giovedì 1 ottobre 2020

Articoli non pagati: confessioni di un ex aspirante giornalista

 

Spesso ai giovani che vogliono intraprendere una professione si consiglia di darsi da fare senza mai lamentarsi. Perché se uno si lamenta può apparire come un "tipo difficile" e può quindi perdere molte occasioni di lavoro. A me non sembra giusto. Meglio tacere e abbassare la testa per raccogliere un pugno di briciole (se ci sono) o farsi rispettare pretendendo correttezza, trasparenza e onestà? Spesso, la necessità di farsi rispettare viene scambiata per mancanza di umiltà, ma questo suppongo accada a causa di quella gravissima forma di arretratezza culturale (tutta italiana?) secondo cui i vecchi (o i più grandi) sono detentori del sapere e del buon gusto, quindi meritevoli di ogni riguardo, e i giovani alle prime armi sono delle capre che devono rispetto e obbedienza. Io per anni tenni la testa china e collaborai con testate giornalistiche in silenzio, e non ottenni quasi nulla. Cominciai a pubblicare articoli su giornali e riviste a sedici anni perché credevo di guadagnarmi un vantaggio sugli altri, perché credevo che prima degli altri sarei riuscito a realizzare i miei sogni. Ma, invece di un traguardo, prima degli altri ebbi un crollo nervoso. All'età di ventidue anni avevo scritto già per tredici testate, e solo in pochi casi fui pagato. Qui parlo di alcune mie esperienze di collaborazione, le più significative, quelle che meglio sintetizzano lo stato delle cose.

Anni fa conobbi di persona una giornalista con cui avevo già collaborato per un quotidiano online e di cui avevo grande stima. Mi disse che per il suo nuovo giornale ci sarebbe stata la possibilità di ottenere il patentino da pubblicista, che presto avrebbe iniziato a retribuire ("al momento ci stiamo attrezzando") e mi chiese se avessi già delle ritenute d'acconto per collaborazioni precedenti (le avevo). Io accettai entusiasta di collaborare, pensavo che quella fosse davvero la svolta, che avrei finalmente guadagnato qualcosa e ottenuto l'iscrizione all'albo. Non chiesi subito i dettagli specifici sui pagamenti, decisi di fidarmi perché era una figura amica: se mi aveva detto che presto avrebbero iniziato coi pagamenti e il percorso da pubblicista, voleva dire che era vero. Mi accorsi presto, però, che al giornale non si imparava niente: mi capitò che un pezzo venisse bocciato ottenendo come spiegazione "per un altro giornale sarebbe andato bene, per noi no." In due mesi scrissi poco meno di una decina di pezzi, perché ero impegnato con i corsi e gli esami universitari ed ero in attesa di una retribuzione che giustificasse un impegno maggiore per il giornale (anche per i miei genitori che mi pagavano gli studi), ma quando chiesi alla giornalista della possibilità di ottenere quel tesserino, facendo presente che i pagamenti richiesti dall'Ordine regionale all'epoca erano già da tempo lievitati a 3000 € tanto per vedere se fosse informata e ci fosse ancora la disponibilità mi fu risposto: "Ma è una cifra enorme, nessun giornale può permettersi una cifra simile per aiutare un aspirante pubblicista. Però noi ci siamo." Loro c'erano. Come, non l'ho mai capito. Pieno di delusione e sentendomi preso in giro, ma non volendo discutere con la giornalista, alla quale stupidamente tenevo ancora come figura amica, ho addotto una scusa e ho smesso di collaborare. Quella delusione divenne rabbia quando anni dopo, ritrovatomi di nuovo con lei a collaborare a un altro giornale (non suo), cercando di chiarire la questione, mi spiegò: "Ci sarebbero voluti almeno tre anni perché il giornale si consolidasse nel panorama cittadino, poi avremmo iniziato a pagare. Sono sicura di avertelo detto." Non solo, quando riprendemmo il discorso dei pagamenti, mi chiese pure a che titolo chiedevo dei pagamenti. Per lei, non avevo neanche diritto di sapere se sarei stato pagato oppure no. A ventidue anni questa vicenda mi mandò in depressione.

Nell'ultimo anno di liceo scrivevo per un sito dedicato alle serie tv che presto sarebbe diventato testata registrata in tribunale. L'accordo, col giornalista che sarebbe diventato il direttore responsabile, era che avrei scritto tre recensioni a settimana, più alcune news, e che in cambio avrei ottenuto 50 € mensili in modo che dopo due anni di collaborazione avrei raggiunto una quota di circa 1000 € e finalmente avrei potuto prendere il tesserino da giornalista. Col direttore responsabile e il caporedattore ero d'accordo che la collaborazione avrebbe avuto inizio quando sarebbero stati pronti con l'iscrizione al tribunale e le retribuzioni, tuttavia mi venne chiesto di iniziare a scrivere quando il giornale non era ancora testata registrata. Poiché mi era sembrato brutto rifiutarmi - in fondo loro mi vogliono aiutare, vogliono realizzare il mio sogno - iniziai a scrivere. Ma passarono le settimane, passarono i mesi. Scrissi, scrissi, scrissi. E non ottenni nulla. Un giorno, mi decisi a scrivere al sedicente direttore responsabile, riferendogli che nel frattempo avevo trovato un altro giornale che avrebbe potuto darmi una mano col patentino (altra brutta storia) e chiedendogli se fossero pronti con le retribuzioni. Mi arrivò per sbaglio un suo SMS destinato al caporedattore. Il messaggio recitava così: "Cinalli secondo me bluffa. Dice di aver trovato un altro giornale. Questo vuole essere pagato, che facciamo?" Chiamai il direttore e gli feci presente che il messaggio era arrivato a me. Lui ridacchiò, disse che lo voleva inviare proprio a me per vedere la mia reazione. La mia reazione fu chiudere la chiamata e interrompere ogni rapporto. Imparai che spesso i capi oltre a non essere seri non hanno 'manco la dignità. 

Sempre nell'ultimo anno di liceo iniziai a scrivere di tv per una testata online abruzzese. Ero il critico televisivo della redazione, i miei pezzi finivano in prima pagina. Avevo una rubrica settimanale con la pagella del meglio e del peggio in televisione e scrivevo recensioni e riflessioni. Mi piaceva la grafica, mi piaceva come i miei articoli risaltavano sul giornale. Ma questo dopo un po' non mi bastava più. Volevo essere pagato e iscrivermi all'Ordine, così chiesi al caporedattore (avevo contatti solo con lui) se c'era questa possibilità. Lui mi disse di sì e chiese a me come potessi conseguire il tesserino, cosa occorreva perché succedesse (lui non era iscritto all'albo). Glielo spiegai, parlammo senza definire subito i dettagli, rimandandoli a una conversazione ventura. Nel frattempo mi chiese di aprire un blog su Wordpress, i cui pezzi - mi spiegò - sarebbero apparsi direttamente sul giornale, così che non dovessi aspettare ogni volta che lui li pubblicasse. Ma sul blog pubblicai un articolo, due articoli, tre, quattro. Sul giornale non apparve nulla, però il caporedattore - che nel frattempo non aveva detto più nulla sulla questione tesserino - continuava a insistere a farmi scrivere lì. "Se continui a pubblicare, appaiono.", proprio così disse, anche se suonava come un invito della fatina del dente. Dopo circa una decina di pezzi mi son fermato perché non solo non erano apparsi sul giornale ma il caporedattore aveva smesso di rispondere alle mie mail. Lo congedai con una mail piccatissima. 

Umiliato, preso in giro, non pagato. Suppongo che altri aspiranti pubblicisti, che magari il tesserino l'hanno pure preso, abbiano subito di peggio. Probabile. La conseguenza di tutto questo è che oggi mi è difficile fidarmi di chi dice di volermi dare un'opportunità e farmi crescere. Quasi sempre mi chiedo dove sia la fregatura che prosciughi quel poco di orgoglio e quel poco di autostima che mi sono rimasti. E voi quante fregature avete incontrato lungo il vostro percorso professionale?

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