domenica 6 settembre 2020

L'odore dei libri

Poco lontano da dove abitavo, a Roma, c'era un posto dove sembrava che i libri andassi a comprarli solo io. Non c'era mai nessuno fra le file di scaffali. Ogni tanto un gatto mi balzava sui piedi e miagolava, affondandomi le zampine nei pantaloni. 

Pensavo che quel posto fosse destinato al fallimento. Che il vecchio proprietario, baffuto e con gli occhiali in precario equilibrio sulla punta del naso, vivesse in una specie di limbo, protetto dai libri ma consapevole dei guai economici che prima o poi sarebbero arrivati. 

Di quel posto adoravo prendere libri dagli scaffali e poterci tuffare il naso dentro, senza che una commessa con la voce di Drusilla mi chiedesse "Lo compra?" pregustando una risposta negativa così da potermi affondare i canini nel collo e succhiarmi l'anima. 

L'odore dei libri di quel posto era diverso dall'odore dei libri in una Feltrinelli o in un Mondadori Store. I libri odoravano di sofferenza, come se in quelle edizioni oltre che le parole degli autori, ci fossero stampate anche le tribolazioni che li aveva portati a scrivere. Sapevano di pianti infiniti per amori non corrisposti e di dolore per morti premature. Ero consapevole che, se avessi comprato uno di quei libri, a casa con me avrei portato un pezzo di anima dell'autore. 

Il proprietario sorrideva triste ogni volta che mi avvicinavo alla cassa. Era sollevato per le sue finanze, ma dispiaciuto perché l'orchestra varia e miscellanea di voci della sua libreria perdeva alcuni dei suoi elementi. 

A nessuno consigliavo quella libreria. Volevo restasse il mio rifugio segreto, anche se su Google aveva un buon piazzamento e vantava belle recensioni. Quando tornavo a casa pieno di libri e veniva notato come sulle buste non ci fosse alcun logo, mi si chiedeva: "Dove li hai comprati?" Io tergiversavo o al massimo se la curiosità dell'altro era insistente sostenevo me li avesse regalati un "amico" o un amico-amico.

Ogni volta che esaurivo i libri da leggere e ne dovevo comprare altri, per andare al negozio sceglievo un percorso lungo e complicato. Volevo avere tutto il tempo di riflettere sui titoli e il genere verso i quali mi sarei orientato e sugli odori che avrei assaporato, ogni volta ero eccitato come un bimbo pronto a stringere il primo cono gelato dell'anno.

Prima di entrare in libreria, guardavo dalla soglia il proprietario. Preferivo avesse qualcosa da fare, così il mio incontro coi libri sarebbe stato ancora più intimo e personale. Seguivo ogni volta una determinata procedura: controllavo che non ci fossero altri clienti, silenziavo il cellulare, sbirciavo l'ora dall'orologio da polso e cominciavo la ricerca dagli scaffali più in fondo.

Quando avevo trovato quello che cercavo lo capivo dal modo in cui le parole sulla quarta di copertina mi si depositavano dentro: se innescavano immagini forti e terribili o belle e pacifiche o di entrambi i tipi allora era un libro che doveva finire sul mio scaffale a casa; se invece le immagini erano sfocate, indistinte e poco dettagliate allora non era un libro che mi avrebbe arricchito, pertanto mi curavo di rimetterlo a posto con la stessa delicatezza con cui vedevo il proprietario riordinare dei volumi.

"Sei un lettore avido.", mi ha detto una volta il libraio. A me ha fatto sorridere l'aggettivo. Di solito, 'avido' lo sento applicato alla sfera sessuale. Avido come un amante. Baci avidi. Ma forse proprio per quello l'aggettivo era giusto. La lettura e la scrittura, in fondo, non evocano piaceri affini a quelli dei giochi di letto? 

"Sì, sono un lettore avido.", gli ho risposto. E' stata la prima volta che l'ho visto sorridere felice. Il viso grinzoso si è sollevato come le tende di un palcoscenico e ho visto i denti rilucere bianchi e sani. Sembrava sul punto di aggiungere qualcos'altro, ma poi mi ha battuto lo scontrino e mi ha salutato come fa sempre: la mano sollevata e le dita ben divaricate.

Un giorno mi sono promesso che gli avrei chiesto consigli per gli acquisti tanto per capire che tipo fosse, se fosse più uno da Paul Auster o da Pasolini, se gli interessassero quelle architetture zeppe di strati come le subordinate senza meta apparente di David Foster Wallace o le frasi semplici e riposanti di un Peter Cameron. Ero convinto che i suoi gusti letterari fossero la finestra da cui affacciarmi per vedere un po' della sua personalità e magari i motivi che l'avevano spinto a barricarsi in una fortezza di libri. 

Ma quell'occasione non è mai arrivata. Attaccata alla saracinesca abbassata, a lettere grandi e scarlatte poco prima che lasciassi la città ho trovato un cartello che recitava così: "Chiuso per morte proprietario". Proprio così, morte proprietario. Sapevo che quel posto non avrebbe riaperto mai più, nessuno l'avrebbe sostituito, nessuno dietro la cassa avrebbe temuto il momento in cui avrei pagato i volumi scelti. 

A questo punto ci starebbe bene dire che abbia compiuto un gesto simbolico per commemorare quel posto perduto, ma tutto quello che ho fatto è stato girare sui tacchi e andarmi a ingozzare di gelato. I libri li ho comprati in un'anonima Feltrinelli, dove odoravano di stampante Canon e la commessa mi ha seguito con lo sguardo per tutto il tempo.


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