venerdì 1 gennaio 2021

Scrivere di merda

 
La verità è che ho sempre creduto di scrivere di merda. Non ho mai smesso di farlo. Anni fa scrivevo anche peggio perché convinto che il segreto della buona scrittura fosse l'uso dei paroloni. Avete presente? Quando per far colpo te ne esci con "immantinente" invece di "immediatamente" o quando dici che le cose sono "arzigogolate" anziché "complesse". Parlavo da un pulpito e invece del Pulitzer mi arrivavano le sottolineature rosse sangue 'ti crepo' di una correttrice di bozze.
Ma scrivere di merda - almeno, non a quei livelli - non è una cosa negativa. Non è una condanna. Più che avere le catene e stare in una gabbia significa alloggiare in una nicchia. Solo che invece di un santo in contemplazione estatica della crepa sul soffitto della chiesa, ci si può muovere, si possono fare dei passi avanti e scrivere cose che valgono la pubblicazione. Però, alla fine, autografati i libri, spenti i riflettori, riacceso il computer, aperto Word, si torna sempre lì, nell'angolino della merda. E sapete una cosa? Io ho imparato a starci comodo. Ho imparato a non impensierirmi troppo per le mie brutture intellettuali (che nome elegante per quelle frasi che non vanno da nessuna parte, per quelle metafore goffe che sono arance andate a male, ecco, appunto), a non preoccuparmi se una prima stesura ricorda il temino che la maestra brutta con una spugna al posto dei capelli mi restituiva col voto "Buono meno", a non abbattermi se il conflitto più coinvolgente di una storia è la lotta del protagonista con un pelo nell'occhio, a non prendermela se un mio testo suscita lo stesso entusiasmo di un brano di Paola & Chiara.
Tanto, prima o poi, dalla nicchia si esce. Anche solo per sgranchirsi le gambe e definirle irrigidite invece che anchilosate.

Nessun commento:

Posta un commento