giovedì 20 agosto 2020

Sdolcinato come un cuore sulla sabbia

 

Le onde vengono a morire sulla spiaggia lasciando solo le loro creste spumose. Vorrei prenderti la mano, ma so che a te piace il contatto con la sabbia. Allora te l'appoggio sulla schiena, là dove hai ancora il segno di una vecchia operazione di cui non hai mai voluto raccontare nulla. Che belli io e te, qua, sulla spiaggia. Sto cercando di decidere se siamo una cartolina perfetta o l'inquadratura finale di un bel film.

Il sole è un occhio curioso. Ci sta addosso da tutta la giornata. Forse è invidioso perché non ha nessuno lì in cielo. Il vento solleva la sabbia. Ci gioca, la corteggia e poi la porta lontano, in un'alcova segreta lontana dai nostri sguardi. Siamo fortunati che quest'angolo di spiaggia sia tutto nostro. Se ci fossimo sistemati a un centinaio di metri da qui, non avrei potuto stringerti come faccio adesso. Le persone ci avrebbero rivolto sguardi interrogativi, si sarebbero chieste se la nostra fosse un'amicizia intima o frociaggine. Qualcuno ci avrebbe chiesto di andare via, perché un nostro bacio, una nostra carezza avrebbero potuto rovinare il futuro di un bimbo innocente. 

A te, per la rabbia, si sarebbero gonfiate le vene del collo e saresti somigliato a Hulk mentre fa la cacca. E io avrei dovuto calmarti, metterti una mano sul viso e convincerti a lasciar perdere, ad andare via. 

Ora mi appoggi la testa sulla spalla, i tuoi capelli si aggrappano alla mia pelle come artigli. Il tuo fiato mi corre lungo l'avambraccio. Sei debole, in questa posizione. Se mi sposto, anche di poco, finisci nella sabbia. Con la crema che ti ho spalmato diventeresti qualcosa di simile alla cotoletta che abbiamo mangiato a pranzo. Ma tu sai che non mi sposterei mai, neanche per divertimento ti farei uno scherzo simile.

I gabbiani sulla battigia comunicano nel loro linguaggio di stridii. Forse hanno trovato un pasto o un punto fresco in cui far riposare le zampine. Avanzano sulla sabbia ciondolando. Ce n'è uno, il più grosso, che viene circondato dagli altri e sembra impartire gli ordini. E' la mamma dispotica che comanda ai figlioletti di raccogliere quel rametto o grattarsi quella piuma. L'ho capito subito perché anche mia madre è così. Parla solo quando è al centro della scena. 

Mi chiedi se voglio andare via. Ma mi spaventa la serata che abbiamo di fronte, a cena dai tuoi genitori. Preferisco stare ancora qui, coi piedi nella sabbia e la mia guancia contro la tua. Non so perché finiscano sempre per essere questi i momenti in cui ripenso all'inizio della nostra storia. A quando l'idea di condividere il letto con qualcuno ha smesso di darmi repulsione, e quella tua carezza di non essere più un ospite sgradito sulla guancia. Il mare non c'entra nulla con la nostra relazione, neanche sul piano metaforico: noi siamo una montagna che all'apparenza rischia di franare ma che è in realtà stabilissima.

Riccardo. Non pensavo che sarei stato con un Riccardo. Per me Riccardo era un nome da borghesotto milanese con gli occhiali quadrati e lo spazietto fra i denti. Ric-car-do. Un suono tanto aspro quanto dolce sei come persona. Mia madre, quando le ho detto che uscivo con un Riccardo, mi ha guardato male: anche lei ha pensato ai milanesi snob e per un momento sul suo viso è passata un'ombra di panico. No, tu con l'accento milanese in casa mia, no. Forse quello è l'unico motivo per cui non mi sarebbe dispiaciuto che tu fossi davvero milanese, per aggiungere una ruga in più sulla sua faccia.

"Dobbiamo andare via?", mi richiedi di nuovo. Stavolta lo fai con la voce delicata di quando facciamo l'amore. "No, restiamo ancora. - ti guardo ridendo - Devo ancora tracciare un cuore con le nostre iniziali dentro."

Mi spingi via e ridi. "Ma vai a cagare."

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