celebrato come un santone, l'unico e solo, bello e impossibile; o viene ostracizzato, lui pazzo ed eccentrico che pensa di poter sfidare le sacre convenzioni. In ogni caso, ci si sentirà soli. Ma sarà una solitudine bella e piacevole, perché senza il peso delle finzioni e delle ipocrisie.

Concludo dicendo che se è vero che ho conosciuto una moltitudine sterminata di mediocri, ho conosciuto anche qualche vero talento, ragazzi che ho visto diventare esattamente quello che meritavano di diventare o che faticano ancora per essere riconosciuti e apprezzati, e professionisti capaci di creare mondi brillanti e dai quali si vorrebbe imparare. Ma ahimè, ahinoi, ahitutti, questi talenti sono sempre una minoranza. Sono sporadici ciuffi d'erba su un terreno arido e brullo.

Poiché questo non è il post di un autore che si mette sul piedistallo a giudicare tutti, parlo infine dei miei difetti. Non sono bravo a lavorare in gruppo. Non funziono nelle redazioni giornalistiche o in una classe scolastica. Quello che scrivo in mezzo agli altri spesso non è buono. Ho bisogno dei miei spazi, della quiete, dell'indipendenza, senza sentirmi costantemente osservato e giudicato e ho bisogno di credere davvero nelle cose di cui scrivo. Ecco perché l'ampio ventaglio di possibilità professionali che potrebbe avere una penna qualunque nel mio caso si restringe al fare lo scrittore, lo sceneggiatore e l'articolista freelance. Invece di osare, forse a me converrebbe imparare a portare, di tanto in tanto, le catene dell'ordinarietà e della convenzionalità, ma alla precarietà dell'anima di un mediocre che scrive testi zeppi di stereotipi e frasi fatte, preferisco sempre la precarietà economica.

3 commenti:

  1. A rischio di commentare in maniera ordinaria: che pezzo ricco di spunti di riflessione!

    Sono stato troppo banale?
    Allora forse cancello questo commento.

    No, voglio osare. Lo tengo.

    O forse devo osare di più e ricommentare?
    Non lo so. Questo post mi ha mandato in crisi. :)

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  2. Grazie, Andrea.
    Ti dico solo questo: grazie.

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